Trump e le multinazionali: un passo verso il “capitalismo parrocchiale”

L’Economist sostiene che il nuovo corso protezionista della Casa Bianca porterà al ridimensionamento delle compagnie globali. Del resto la globalizzazione della Cina ha un approccio altrettanto nazionalistico, avverte il Wall Street Journal. Una svolta per l’economia mondiale

Pubblicato il 30 Gen 2017

Trump e le multinazionali: un passo verso il “capitalismo parrocchiale”

“Mr Trump è inusuale nei suoi toni aggressivamente protezionistici, ma da molti punti di vista è in linea con i tempi. Le imprese multinazionali, punta d’ariete del processo di globalizzazione, sono in arretramento da molto prima delle “rivolte populiste” del 2016. Sono peggiorate – fanno eccezione soprattutto le imprese legate al mondo Internet [ai vertici mondiali per capitalizzazione di Borsa] – le loro performance finanziarie, spesso inferiori a quelle delle imprese locali: perché sembrano aver esaurito la capacità differenziale di tagliare i costi, sfruttando l’effetto di scala derivante dalla presenza su più mercati, e di ridurre al minimo le tasse, spostando gli utili nei Paesi fiscalmente più “clementi”. Le bordate di Mr Trump sono rivolte contro imprese che sono sorprendentemente vulnerabili e che, in molti casi, hanno già invertito la loro rotta”.

È la mia traduzione libera di un articolo della storia di copertina dell’Economist, riportando una serie di statistiche (che meriterebbero una

verifica approfondita) a conferma della tesi ed elencandone le principali cause: tra cui la crescita dei costi di coordinamento e l’atteggiamento sempre più ostile nei riguardi dell’elusione fiscale. Un articolo di fondo che dà conseguentemente per scontato il ridimensionamento del fenomeno della globalizzazione. “Il risultato – è ancora una mia traduzione libera – sarà una forma di capitalismo più frammentato e “parrocchiale”, molto probabilmente meno efficiente ma forse con un più ampio supporto da parte della gente. E l’infatuazione per le imprese multinazionali globali verrà vista in futuro come un “accidente storico” nella storia del business, e non come il punto finale di arrivo”.

On Globalization, China and Trump Are Closer Than They Appear”, sosteneva a sua volta due giorni fa The Wall Street Journal, commentando la fede nella globalizzazione proclamata a Davos dal leader cinese Xi Jinping. “Una fede, la cinese, molto diversa da quella occidentale tradizionale che lega la globalizzazione al liberismo. La Cina subordina le forze di mercato e le relazioni commerciali ai sovrastanti interessi nazionali. E Trump sta dimostrando un approccio altrettanto nazionalistico alla visione del mondo”. E prosegue ricordando che il libero commercio è “politicamente più facile da vendere” quando si opera in condizioni di forza, che gli inglesi ne adottarono la filosofia solo nel XIX secolo e che gli statunitensi hanno mantenuto barriere protettive alte sino a dopo la II guerra mondiale, che la Cina sta cercando ora di recuperare la sua antica egemonia economica. Esprime dubbi sulla possibilità delle politiche protezionistiche di Trump di raggiungere i loro obiettivi, a fronte delle contromisure ritorsive che potrebbero danneggiare alcuni dei comparti forti dell’economia statunitense. Ma soprattutto chiude con la dichiarazione pessimistica che “il vero perdente è il resto del mondo” e che il messaggio proveniente da Davos non è che “la Cina è il nuovo guardiano di un’economia globale aperta”, ma piuttosto che “non ci sono più guardiani” a difesa dell’apertura dell’economia mondiale.

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