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OPEN INNOVATION IN PRACTICE

“Cultura da startup”: che cosa significa e come ricrearla in Italia

20 Ott 2017

Non esiste un’imprenditorialità vecchia e nuova, ma l’imprenditorialità in un contesto più dinamico, mutevole e con strumenti dal potenziale innovativo dirompente. In Italia, a differenza degli Usa, questa mentalità va ancora sviluppata. Per farlo occorre confrontarsi con barriere tecnologiche, normative e individuali

Sono di recente pubblicazione i risultati di una survey della New York Federal Reserve Bank, secondo la quale negli Stati Uniti le startup faticano a trovare sufficienti finanziamenti: ciò comporta un accresciuto rischio di fallimento delle stesse, con conseguenze negative a livello macroeconomico, a fronte dell’elevato impatto positivo delle startup USA – che pesano per il 34% sul totale delle imprese, generano il 20% del totale degli impieghi e la quasi totalità dei nuovi posti di lavoro.

Questo “grido d’aiuto” da parte dell’ecosistema startup che dovrebbe rappresentare il punto di riferimento a livello globale – e che raccoglie finanziamenti oltre 300 volte superiori rispetto a quelli ottenuti dalle startup italiane – non può che portare ad alcune riflessioni.

La prima, e forse più evidente, è che il cash shortage, seppur in misura differente, affligge qualsiasi ecosistema. Il finanziamento Equity, vero motore della crescita delle startup, è risorsa scarsa anche nei Paesi top performer per quanto concerne la diffusione delle startup.

La seconda, più sottile ma altrettanto importante, è che, al di là dei finanziamenti, ciò che davvero rende un ecosistema virtuoso è la “cultura startup” che lo permea. Questo è ciò che davvero distingue gli Stati Uniti e altri ecosistemi “modello” dal nostro Paese.

Fin dall’immediato secondo dopoguerra, mentre l’Italia e buona parte dell’Europa erano impegnate nella ricostruzione secondo il Piano Marshall, negli USA un piano ben diverso era in atto: quello di creare una infrastruttura tecnologica, sociale e culturale che abilitasse la nascita sistematica e seriale di startup. Si stava quindi depositando quel sostrato culturale di cui negli ultimi decenni abbiamo visto concretamente i frutti.

Tuttavia, un’ulteriore domanda e conseguente riflessione sorge spontanea: cosa significa pragmaticamente la “cultura startup”? Per rispondere, potrei fornire questi spunti.

Creare la giusta cultura startup passa inesorabilmente dal porsi le giuste domande di ricerca. A titolo esemplificativo, chiedersi se “succeda spesso che ragazzi che condividono lo stesso appartamento – quindi in parole povere, coinquilini – creino una startup insieme” (quesito che mi è capitato di ricevere), oggi per l’ecosistema italiano è un tema irrilevante, non è la domanda giusta. Interrogarsi su quali siano gli abilitatori e le barriere strutturali (tecnologici, normativi), organizzativi e individuali per l’attivazione della crescita dell’ecosistema può invece costituire un interessante – e utile – oggetto d’indagine.

In secondo luogo, la cultura si crea allorché si inizia a parlare chiaro sui numeri, definendo in maniera rigorosa perimetro d’indagine e metriche, senza lasciarsi andare a facili entusiasmi né a repentini momenti di scoramento (come spiego qui).

Inoltre è importante comprendere come le startup debbano essere una rilevante fonte di occupazione, crescita e soprattutto innovazione, ma non possano costituire la “panacea di tutti i mali”: un ecosistema startup evoluto che si trovi in un Paese socialmente immaturo rischia di ridurre drasticamente il suo potenziale positivo, arrivando perfino a recepirne le contraddizioni – come in parte sta avvenendo proprio negli Stati Uniti, a fronte dei recenti scandali legati a discriminazioni o addirittura casi di “sexual harrasment”. Le startup possono “fare del bene” a un Paese se non lasciate sole, bensì amalgamate in un tessuto sociale che evolva con loro.

Infine, risulta essenziale sfatare un mito negativo sulle startup: quello secondo il quale la “filosofia startup” si trovi in netta contrapposizione con la “filosofia imprenditoriale italiana” – genericamente definita. Mi è capitato in diverse occasioni di ascoltare paragoni tra le startup e la vecchia imprenditorialità, inneggiando ai pregi della seconda – che è “sudata e costruita nel tempo” – e esaltando i difetti della prima – “realizzata troppo rapidamente con strumenti spesso intangibili, e pertanto illusoria”.  Ritengo fermamente che tale paragone sia mal posto.

Ontologicamente, l’imprenditorialità è insita nella ricerca costante di opportunità di business e nello sforzo per cogliere tali opportunità, creando un’organizzazione intorno ad esse.

Pertanto, non esiste una imprenditorialità vecchia e nuova: esiste l’imprenditorialità in un nuovo contesto, più dinamico e mutevole, e con nuovi strumenti, dal potenziale innovativo dirompente e discontinuo. Strumenti che potrei definire “entrepreneurship enhancing”, poiché rafforzano lo spunto imprenditoriale delle persone, aiutandole nel percepire e creare nuove opportunità e nel coglierle in maniera originale. È la variazione del contesto e della tipologia degli strumenti appannaggio dello startupper moderno a far percepire ad un osservatore esterno una apparente differenza sostanziale nello “sforzo” e nella “solidità” delle iniziative passate rispetto alle nuove. Questo porta tuttavia a dimenticare come ogni PMI o grande impresa sia stata – e per certi versi continui ad essere – startup; e come sforzo e ricerca della solidità siano ancora caratteristica delle startup di oggi, ma con un radicale cambiamento per quanto concerne le dimensioni di intensità degli sforzi e concentrazione temporale degli stessi, e la conseguente mutevolezza del concetto stesso di solidità. Nel nuovo piano temporale, gli imprenditori e le loro organizzazioni possono mettere in campo sforzi quasi istantanei ed estremamente elevati – “impulsi” abilitati dalle nuove tecnologie – e il ciclo di vita di ciascuna idea, progetto o organizzazione – o meglio, della configurazione che un’idea, un progetto o un’organizzazione può assumere – può misurarsi in mesi e anni, e non più decenni, a causa della dinamicità esterna e interna.

Comprendere che la startup non è altro che un nuovo volto dell’imprenditorialità, che non ne ha tuttavia mutato i caratteri costitutivi, potrà aiutare a vincere la cultura del sospetto alla base di alcune tendenziose critiche verso la filosofia startup; e potrà altresì facilitare la tanto importante e agognata collaborazione tra startup, PMI e grandi imprese.

 

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Antonio Ghezzi
Direttore dell'Osservatorio Startup Hi-Tech del Politecnico di Milano

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