Giovanni Fiengo (Kineton): come siamo arrivati a 18 milioni di fatturato in tre anni | Economyup

L'INTERVISTA

Giovanni Fiengo (Kineton): come siamo arrivati a 18 milioni di fatturato in tre anni



Fondata nel 2017 a Napoli, Kineton è già una scaleup: da 0 a 250 dipendenti e quasi 20milioni di ricavi. Il founder e CEO Giovanni Fiengo racconta: “Siamo una società di ingegneria che fa ricerca e la trasferisce ai clienti”. L’attenzione ai dipendenti, l’invenzione dell’Internet of Cars e il lancio di una microcar nel 2021

di Giovanni Iozzia

19 Ott 2020


Giovanni Fiengo, founder e CEO di Kineton

“Da napoletano mi sono tolto una doppia soddisfazione: quando vengono qui a fare cose che prima facevano a Milano, trovano un’azienda che non si aspettavano. Ma scoprono anche una città e la sua bellezza”. Giovanni Fiengo, CEO di Kineton, ingegnere, 47 anni e cinque figli, ha addosso l’energia del Vesuvio e l’orgoglio di chi ha dimostrato che si può fare innovazione e imprenditoria hi-tech anche al Sud. E con ottimi risultati: la startup che ha fondato nel 2017 con un gruppo di amici-colleghi nel giro di tre anni si è conquistata lo status di scaleup. Linkedin l’ha inserita fra le 10 startup italiane più resistenti al Covid e a metà ottobre ha vinto il premio Eccellenza d’Impresa promosso da GEA con l’Harvard Business Review.

Kineton sviluppa software per il settore automotive e media, tv in particolare: le più importanti case automobilistiche e i grandi broadcaster sono già tra i suoi clienti. “Ma non è una software house”, tiene a precisare Fiengo, che insegna Controlli Automatici all’Università del Sannio, a Benevento. Tra una lezione e un caffè è nata l’idea di Kineton, che già nel nome contiene il concetto di movimento, velocità, successo. A EconomyUp Fiengo racconta i primi tre anni di Kineton e i sogni che stanno alimentando il futuro prossimo della società.

Marzo 2017, nasce Kineton. Con quale idea?
Portare entusiasmo in un mondo dove spesso manca

Fiengo, che cosa vuol dire? Suona un po’ retorico….
Io insegno all’università del Sannio, controlli automatici. Ho fatto il mio primo figlio a 28 anni e, arrivato al quarto, ho cominciato a fare l’imprenditore. Forse perché lo stipendio da professore non mi bastava più per mantenere la famiglia… (e mentre lo dice, ride, ndr.). Ho commesso i primi errori, com’è normale. Poi tre anni fa mi sono ritrovato attorno a un tavolo con un gruppo di professionisti e amici proprio con questa idea: faremo la differenza con il nostro entusiasmo. Siamo bravi ma non siamo gli unici. Ci riconoscono ormai le nostre capacità ma quel che ci distingue è che noi facciamo le cose perché ci diverte farle. Trasmettiamo entusiasmo al nostro cliente, al quale proponiamo le tecnologie che studiamo. Per le grandi aziende oggi è difficile inseguire il mercato di oggi, guardare il domani. Il nostro compito è proprio questo: proporre le nostre idee e studiare le tecnologie per trovarne di nuove.

Come avete fatto a sviluppare questo elemento distintivo?
Abbiamo portato l’approccio universitario, la cultura della ricerca all’interno dell’azienda. Kineton ha una divisione R&D molto ampia per le sue dimensioni: 20 persone dedicate a ricerca e sviluppo. Se la misuro in fatturato diretto, questa attività rende poco. Ma in termini di competenze, di cultura interna, di creatività ha un valore enorme. Senza dimenticare la nostra Academy interna e le collaborazioni che abbiamo con università e centri di ricerca esterni.

Quali sono i numeri della crescita di Kineton?
Da 10 persone a 250, da fatturato 0 a oltre 10milioni di euro a fine 2019. Finora abbiamo avuto un tasso di crescita annuo fra il 60 e il 70%, che è destinato a ridursi man mano che i numeri aumentano. Obiettivo 2020 è arrivare a oltre 350 persone con 18 milioni di fatturato. Siamo molto soddisfatti di questi risultati.

Non avete sentito quindi l’impatto del Covid?
No, nonostante una delle nostre principali industry di riferimento, l’automotive, sia in forte difficoltà. Perché noi lavoriamo con chi sta preparando il futuro. Assumiamo circa 15 persone al mese e abbiamo continuato a farlo anche durante il lockdown. Pensa che per questa ragione siamo stati ‘attenzionati’ dall’INPS, che sospettava qualcosa di irregolare. Abbiamo dovuto spiegare perché assumevano, dimostrando che il nostro business va più che bene.

Che cosa fa esattamente Kineton e chi sono i suoi clienti?
Kineton fa servizi di ingegneria e non è una software house. Progettiamo ingegneria informatica. Noi non programmiamo, noi inventiamo software. È una piccola ma sostanziale differenza che, da docente di informatica, considero importante. Kineton offre servizi complessi ed alto valore tecnologico. Per questo abbiamo solo grandi clienti, come FCA, Mediaset, Sky. In totale sono una quarantina, tantissimi se si tiene conto di quel che facciamo e che abbiamo solo tre anni di vita.

Come li avete convinti a venire a Napoli?
Non abbiamo inventato certo il teletrasporto. Nulla di eccezionale, apparentemente. Siamo entrati nel mercato in un momento in cui auto e media stanno vivendo una trasformazione epocale. Il nostro approccio differente ci ha fatto conoscere rapidamente. Eppoi ha funzionato l’effetto sorpresa: scoprire un’azienda che non ti aspetti, dove l’età media è molto bassa. Vuoi sapere com’è andata la prima volta?

Certo. Quando è accaduto e con chi?
Uno dei nostri primi appalti nel modo televisivo è stato un’avventura: nonostante avessimo solo un bilancio e 10mila euro di capitale sociale, abbiamo partecipato alla gara per la certificazione degli apparecchi tv. Il famoso bollino blu rilasciato da Tivusat. Ci invitano come outsider, gli altri concorrenti sono società del calibro di Mediaset. Senza alcun preavviso vengono a Napoli per fare l’audit, potendo così verificare dal vivo che quanto scritto nel bando rispondesse al vero. Vinciamo un contratto di tre anni e adesso siamo l’unico laboratorio in Italia, e uno dei tre in Europa, che certifica le tv sia per il software sia per l’hardware. Per noi è stato un bel trampolino di lancio. Tanto è vero che ormai nel mondo televisivo sediamo in tutti i tavoli più importanti.

Quale visione guida lo sviluppo di Kineton? In quali settori?
Vogliamo continuare a fare ingegneria in quello che sappiamo fare: progettazione software. Non vogliamo fare tutto. E vogliamo continuare a crescere investendo sul senso di appartenenza a Kineton. Siamo molto attenti nel coltivare la passione, nel curare le persone. E per questo abbiamo il nostro KPP, il Kineton People Program. Per esempio, io so che cosa significa essere un genitore, sono stato un socio Pampers. Così forniamo 6 mesi di pannolini a tutti i neonati dei nostri dipendenti. Ci piace pensare all’azienda non solo come luogo di lavoro. E poi crediamo molto nell’innovazione interna.

Come stimolate la creatività dei vostri ingegneri?
Per continuare a essere bravi dobbiamo investire nella conoscenza delle nuove tecnologie, sviluppare le competenze. I nostri dipendenti possono proporre, all’interno del programma Kineton Innovation Award, idee di prodotti o servizi. Chi vince, viene finanziato. Comunque non siamo mai fermi. Dalla proposta di un nostro collaboratore è nato il nostro primo videogioco, KHero, che ci ha dato le prime piccole revenue. Abbiamo appena lanciato una spin-off di intelligenza artificiale con l’Università di Salerno, Kebula. E poi c’è Kinecar…

Che cos’è Kinecar?
Un sogno a cui lavoriamo da due anni e mezzo, praticamente subito dopo la nascita di Kineton. Kinecar è la piattaforma che ci permette di coniugare le nostre principali competenze: auto e media. Kinecar non è solamente hardware, perché non è sola un’auto. Ma una piattaforma dove andiamo a testare tutte le nostre applicazioni. Per questo abbiamo registrato il marchio Internet of Cars, come elemento verticale dell’Internet of Things.

Internet of Cars? Che cosa significa?
Che l’auto sarà sempre di più un Device che permetterà, nel pieno rispetto della sicurezza, di giocare o vedere la tv mentre ci si muove. Questo è Kinecar e per questo stiamo lavorando su guida assistita, radar, telecamere, ma anche su tutta la parte di intrattenimento a bordo.

Vedremo le Kinecar in giro?
Certo, sarà una microcar, di quelle che si possono guidare da 16 anni in poi. Ma come non ce ne sono ancora. Per noi sarà un cambiamento epocale perché sarà il nostro laboratorio su quattro ruote, dove i grandi car maker potranno vedere quello che sappiamo fare e pretendere quello che serve per fare evolvere i loro modelli.

A che punto è il progetto Kinecar?
Il business parte a gennaio 2021, con la produzione a Napoli. Per la meccanica e l’hardware ci affideremo a dei partner. In estate cominceremo con la preserie per arrivare sul mercato entro la fine del 2021. Ma, ripeto, il nostro obiettivo è trovare partner, preferibilmente industriali, per realizzare il nostro sogno insieme e condividere i rischi che comporta.

Oltre auto e media, avete altre industry nel mirino?
Continuiamo a puntare su auto e media/tv, perché c’è tanto lavoro da fare dal punto di vista ingegneristico. Noi facciamo software e lì dove c’è una centralina possiamo dare un contributo. Ci stiamo, quindi, muovendo in altri mercati: il mondo aerospace, ad esempio, e più in generale i trasporti. E ci piacerebbe anche il cosiddetto Bianco, gli elettrodomestici. Crediamo sia un mercato dove cambieranno molte cose e nel quale potremmo portare le nostre competenze con buoni risultati.

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.