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Isspresso, ovvero un caffè made in Italy spaziale

28 Nov 2014

La torinese Argotec e la Lavazza hanno creato la prima macchinetta dell’espresso per lo spazio. L’ha portata con sè Samantha Cristoforetti. Arcangeli (Lavazza): «L’idea nasce da una richiesta di un altro astronauta: Luca Parmitano». Avino (Argotec): «L’innovazione trova sbocchi commerciali anche sulla Terra»

Da sinistra: Giuseppe Lavazza e David Avino
David Avino è un ingegnere informatico torinese. Per sua stessa ammissione, non sa cucinare nemmeno un uovo. Eppure è tra le menti che hanno creato la prima macchinetta del caffè espresso da mandare nello spazio.

«Lo so, è paradossale», spiega ridendo con l’entusiasmo tipico di chi sa di aver fatto la storia di un prodotto innovativo.  Messa a punto dall’azienda aerospaziale torinese Argotec – di cui Avino è amministratore delegato – e da Lavazza, la Isspresso  è infatti uno di quei congegni che condensano tecnica, creatività e molta follia.

Perché solo un team di italiani avrebbe potuto concepire un sistema in grado di portare il made in Italy oltre l’atmosfera terrestre e far gustare agli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale, e alla neo arrivata Samantha Cristoforetti , un buon caffè espresso nostrano.

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«Non un caffè qualunque, ma proprio l’espresso come lo gustiamo al bar», sottolinea Avino che dal suo quartier generale torinese segue da quattro anni il programma space food, cioè la messa a punto dei menu che gli astronauti mangiano in assenza di gravità. 

«Da anni – continua Avino – studiamo come ricreare consistenze e sapori di pietanze tipiche, per così dire “terrestri”. Lo facciamo assieme a un gruppo di ingegneri, tecnici, nutrizionisti e allo chef Stefano Polato». Dal pollo con curcuma al risotto passando per la crema di funghi, non c’è piatto che non sia stato riprodotto per essere assaporato anche in assenza di gravità.

Ma da dove si parte? Come si fa a mandare in orbita una parmigiana o un pollo arrosto? «Partiamo dalle richieste degli astronauti ma dobbiamo fare attenzione a creare cibi che non facciano briciole, che restino compatti – penso ad esempio ai chicchi di riso –  e non si disperdano all’interno dei moduli spaziali».

►Ecco la stampante 3D che Samantha usa nello spazio

Con Samantha Cristoforetti la gastronomia a gravità zero farà un salto di qualità, perché il team di Avino ha dovuto sperimentare cibi biologici e ingredienti che l’astronauta potrà assemblare creando ricette made in space. Alla faccia di Masterchef. Ma proprio un ingrediente semplice come il caffè ha messo a dura prova gli ingegneri e i tecnici italiani.

Per ricreare le condizioni adatte al tipico espresso ci sono voluti circa due anni. Una vera sfida, vinta grazie a un nuovo modo di riscaldare e miscelare fluidi e polvere di caffè, mantenendo intatto l’aroma dell’espresso servito all’interno di un punch (una sorta di sacchetto trasparente dotato di cannuccia). Certo, non si può parlare di semplice macchinetta – peso, design e funzionamento sono lontani dal modello classico – ma chissà che l’adattamento ingegneristico non ispiri qualche nuova tecnica culinaria.

Argotec non ha fatto tutto da sola ma si è affidata agli oltre 120 anni di esperienza di Lavazza, altra azienda di Torino con il pallino delle sfide e dei chicchi di caffè. Come spiega Marcello Arcangeli, direttore dell’Innovation Center Lavazza, «l’idea della Isspresso nasce dalla richiesta di un altro astronauta, Luca Parmitano, che quasi scherzando aveva detto in una intervista quanto gli mancasse un buon espresso nello Spazio».

Detto fatto, Lavazza ha messo a disposizione la tecnologia con cui realizza le famose capsule. «In buona sostanza, abbiamo fornito il primo pezzo attorno a cui costruire una macchina espresso a prova di galassia», scherza Arcangeli che spiega come innovare significa «essere sempre un passo avanti agli altri, immaginando modelli e sistemi futuristici di consumare  e produrre».

Una visione immaginifica che avrebbe il merito di aprire nuovi orizzonti di mercato. Argotec, infatti, ha messo subito in vendita alcuni dei prodotti studiati per lo spazio grazie a un portale e-commerce, Ready To Lunch. «Le assicuro – conclude Avino – che l’innovazione utilizzata in orbita trova subito ottimi sbocchi commerciali sulla Terra». Oltre l’export, dunque, e verso galassie sconosciute per il made in Italy.

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