Startup, il turnover fa bene alle persone e alle aziende

Rinnovare il team di una società di piccole dimensioni è una sfida pericolosa, ma anche le piccole organizzazioni invecchiano e degenerano. Le sostituzioni a volte si fanno a malincuore: ma, cambiando, i lavoratori si confrontano con cose nuove e le imprese si mettono in discussione

Pubblicato il 26 Ott 2017

startupfighting

Avete pensato di fare gli startupper o gli imprenditori? Bellissimo!
Una domanda: avete pensato al team?

No, no, non quello da sito web, con le faccine simpatiche da azienda “ggiovane” e dinamica, pieno di titoli altisonanti e Vice President che vi hanno dato l’ok a mettere la foto per dare credibilità all’iniziativa. No, non quello per gli investitori o per i pitch.

No, io parlo del Team, quello vero, con la T maiuscola. Della squadra che tira la carretta, che si rimbocca le maniche e lavora. Parlo della squadra che si sacrifica e che crede all’iniziativa. Insomma, parlo dei mediani, dei difensori, non dei bomber da parata. OK, se ci avete pensato e l’avete trovata, avete pensato a come trattenerla? Avete pensato a quali saranno gli scossoni che rischieranno di disgregarla?

Ve lo chiedo perchè rinnovare il team in un’azienda di piccole dimensioni è una sfida ed è molto, molto pericoloso. Gli scossoni capitano, per mille motivi (io ne potrei elencare duemila), anche inimmaginabili oggi, semplicemente perchè la vita presenta situazioni inimmaginabili.

Più della grande corporate, una piccola azienda (forse per la naturale limitazione dei ruoli) presto o tardi diventa un microcosmo di equilibri, competenze, piccoli regni e fortezze in cui, a lungo andare, ciascuno si barrica.
Ricordate i modelli da manuale di gestione aziendale?
Si è portati a ritenere che in una piccola azienda non si inneschino i processi di burocratizzazione e sclerotizzazione tipiche delle grandi organizzazioni.
Beh, non è vero, anche le piccole organizzazioni invecchiano e degenerano.
Posso smentirvi con decine di casi reali alla mano.

Ho vissuto la grande multinazionale (da dipendente e consulente) e la micro azienda, il minimo comune denominatore di entrambi le organizzazioni sono le persone. E le persone, oltre ad essere il bene principale dell’azienda, crescono, sono abitudinarie, perdono entusiasmo, si contaminano con le beghe personali, si stancano, si lasciano andare. Le persone smettono di guardare criticamente il proprio lavoro o il proprio ruolo, diventano ipercritiche con il lavoro dei colleghi e pensano che quello che fanno o che hanno sempre fatto sia sempre e comunque il modo migliore di fare le cose. Le persone iniziano a pensare di essere indispensabili e dopo un po’ ci credono davvero. Non migliorano più perchè non ne hanno più voglia o pensano che non ne valga la pena.

In ogni organizzazione per cui ho lavorato (e vi garantisco che come dipendente o consulente ne ho viste tante), nel tempo si innescano invidie, incomprensioni insanabili, rancori, atteggiamenti non collaborativi. Dopo un po’ c’è sempre quello che crede di sapere più degli altri, che saprebbe come fare le cose (se solo potesse decidere lui), ma che non si assume mai una vera responsabilità, c’è quello che si ritiene vittima di ingiustizie (vere o presunte), quello che punta il dito alla ricerca dei responsabili e quello che effettivamente è incompetente e/o si comporta da stronzo, avvelenando il clima.

Questo processo di degenerazione può avvenire in ogni organizzazione, senza distinzione di collocazione geografica e di grado di maturazione. Certo, laddove il mercato del lavoro è più statico o inesistente, questi processi sono più rapidi e più difficili da gestire. semplicemente perchè è più complesso procedere al ricambio.

Le grandi organizzazioni hanno una ridondanza connaturata delle persone e l’assenza di una risorsa viene rapidamente metabolizzata. Nelle piccole organizzazioni, il team è critico e sostituire alcune risorse senza contraccolpi può non essere semplice.

Eppure credo che in ogni organizzazione debba esserci un sano turnover, perchè mette le persone in condizione di confrontarsi con il mercato del lavoro, ma soprattutto perchè permette di iniettare aria nuova all’interno dell’azienda, favorendo l’inserimento di risorse con esperienze e background diversi.
Inutile illudersi. Ovviamente ci saranno dei contraccolpi. Sicuramente ci saranno insoddisfazioni, resistenze al cambiamento, discussioni, eppure non è un processo da cui ci si può esimere.

Mio padre ha lavorato per tutta la sua vita professionale per la stessa azienda. Io ho cambiato cinque aziende nella mia vita e ne ho costituite tre (dopo aver lavorato da libero professionista). Cambiare fa bene, mantiene giovani le persone perchè le porta a confrontarsi con cose nuove (o magari ad apprezzare ciò che si è lasciato, quando è ormai tardi). Cambiare fa bene alle aziende, perchè le pungola, le mette in discussione, forse sotto pressione, ma certamente le può far crescere.
Caro imprenditore in pectore, ricorda però che, se non ben gestito, cambiare rischia di incrinare il rapporto di fiducia tra dipendenti e azienda.

Ho visto in questi giorni la fiction sulla vita di Adriano Olivetti, poi ho comprato tutti gli scritti. Il  padre di Olivetti chiese al figlio, quando passò il testimone, di non licenziare mai nessuno dei suoi dipendenti.

Certo il paragone non regge, eppure quando nel 2007 decisi di creare un’azienda speravo, con tutto me stesso, di creare un’organizzazione dove le persone avessero mostrato un tale entusiasmo per ciò che facevano da non dover mai mandare via nessuno. Ho creduto di comportarmi da “padre” per le persone che lavoravano con me, magari non sempre è stato percepito e certamente avrò sbagliato mille cose. Ho resistito 10 anni a questa filosofia. Ho dovuto cedere in questi mesi di profondo e veloce cambiamento per la mia azienda.
Il rinnovamento della squadra, in alcuni casi, l’ho fatto a malincuore, in altri ho ritenuto che fosse necessario, in altri ancora non ho fatto nulla per trattenere.

Ho riorganizzato, investito su qualcuno, trattenuto qualcun altro, rassicurato altri, scommesso sul futuro dell’azienda confrontandomi con il mercato del lavoro.
Mi sono dovuto rimboccare le maniche per gestire la transizione, dimenticare nuovamente ciò che erano i miei piani di vita personale (almeno finchè non ne avrò una) e provare a dimostrare che ciò che è stato fatto una volta, può essere rifatto, perchè un’azienda non è coincidente con le persone che ci sono dentro. Nemmeno con il fondatore.

La sfida oggi è dimostrare che la mia azienda può crescere con un nuovo team, con nuovi presupposti, provando a diventare veramente un’organizzazione autonoma.

Credo che ci siano i presupposti, se tutti ci impegniamo.

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