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La storia

Powa, la startup scelta da Rai per rivoluzionare la pubblicità

18 Mag 2015

Ha fondato la prima impresa nel 1984 e nel 2007, a 50 anni, l’imprenditore inglese Dan Wagner rientra nel mondo delle startup con un obiettivo: facilitare gli acquisti online permettendo ai clienti di interagire con gli spot. Oggi Powa ha conquistato un posto nel regno degli unicorni, con una valutazione di 2,7 miliardi di dollari

Chissà cosa pensa Jeff Bezos, il padre putativo dell’ecommerce, di chi sostiene che lo shopping online è fermo da troppo tempo e va rinnovato. Uno degli obiettivi con i quali è nata la startup inglese, Powa Technologies Limited, è proprio di rendere l’ecommerce ancora più pervasivo, facilitando l’accesso alle pagine d’acquisto online e permettendo ai clienti di interagire con gli spot pubblicitari. L’idea parte da uno dei veterani dell’ecommerce, che a soli 21 anni ha fondato una società che si occupava di una forma primordiale di vendita online ancor prima della nascita di internet, di Amazon e Alibaba. Stiamo parlando di Dan Wagner, un imprenditore inglese, ormai 50enne che, nel 2007, ha deciso di rientrare nel giro delle startup con Powa Technologies. La sua prima società è stata MAID, fondata nel 1984 per fornire informazioni elettroniche e dati online. Quotata in Borsa, nel 1994, e ribattezzata Dialog, è stata una delle vittime del crollo delle azioni delle “dot.com”, poi venduta a Thomson Reuters per 500 milioni di dollari nel 2000. Così Wagner è diventato uno dei più giovani a sedere nel consiglio di amministrazione di una società ad azionariato diffuso. Nel 2001, ha fondato Venda, una delle più grandi fornitrici di servizi cloud e Saas (software as a service) per l’ecommerce. Ora, con Powa Technologies, punta a diventare il nuovo  “Google o Facebook del Regno Unito”. In soli otto anni Powa ha conquistato un posto nel cosiddetto “regno degli unicorni”, dove si trovano le startup da oltre un miliardo di dollari, con una valutazione di 2,7 miliardi di dollari, in seguito a due round di finanziamenti da 156 milioni di dollari in totale, da parte di Bright Station Ventures e Wellington Management. Nel 2015, si prevede un fatturato di 80 milioni di dollari.

La società ha tre linee di prodotto, PowaTag, PowaWeb e PowaPos, anche se è grazie al Tag che sta scalando le vette dello scenario tech internazionale. “La nostra missione – spiega Wagner – è di fornire ai consumatori la massima libertà di acquisto, permettendo loro di comprare ovunque e in qualsiasi momento, proprio grazie alla multicanalità dei brand. I consumatori si ritrovano costantemente sommersi da applicazioni per il  pagamento tramite mobile. Non vogliono migliaia di applicazioni diverse che possono essere utilizzate  solo in  determinati punti vendita, ma chiedono una app universale  da utilizzare in qualsiasi negozio. Saranno sedotti dalla convenienza di utilizzare una tecnologia adottata in tutti i punti vendita, che risponde  alla loro esigenze di flessibilità e semplicità”. PowaTag è scaricabile dai dispositivi iOs e Android e, previa registrazione con carta di credito, dà accesso a una sorta di negozio mobile che si attiva con i tag inseriti nei messaggi pubblicitari mediante varie tecnologie, come QR code, audiotag, Java script, iBeacons, Near Field Communication (NFC). Diventa così possibile interagire con gli spot e acquistare in tempo reale, senza necessità di navigare tra siti internet e pagine web. La tecnologia include anche la possibilità di monitorare il ritorno d’investimento pubblicitario perché si hanno dati precisi su chi ha interagito con il messaggio (volantino, cartellone, spot tv), le fasce orarie e la geolocalizzazione.

Un’innovazione per il mondo della pubblicità e del retail che ha conquistato oltre mille aziende di successo internazionali, come L’Oréal, Carrefour, Comptoir des Cotonniers, OVS, GlaxoSmithKline, Kellogg’s, John Lewis, Argos, Laura Ashley e Unilever. Dal quartier generale londinese, presso il famoso grattacielo “Heron Tower”, Powa si è poi spostata in altre 18 città del mondo, tra le quali New York, Città del Messico, Madrid, Parigi e Pechino, e da più di un anno è presente anche Milano. In Italia, i primi partner a sperimentare questa esperienza di e-shopping interattivo sono stati Motivi, Best Western, Setefi, Love It – Real Italian Food, il nuovo brand lanciato da Copagri Expo in occasione di Expo Milano 2015, e da ultimo anche Rai Pubblicità. Il servizio pubblico radiotelevisivo ha, infatti, scelto la startup inglese per approdare nel settore del mobile commerce, rivoluzionando la pubblicità in tv e permettendo agli utenti di comprare qualsiasi cosa mentre si ascolta l’annuncio, grazie agli audiotag inseriti negli spot.

Il fatto che Rai Pubblicità – ha detto Germano Marano, general manager di Powa Technologies in Italia – abbia dimostrato un grande entusiasmo verso questa tecnologia significa che l’Italia è pronta per questo tipo di innovazione digitale. Abbiamo già oltre 100 partnership e tanti settori merceologici hanno manifestato interesse, dal food all’alberghiero, dal fashion all’automobile, ma anche le onlus, si pensi a come sarebbe semplice effettuare la donazione durante le maratone televisive. Ci sono quelli più innovativi e quelli che hanno bisogno di più tempo, come ad esempio le compagnie aeree. Tutti, però, sanno di poter avere accesso a un target di consumatori molto ampio, non soltanto giovani, la cui unica discriminante è il possesso della carta di credito”.

Tra gli obiettivi di PowaTag ci sono la creazione di una nuova esperienza di acquisto interattiva nei negozi e la riduzione del tempo che intercorre tra la visione dello spot e l’azione d’acquisto. “Il 70-75 per cento dei consumatori – dice Marano – che compra dal computer di casa e quasi il 99 per cento degli utenti mobile non portano a termine la spesa per le lungaggini del processo, come iscrizione a siti web e registrazioni varie. PowaTag, invece, rimanda direttamente all’acquisto del prodotto. È una totale rivoluzione nell’era della multicanalità, utilizzando uno degli strumenti più personali che oggi abbiamo a disposizione, ovvero il cellulare”.

di Annalisa Lospinuso

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