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Post referendum

Brexit e startup, ecco che cosa può succedere adesso

24 Giu 2016

Il Regno Unito ha scelto di abbandonare l’Unione europea. Ora per l’innovazione si aprono scenari incerti: è possibile che Oltremanica arrivino meno investimenti per le nuove imprese e diventi più difficile assumere talenti. In questo contesto, alcune giovani società potrebbero scegliere altri ecosistemi europei come Berlino o Parigi

Il Regno Unito ha detto no all’Europa. L’opzione “Leave” con il 51,9% dei voti. Dunque Brexit sarà. Gli effetti sulle borse si stanno osservando già a pochi minuti dal responso delle urne. I mercati finanziari sono in fibrillazione e la sterlina è piombata ai livelli minimi da 30 anni. Regna un clima di incertezza che molto probabilmente si farà sentire anche in Europa e sulle piazze finanziarie internazionali per un po’ di tempo. Il processo di distacco dall’Unione europea si prenderà almeno un paio d’anni e saranno i difficili negoziati tra Londra e Bruxelles a stabilirne le modalità.

Per il mondo dell’innovazione e delle startup quali potrebbero essere gli effetti? Su alcuni, le analisi di economisti e imprenditori convergono.

Circolazione più difficile di beni e servizi. Anche se non è ancora chiaro se il Regno Unito aderirà o meno allo Spazio economico europeo (come Norvegia, Islanda e Lichtenstein) che prevede la libera circolazione di beni, capitali e persone e la partecipazione ad alcuni programmi di ricerca, è prevedibile che la facilità con cui prodotti e servizi oltrepassavano la Manica in entrata e in uscita nel tempo si riduca generando problemi alle aziende britanniche in Europa. Mentre con le leggi attuali, le startup con sede a Londra o in altre città britanniche operano all’interno di un regime di norme unico per 28 Paesi, con il “leave” è probabile che nascano nuove regole che renderebbero tutto meno fluido e le imprese dovrebbero orientarsi in un potenziale caos regolatorio.

Meno investimenti. La piazza finanziaria di Londra è una delle maggiori del mondo. E uno dei principali motivi che hanno portato nella capitale britannica così tante startup è stato proprio l’afflusso di capitali stranieri. Ottenere investimenti è stato negli ultimi anni più semplice e il taglio dei finanziamenti è stato sempre mediamente più alto rispetto al resto dell’Europa. Con la Brexit, una parte di investitori, a cominciare da quelli europei o da quelli che utilizzavano Londra come porta di accesso al mercato Ue, potrebbe ritenere meno attraente investire in UK e nelle sue startup. In questo modo, il flusso di capitali si restringerebbe, rendendo meno conveniente per le giovani imprese la permanenza in un Paese come il Regno Unito.

Più complicato trovare talenti. Un grande asset del Regno Unito in tema startup era la facilità di assumere talenti provenienti da tutta Europa in virtù della libertà di circolazione che vige nell’Unione europea. Quindi, a meno che Londra non riesca a “strappare” a Bruxelles tutti i vantaggi dell’appartenere all’Ue – ma è senz’altro difficile – mantenendo il privilegio di non farne parte, il mercato del lavoro potrebbe complicarsi perché l’accesso di personale qualificato Oltremanica si renderebbe soggetto a permessi e burocrazie. Tanto in entrata quanto in uscita. Non a caso, gli stessi lavoratori britannici che ambiscono a entrare nei team delle startup che hanno sede in altri Paesi europei potrebbero trovare difficoltà. In più, i talenti già presenti sul territorio britannico, laddove fossero costretti a “giustificare” ogni anno la loro presenza per motivi lavorativi potrebbero optare in alcuni casi per Paesi in cui la circolazione di persone è libera e non vincolata a timbri e documentazioni.

Fuga verso Berlino, Parigi o… Tra difficoltà in ambito normativo, minori investimenti, ostacoli nell’assunzione di talenti e di personale altamente qualificato, alcune startup che hanno sede a Londra, magari fondate da cittadini europei, potrebbero scegliere di spostarsi su altre piazze emergenti per l’imprenditoria innovativa, come Berlino, dove già esiste l’ecosistema più competitivo in Europa dopo Londra, Parigi, dove il numero di startup e la quantità di investimenti sta crescendo, o, con meno probabilità, altre città europee, tra cui le stesse Milano e Roma. Esclusi alcuni settori, come il fintech, in cui il Regno Unito resterebbe al top, per tanti ambiti potrebbe risultare più conveniente fare startup altrove e accedere comunque ai mercati internazionali. Allo stesso, chi non è ancora arrivato in Inghilterra sarebbe meno attratto dal fondare una nuova impresa lì. L’esodo verso Londra delle startup potrebbe quindi arrestarsi. 

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