Il figlio di missionari con la startup da 700 milioni: chi è Simone Mancini, founder di Scalapay - Economyup

L'INTERVISTA

Il figlio di missionari con la startup da 700 milioni: chi è Simone Mancini, founder di Scalapay



Simone Mancini ha creato 2 anni fa con Johnny Mitresvki la startup Scalapay per dilazionare i pagamenti che di recente ha ottenuto 155 milioni di dollari. Come ha fatto? Tanto lavoro, talento imprenditoriale ma anche una storia personale che l’ha portato dall’Australia all’Italia all’Europa. Qui la racconta

di Luciana Maci

27 Set 2021


Simone Mancini, CEO Scalapay

Parla con un marcato accento toscano ma è vissuto per circa 30 anni in Australia, ha fondato la sua società in Italia ma la sede legale è a Dublino, è abituato ai valori (e ai sacrifici) della vita da missionario ma in questo momento ha tra le mani 155 milioni di dollari: l’esistenza di Simone Mancini è indubbiamente sorprendente. Come lo è stato il recente round di investimento che ha fatto schizzare la startup da lui co-fondata, Scalapay, a una valutazione pari a 700 milioni di dollari. Una società innovativa che consente di dilazionare i pagamenti in tre rate senza interessi, nata soltanto due anni fa, che in poco tempo ha attirato l’attenzione (e gli investimenti) di colossi del venture capital. Ma molto tempo prima, quando il piccolo Simone aveva solo tre anni, a puntare l’attenzione su di lui e sulla sua numerosa famiglia (7 figli, dei quali è il quinto) era stato qualcuno di molto più importante: il Papa.

I suoi genitori originari di Empoli (Firenze) erano missionari laici della Chiesa cattolica, pronti a partire per un programma internazionale voluto da Giovanni Paolo II. Furono sorteggiati per trasferirsi in Australia, a Darwin, insieme a un’altra famiglia. L’obiettivo: dare sostegno alla Chiesa locale. Che in Australia, sterminato Paese a bassa densità di popolazione, non vuol dire scendere di casa e fare due passi per dare una mano al prete in oratorio, ma può significare percorrere in auto centinaia e centinaia di chilometri per raggiungere un sacerdote che abita in un luogo impervio e sperduto. “Abitavamo in una regione di 200mila abitanti grande 5 volte l’Italia” rievoca Simone in questa intervista esclusiva rilasciata a EconomyUp.

È forse da allora che ha cominciato a ignorare distanze e confini, arrivando a interpretare il mondo come un unico, enorme territorio dove si può fare impresa. E, naturalmente, ha funzionato. A settembre 2021 Tiger Global, il grande venture capital statunitense, ha deciso di avventurarsi nel mercato europeo del Buy now pay later (Bnpl, Compra ora paga dopo), guidando il round di investimento per Scalapay, che da agosto 2019 aveva preso vita e stava crescendo in Lombardia. Ma la sede legale è stata spostata a Dublino. “I nostri investitori sono in maggior parte basati nel Regno Unito e negli Stati Uniti, conoscono molto bene il diritto irlandese e molto poco quello italiano, perciò si sono sentiti più tranquilli a investire in una società irlandese” dice ora il founder della startup – ormai scaleup – che ha cominciato la sua attività in Italia, per poi aprire in Francia e Germania, e adesso vuole espandersi in altri Paesi europei. In questo contesto ha ancora senso parlare di appartenenze geografiche? Per la famiglia Mancini non deve essere mai stato un problema.

La gavetta in Australia, il rientro in Italia, l’investimento internazionale

Dalle chiese australiane in mezzo al nulla ai party milanesi per il lancio di Scalapay (in questi giorni la città è invasa da manifesti ed eventi di promozione) il passo è lungo. Cosa è successo nel frattempo? Diversi impieghi, un’attività da startupper seriale, un sodalizio importante e, ovviamente, una una buona dose di talento imprenditoriale.

“Dopo la laurea nel 2009 alla Charles Darwin University – spiega Mancini – ho fatto tanti lavori in vari settori, dall’edilizia alla difesa”. Ma presto scopre che la sua vera natura è quella di imprenditore. Dopo aver seguito un corso di cucito, Simone crea un suo brand di moda per vendere online. Nel 2015 lancia, con l’amico Johnny Mitresvki (oggi co-founder e CTO di Scalapay), EatTonight, un marketplace con sede a Sidney per vendere cibo fatto in casa: “Le persone potevano proporre online vivande cucinate con le loro mani per rivenderle ai vicini” spiega. Sempre quell’anno, e sempre con Johnny, “sforna” (è proprio il caso di dirlo) un’altra startup, Sweetly, piattaforma per artisti decoratori di torte pronti a ricevere ordinazioni. In seguito si concentra su un’applicazione per l’invio di denaro tramite app.

In questo percorso ha un peso rilevante il sodalizio creato con Johnny Mitresvki: “Anche lui è figlio di emigrati in Australia – dice Mancini – i suoi genitori sono originari della Macedonia, perciò ho riscontrato in lui un atteggiamento e dei valori simili ai miei: il lavoro, l’importanza di soffrire per ciò in cui si crede”.  Usa proprio questo verbo, “soffrire” (così come ripete più volte il termine “valori” e declina il concetto di “amore” riferito all’attitudine del cliente verso il prodotto e dell’imprenditore verso il cliente).

Il primo momento di “sofferenza” dei due imprenditori – ma anche quello in cui capiscono che c’è un’opportunità di business – è quando si confrontano con l’insoddisfazione del cliente. “Gestivamo negozi online – spiega – e si rimaneva frustrati quando i clienti all’ultimo momento abbandonavano l’acquisto. In Australia, da circa 10 anni, esiste la possibilità di pagare a rate sull’ecommerce, e vedevo che questo aiutava molto le vendite e aveva forte impatto sulle metriche. Così siamo partiti dai pagamenti dilazionati per costruire Scalapay”.

“Non ci interessava – specifica l’intervistato – offrire pagamenti rateali come fanno le banche, ma volevamo proporre uno strumento per aiutare i merchant nel settore della moda, della cosmetica e dei prodotti per la casa, e garantire all’utente qualcosa che non fosse percepito come un prestito, ma che gli consentisse di acquistare la merce che ama senza pesare sul proprio budget”.

E qui entra in gioco l’Italia. “Non ci avevo mai lavorato, ma è la capitale della moda, il settore che interessa a Scalapay. Così abbiamo deciso di partire per Milano”. Il bambino che aveva lasciato il Paese d’origine a tre anni ci ritorna da trentenne. “Ovunque vada mi sento a casa, in Italia o in Australia” assicura lui. Anche se sa che non è frequente veder rientrare in territorio italiano i cosiddetti cervelli in fuga. “C’è uno spirito imprenditoriale molto forte in Italia, scopri persone con progetti fantastici, ma spesso manca il capitale. È un grande vantaggio poter raccogliere fondi all’estero per poi sviluppare l’attività in Italia e all’estero”.

Scalapay simbolo del Buy now pay later? Non solo…

Anche Scalapay, come tutte le startup, deve confrontarsi con un inizio non proprio in discesa. I due co-founder, insieme a Raffaele TerroneDaniele Tessari e Mirco Mattevi, credono fortemente in quello che fanno, ma, come da copione, c’è qualcuno che dà loro dei “pazzi”. Altri invece aguzzano la vista e osservano con interesse la nascente realtà imprenditoriale. “C’è stato molto passaparola tra i clienti” sostiene Mancini. “In 2 anni siamo arrivati a 3000 integrazioni, un traguardo importante. Gli investitori si sono innamorati”. Arrivano i 155 milioni di investimento, tutto in equity, con il funding fatto nella società irlandese.

Scalapay ha puntato su un cavallo che si sta rivelando vincente: il Buy now pay later, che, se vogliamo, è la versione tecnologica, con alcune importanti distinzioni, dei vecchi pagamenti a rate. La pandemia ha impresso una spinta all’eCommerce e allo stesso tempo ha creato un clima di incertezza socio-economica. La possibilità di rateizzare i pagamenti sembra essere una risposta delle masse allo spirito del tempo.

Tuttavia Simone Mancini tiene a precisare che a lui non piace la definizione di BNPL attribuita alla sua azienda: “È una categoria in cui rientrano tanti tipi di prodotti, anche i finanziamenti a 6 o 12 mesi, con interessi o meno. Noi invece vogliamo dare al cliente finale possibilità di godere di piccoli piaceri“.

Qualcuno ha paventato il rischio di creare una generazione di “indebitati”. I giovani sono infatti tra i principali target di utenza dell’app (“Molti clienti più giovani usano Scalapay per regalarsi una borsa Prada o le scarpe Valentino che adorano e che sognano da tempo” ha dichiarato  Johnny Mitrevski). C’è l’eventualità di indurre la Generazione Z a comportamenti finanziari “a rischio”?. “L’acquisto medio dall’app Scalapay è di 110 euro spalmabili in 3 buste paga” tiene a sottolineare Simone Mancini. “Vogliamo che il cliente ci ami, non che la spesa vada a pesare sul suo budget. E puntiamo sul ‘create magic’, cioè sull’andare oltre le sue aspettative”.

I traguardi da raggiungere sono ancora tanti. Scalapay è da poco entrata nel travel: si potrà usare l’app per pagare a rate un weekend romantico o qualche giorno al mare. “Stiamo iniziando a sviluppare il team e l’integrazione con piattaforme diverse sul travel” riferisce l’imprenditore. Che aggiunge: “Un’app come la nostra è in grado di trasformare l’esperienza d’acquisto, da quando il cliente arriva a quando esce, perciò vediamo tantissime opportunità all’orizzonte”. Il viaggio del figlio dei missionari nello sterminato territorio dell’impresa in fondo è appena iniziato.

Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in…