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Burnout lavoro: da casa in ufficio senza limitare la creatività

Se da una parte il lavoro da remoto permette di conciliare meglio vita privata e lavoro, dall’altra la difficoltà a separare le due sfere e la cultura dell’ “always online” possono portare conseguenze negative sulla salute mentale, che culminano nel burnout. Quali sono i fattori di rischio e quali le possibili soluzioni?

Pubblicato il 28 Feb 2022

Burnout concept

Stanchezza, difficoltà a concentrarsi e perdita di motivazione: sono soltanto alcuni dei sintomi del burnout, stato di esaurimento (emotivo, fisico e mentale) che può verificarsi in chi lavora.

Se in alcuni Paesi se ne parla già da tempo – in Svezia, ad esempio, è riconosciuto come una vera e propria malattia – in Italia questo termine è entrato nel linguaggio comune durante la pandemia. E non è un caso.

La crisi sanitaria ha accelerato la digitalizzazione di molte attività, evidenziando però pregi e difetti dell’esperienza digitale. Da un lato, infatti, le tecnologie hanno aiutato le aziende a mantenere la continuità operativa e ad abilitare modelli di lavoro flessibile – dove il focus si sposta dalle ore passate in ufficio ai risultati – che permettono il lavoro anywhere e anytime.

Dall’altro, però, lavorare in una dimensione di costante connessione fa crescere in molti lavoratori la difficoltà a separare la sfera professionale da quella privata, con ripercussioni sulla salute fisica, mentale e sulla produttività stessa. Ecco perché, se in un primo momento il lavoro da remoto è sembrato essere la soluzione del futuro, a pochi mesi dall’inizio della pandemia si è iniziato a parlare di lavoro ibrido, dove attività in presenza e attività in remoto si alternano.

Nel modello di lavoro agile aumenta il rischio di burnout

Uno studio realizzato nel 2020 da alcuni ricercatori della Harvard Business School e della New York University, ha analizzato l’impatto del lavoro da remoto su oltre tre milioni di lavoratori dislocati in 16 città del Nord America, Europa e del Medio Oriente.

Dallo studio è emerso che nel momento in cui è venuto a mancare l’elemento di separazione tra vita privata e vita lavorativa – la presenza in ufficio – i confini tra i due ambiti sono diventati sempre meno chiari, con conseguenze sia nella sfera lavorativa sia in quella personale.

Dall’indagine è emerso inoltre che lo smart working ha portato a un incremento medio del monte ore di lavoro dell’8,2%, equivalente a 45 minuti in più al giorno.

Crescita dovuta alla difficoltà di gestire aspetti importanti e complessi del lavoro all’interno del team e che ha portato dunque a un aumento di telefonate e videochiamate tra colleghi, con quest’ultime che hanno registrato un incremento del 12,9%, a fronte però di una riduzione nella durata del 20%. Lo studio ha evidenziato anche un aumento delle e-mail inviate fuori orario lavorativo (+8%).

Un’altra indagine, realizzata da Oracle e dalla società di consulenza Workplace Intelligence, ha invece analizzato l’impatto di questo cambiamento sulla salute mentale di 12 mila lavoratori provenienti da 11 Paesi (tra cui l’Italia). Il 70% dei lavoratori intervistati ha accusato maggiore stress sul lavoro nel 2020 rispetto all’anno precedente, con il 38% che ha sofferto di ansia, il 35% della mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata, il 25% ha dichiarato di soffrire di burnout, un altro 25% di depressione da carenza di socializzazione e un 14% di solitudine.

I pericoli della cultura “always online”

L’accelerazione del processo di digitalizzazione ha dunque trascinato una percentuale significativa di lavoratori all’interno di quella che viene definita cultura “always online”.

Nei Paesi dove lo smart working era realtà ancora prima della pandemia si parlava del tema già da tempo. Una ricerca presentata alla conferenza annuale della British Psychology Society nel 2019 ha evidenziato gli effetti negativi di questo modello lavorativo: i lavoratori che trovavano difficile “staccare la spina” riportavano stanchezza, ansia e difficoltà di concentrazione.

La ricerca, inoltre, ha mostrato il circolo vizioso della cultura “always online”: i lavoratori che più frequentemente rispondevano a comunicazioni di lavoro anche fuori orario erano quelli che davano un giudizio più positivo sulla propria occupazione.

Tuttavia, l’incapacità di staccare la spina, nel lungo periodo, ha portato questi lavoratori ad essere meno produttivi, meno contenti del proprio lavoro e ad esprimere un giudizio negativo nei confronti dell’azienda.

Anche per questo, la pandemia ha spinto molti lavoratori a scegliere di cambiare la propria occupazione. Il fenomeno è diffuso e significativo, tanto che negli Stati Uniti si parla di “The Great Resignation” (che in italiano possiamo tradurre come “la grande ondata di dimissioni”), con il 55% della forza lavoro statunitense che è pronta a cambiare lavoro nel corso del 2022.

Cosa possono fare le aziende per prevenire il burnout dei lavoratori

È quindi importante che le aziende prendano delle precauzioni per evitare il burnout dei propri dipendenti.

In una recente intervista per la Cnbc, la giornalista Jennifer Moss, autrice di un libro sul tema (“The Burnout Epidemic: The Rise of Chronic Stress and How We Can Fix It”) ha spiegato che il punto di partenza è riconoscere all’interno dell’azienda l’importanza della salute mentale e parlare del rischio di burnout.

E per fare questo, le organizzazioni devono creare un ambiente caratterizzato da fiducia e flessibilità che permetta ai lavoratori di creare il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata.

Devono essere i manager stessi a dare il buon esempio, incoraggiando il personale a prendersi delle pause quando si manifesta la necessità e creando uno spazio sicuro in azienda che metta i lavoratori in grado di comunicare le proprie difficoltà e richiedere del tempo libero, se necessario.

Come cambia l’ufficio nell’era del lavoro ibrido

La pandemia ha anche portato alla luce il rischio di isolamento a cui sono esposti quei lavoratori che lavorano sempre da remoto.

Una ricerca pubblicata su Nature, infatti, ha evidenziato che lo smart working può avere un impatto negativo sul network del lavoratore, perché lo porta a rafforzare i legami già formati con i colleghi, ma a trascurare quelli meno stretti e a non formarne di nuovi.

Avendo meno possibilità di confronto con altri dipartimenti aziendali e con persone esterne alla propria azienda, il lavoratore ha meno opportunità di crescita professionale e, alla lunga, questo si ripercuote anche nelle sue prestazioni e nella sua creatività.

Per questo, molte aziende stanno abbandonando il modello centralizzato – dove vi è un’unica sede centrale e i dipendenti viaggiano ogni giorno verso e dall’ufficio – a favore di uffici decentrati più piccoli e più vicini ai lavoratori.

I vantaggi di un ufficio Phygital

Questo spiega anche perché molte aziende scelgano spazi flessibili ed innovativi, che mettano a servizio dei dipendenti uffici privati, open space, sale riunioni e molto altro.

Di questo si occupa Phygiwork, azienda che propone un modello phygital, ossia spazi altamente personalizzati dove i vantaggi di un ufficio fisico vengono potenziati dalle tecnologie digitali.

Per le aziende scegliere questo approccio vuol dire risparmiare sui costi di acquisto e gestione dell’ufficio e vivere spazi di lavoro altamente digitalizzati che promuovono una cultura di sostenibilità all’interno dell’organizzazione.

Il lavoratore ha invece a disposizione molto più di un semplice ufficio, ma una community dove potrà usufruire di servizi pensati per massimizzare il benessere delle persone e la loro produttività, oltre che a numerose opportunità di networking.

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Michelle Crisantemi
Michelle Crisantemi

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