Brexit, D'Atri (Soundreef): «Me ne vado da Londra» | Economyup
Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Brexit, D’Atri (Soundreef): «Me ne vado da Londra»

di Concetta Desando

24 Giu 2016

Il Ceo della startup sui diritti d’autore fondata in UK spiega perché la capitale britannica potrebbe non essere più un terreno fertile per le nuove imprese. Le alternative? Berlino o Parigi, ma resta il problema della lingua. Forse Amsterdam. Ma la Brexit potrebbe essere anche un’opportunità per l’Italia. Ecco perché

Davide D'Atri, founder di Soundreef
“Me ne vado da Londra: non ha più senso restare qui. Anzi, a saperlo prima non ci sarei venuto neanche a studiare. Sono arrabbiato e deluso, l’Europa unita è un valore per tutti e un vantaggio per chi vuole fare impresa”. Davide D’Atri, founder di Soundreef, la startup sui diritti d’autore fondata proprio a Londra nel 2011, non ci crede ancora: il Regno Unito esce dall’Europa e per tutto l’ecosistema e l’innovazione si aprono scenari incerti.

“Quello che è certo – ci dice D’Atri da Londra – è ciò che cambierà per le startup italiane che finora hanno guardato alla capitale britannica come la capitale europea per le nuove imprese. Non sarà più così semplice fare impresa qui. Almeno per tre motivi: non ci saranno i più i vantaggi assicurati dal libero scambio di merci e servizi; ci saranno problemi di visto; la burocrazia sarà molto più complicata. Ecco perché consiglio agli aspiranti imprenditori di guardare altrove. Lo farò anch’io, con dispiacere perché senza il Regno Unito Soundreef non sarebbe mai nata. Certo, la mia è una reazione a caldo: ci vorranno ancora due anni prima che gli effetti della Brexit si facciano sentire, un tempo sufficiente per capire come e dove muoversi”.

Già, ma dove andare ora per far nascere le nuove imprese? “Con molta probabilità la nuova capitale delle startup europee potrebbe diventare Berlino, ma resta il problema della lingua: molti ragazzi che fanno startup hanno dimestichezza con l’inglese, ma quanti di loro parlano tedesco? Anche Parigi potrebbe essere una buona alternativa, ma c’è sempre il problema della lingua: il francese è diffuso ma non quanto l’inglese. Forse Amsterdam: negli ultimi anni la città si è dimostrata un terreno fertile per le startup, inoltre ha dalla sua parte la lingua inglese, potrebbe essere il suo asso nella manica” continua D’Atri.

E l’Italia? “Ad esser cinici, la Brexit potrebbe essere un’opportunità per l’ecosistema italiano: quando un grande attore esce dalla scena o quando il suo ruolo è ridotto, è chiaro che gli altri attori hanno maggiori possibilità di mettersi in mostra. Come si dice: morto un Papa se ne fa un altro. Io non credo che l’Italia sia in grado di rappresentare quello che ha rappresentato finora Londra per le startup, ma di certo è il momento di tirare fuori il nostro potenziale e di prenderci un pezzettino di quello che Londra sta perdendo”.

E pensare che Davide D’atri a mezzanotte era a Londra a festeggiare in un pub: “I risultati diffusi fino a quell’ora ci facevano sperare in un risultato diverso. Ma l’illusione è durata poco…”

Concetta Desando

Due menzioni speciali al premio di giornalismo M.G. Cutuli, vincitrice del Premio Giuseppe Sciacca 2009, collaboro con testate nazionali. Per EconomyUp mi occupo di startup, innovazione digitale, social network

Articoli correlati