Eppela: «Crowdfunding per la Grecia? Possiamo farlo anche noi» | Economyup
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Eppela: «Crowdfunding per la Grecia? Possiamo farlo anche noi»

02 Lug 2015

«Un’utopia, ma dimostra che le scelte politiche possono venire dal basso» dice Nicola Lencioni, ad della prima piattaforma italiana di raccolta fondi online, in un’intervista a 360 gradi: dal sonno perso per lo sbarco in Italia del rivale Kickstarter ai progetti rifiutati perché poco credibili. Come quello di un misterioso politico…

Nicola Lencioni, Ad di Eppela
Eppela avrebbe accolto volentieri il progetto di crowdfunding per la Grecia presentato in questi giorni sulla piattaforma IndieGogo: certamente è utopico pensare di recuperare il debito greco in questo modo, e l’iniziativa si può leggere anche come un’azione di auto-marketing da parte del suo promotore, ma aiuta a far capire che i processi politici non si decidono più solo dall’alto. Le decisioni possono essere prese dal basso, dalla gente per la gente, e questa è una delle principali missioni del crowdfunding”. Così dice in un’intervista rilasciata a EconomyUp Nicola Lencioni, fondatore e amministratore delegato di Eppela, principale piattaforma italiana di crowdfunding reward based e generalista, modalità di raccolta fondi che consente di contribuire al finanziamento online di un progetto attraverso singole donazioni in cambio di gadget o omaggi. Dal 2011, anno della sua fondazione, la società con sede a Lucca ha finanziato oltre 1500 progetti e raccolto più 7 milioni di euro. A tutt’oggi vanta circa 200.000 utenti registrati, più di 12.000 visitatori unici al giorno e più di 60 proposte al giorno. Numeri che potrebbero schizzare verso l’alto grazie a iniziative come quella del crowdfunding per ripianare il debito della Grecia, ideata dal commesso inglese 29enne Thom Feeney che ha chiesto alla Rete 1,6 miliardi di euro, ottenendo finora 1,4 milioni. Ospitando progetti fortemente mediatici come questo, Eppela potrebbe fronteggiare meglio la concorrenza di un nuovo e temibile player, la piattaforma statunitense Kickstarter che poche settimane fa ha annunciato lo sbarco in Italia. Ma Lencioni non si scompone: “Siamo diversi” assicura.

Non teme che Kickstarter vi porti via clienti garantendo loro un bacino d’utenza molto più ampio e un prestigio internazionale?

La concorrenza ci fa bene: ci fa alzare un’ora prima la mattina e ci toglie un po’ di sonno la sera. Scherzi a parte, per noi Kickstarter è stato un esempio da seguire, per questo abbiamo scelto di dedicarci a questa modalità di finanziamento che consente alle persone di ottenere fondi senza dover ricorrere alle banche né indebitarsi e in maniera assolutamente meritocratica. Proprio per questo, a nostro parere, far funzionare una piattaforma di crowdfunding significa sostenere realmente i progetti caricati. Noi seguiamo il progettista, lo chiamiamo, gli spieghiamo come presentare la campagna, ci occupiamo persino della parte grafica se ne ha bisogno. Insomma siamo in tutto e per tutto suoi consulenti. Questo Kickstarter non può farlo, perché opera in un contesto molto più vasto e non ha sedi in Italia. Su una piattaforma internazionale sei soltanto uno dei 100mila progetti in ballo e non hai un contatto umano. Ci fece sorridere a suo tempo una piattaforma americana, della quale preferisco non fare il nome, che metteva a disposizione 4 minuti di orologio per le spiegazioni a ciascun progettista. Noi non ragioniamo così.

Però su Kickstarter alcuni progetti ottengono milioni di dollari, su Eppela al massimo sono stati raccolti 100mila euro.

Per noi conta anche la ragazza che chiede 7000 euro per finanziarsi la vendita di maglioni fabbricati artigianalmente, o la scuola che raccoglie 70mila euro. Seguiamo spesso progetti di interesse regionale o locale: non è detto che l’iniziativa portata avanti da un piccolo centro trovi l’habitat giusto in grandi piattaforme di provenienza estera. Per tutti la fee dovuta a Eppela è il 5% della cifra ottenuta, esattamente come fa Kickstarter. Quanto ai progetti di respiro internazionale, non sono tantissimi in Italia. In ogni caso abbiamo aperto un osservatorio e faremo un piano di promozione verso l’estero di iniziative di questo genere. Altra peculiarità di Eppela: abbiamo importanti partnership in corso, su tutte quelle con Poste Italiane, Fastweb e UnipolSai che collaborano con la piattaforma in qualità di mentor, ovvero co-finanziano i progetti più interessanti nei loro ambiti di riferimento.

Come funzionano le partnership con le aziende?

Siamo stati i primi in Italia a creare questo modello che dà la possibilità alle aziende di investire in comunicazione in maniera alternativa, non solo attraverso la pubblicità statica di un prodotto o servizio. In pratica sottoponiamo a Poste Italiane tutti i progetti che appaiono su Eppela attinenti a una determinata area, per esempio l’area innovazione. Se supereranno il 50% della quota stabilita come target, Poste metterà l’altro 50%. Sappiamo anche che, dopo la chiusura del finanziamento, sono intercorsi contatti tra aziende e progettisti in vista di futuri investimenti. Stiamo allargando questo tipo di partnership ad altre aziende di altri settori.

Quanto ha influito tutto questo sui ricavi?

Il 2015 è stato l’anno della consacrazione.  Solo nei primi 5 mesi dell’anno abbiamo raccolto 3 milioni di euro dai donor in Rete. Siamo la prima piattaforma in Italia come numeri, come co-finanziamenti, come partnership messe in piedi in diversi settori. Abbiamo collaborazioni in ambito musicale, in quello comix e games, stiamo sviluppando un progetto sul food. Faccio solo un esempio: il concorso di crowdfunding musicale PostePayCrowd@Music. Oltre 700 band italiane che avevano bisogno di fondi hanno proposto il loro progetto. I migliori, 29 in tutto, sono stati caricati su Eppela e hanno iniziato la raccolta, che si chiuderà il 4 luglio. Le cinque band che alla chiusura del contest avranno ottenuto più contributi dai supporter (con un minimo di 5.000 euro) saranno cofinanziate da Poste Italiane e Visa con altri 5.000 euro. Il brano migliore in assoluto avrà l’opportunità di aprire il concerto dei Subsonica del 20 luglio a Postepay Rock in Roma.

Solo il 10% delle proposte che arriva a Eppela va online. È sufficiente per evitare il rischio di pubblicare iniziative improbabili, come purtroppo se ne vedono in giro?

Ci stiamo molto attenti, perché screditerebbero il sito. Però ne abbiamo visti di progetti quantomeno bizzarri. Ricordo un ragazzo italiano che si era innamorato di una spagnola e chiedeva 400mila euro per comprare casa in Spagna: in cambio avrebbe concesso l’utilizzo gratuito dell’appartamento per alcune settimane ai donatori. Abbiamo detto no: era una cosa troppo personale e in fondo poco credibile. Così come, un anno fa, abbiamo bocciato la richiesta di un gruppo di ragazzi che cercava soldi per comprare un carro-armato allo scopo di creare un battaglione per l’indipendenza di una regione italiana. Era un fake project per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle loro proposte, ma molto goliardico. No, non andava proprio.

E la politica? Obama ha finanziato campagne con il crowdfunding. In Italia è possibile?

Ad oggi non abbiamo mai presentato un solo progetto politico sulla nostra vetrina. Sono venuti da noi partiti politici e singoli esponenti, abbiamo dovuto dire no. Poi magari hanno cercato, e ottenuto, finanziamenti altrove. Perché abbiamo rifiutato? Non erano trasparenti. Non indicavano chiaramente dove sarebbero finiti i soldi. E in un momento così delicato per la vita politica del Paese riteniamo che la trasparenza sia una conditio sine qua non per chiedere finanziamenti ai cittadini. Peccato perché in altri Paesi ci sono bellissimi esempi di crowdfundig civico. In ogni caso il crowdfunding è una risorsa importante per il nostro Paese. Non voglio essere moralista, ma l’Italia è fatta di persone, artigiani e pmi che hanno bisogno di recuperare la fiducia. Oggi portare a casa 50mila senza chiedere un euro alle banche e per puro merito stabilito dalla “folla” in Rete è senz’altro una cosa grande. 

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