Claudio Rorato (PoliMi): PMI e digitale, gli imprenditori si sentono soli

INTERVISTA: CLAUDIO RORATO

PMI e innovazione digitale: gli imprenditori si sentono soli, serve più collaborazione



L’innovazione digitale è già un punto di forza nelle PMI di maggiori dimensioni ed è invece considerata un costo da quelle più piccole. Leggiamo i dati del report dell’Osservatorio dedicato con il direttore Claudio Rorato. “Il cambiamento va sostenuto con azioni comuni di filiera”

di Stefano Casini

16 Giu 2022


Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano

Quali sono gli ingredienti chiave per un’innovazione efficace nelle PMI? “Ragionare e agire in chiave sistemica”, e “fare innovazione e sviluppo tecnologico non da soli, ciascuno per conto proprio, ma ognuno all’interno dell’intera filiera”. Questo devono fare imprenditori e imprese per svilupparsi nella visione di Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, che ha presentato il suo nuovo report sullo stato di maturità digitale di un sistema di imprese che rappresenta la metà del fatturato nei settori chiave del Made in Italy.

EconomyUp ha “letto” questi dati con Claudio Rorato che propone alcune chiavi di lettura particolarmente stimolanti per affrontare il ritardo indubbio del sistema. In Italia l’innovazione digitale è già un punto di forza per le PMI cosiddette ‘Large’, cioè con fatturato sopra i 50 milioni di euro e un numero dipendenti superiore a 250, ma non ancora per quelle ‘tradizionali’ e di minori dimensioni. Non a caso, il digitale è considerato come un costo solo dal 2% delle Large, rispetto al 16% delle altre PMI, mentre per il 60% di quelle più performanti è lo strumento cardine per costruire il futuro dell’azienda, rispetto al 35% delle PMI meno evolute. In entrambe le categorie, però, risulta ancora carente l’attività di formazione e aggiornamento svolta per i dipendenti e per il management. E si sa che l’innovazione non si fa solo con le macchine e con le tecnologie, ci vogliono una diversa cultura aziendale e nuove competenze, quindi persone ben guidate e meglio preparate.

Qual è il polso della situazione, in base alle vostre analisi di scenario?

“Gli imprenditori e le aziende soffrono di ‘solitudine’, che è tanto più forte quanto è più piccola l’impresa. Le piccole aziende ‘affogano’ nella quotidianità, devono dedicare tutto il tempo e le energie a clienti, fornitori, prodotti, chi paga, chi non paga, non hanno molto tempo per pensare all’innovazione. Per questo devono avere un supporto dall’esterno per la digitalizzazione e per il cambiamento”.

Un supporto esterno da parte di chi?

“Da parte dei vari protagonisti coinvolti, ciascuno per la sua parte, devono agire all’interno di una strategia comune. Associazioni di categoria, fornitori di tecnologie, pubblica amministrazione, banche, Innovation manager, Competence center, devono interagire con il mondo imprenditoriale per favorire il rinnovamento e l’evoluzione delle aziende, ma in chiave sistemica, non ognuno per conto proprio. Devono portare alle imprese esempi e best-practice nei quali gli imprenditori si possano riconoscere, e da seguire come ispirazione e modello”.

Questi stakeholder cosa dovrebbero e potrebbero fare più nel dettaglio?

“Per esempio, le associazioni di categoria devono portare i propri imprenditori a incontrarsi e confrontarsi di più tra loro, nei convegni, eventi, attività di formazione, vanno coinvolti maggiormente gli imprenditori, non solo il loro personale, perché sono loro che fanno le strategie aziendali. Bisogna concertare azioni comuni di filiera, bisogna fare leva sui leader di filiera, per sensibilizzare e ‘contaminare’ tutti gli attori coinvolti, fino ai più piccoli e meno innovativi”.

E i fornitori di tecnologie che ruolo possono avere, in questo sviluppo tecnologico più armonico e sistematico?

“I fornitori di tecnologie devono passare da una visione prodotto-centrica a una visione customer-centrica, anche attraverso una maggiore comprensione delle problematiche degli imprenditori. Non solo per risolvere un problema specifico, ma per realizzare una digitalizzazione più ampia e strategica”.

Per esempio?

“Un esempio concreto ed evidente, ma a quanto pare non ancora abbastanza, è quello che riguarda il mondo della Cybersecurity. Ormai quasi tutti hanno capito che la sicurezza informatica dell’impresa non è un vezzo o un’eventualità, ma una questione essenziale per il funzionamento delle attività. Ma anche qui si continua a ragionare e a procedere per singole aziende, per compartimenti stagni. Un’intera filiera produttiva allineata invece anche nell’ambito della Cybersecurity rende tutti e ognuno più sicuri e più performanti”.

Le risorse previste dal PNRR potranno dare una spinta in queste direzioni?

“Anche il PNRR deve essere attuato sia per dare risorse alle necessità basiche delle imprese, ma anche per interventi non a pioggia ma ‘chirurgici’ all’interno delle filiere, in modo poi da generare anche ‘contaminazione’ nelle stesse filiere. Ci vuole contaminazione per dare risposte e soluzioni a persone e realtà che hanno in comune gli stessi problemi e difficoltà. Oggi anche la connettività non è ancora un problema risolto, la larghezza di banda e la latenza a disposizione di molte aziende non sono ancora adeguate alle necessità”.

Le filiere del Made in Italy sono omogenee dal punto di vista digitale?

“Abbiamo analizzato finora, in particolare, tre filiere molto importanti: agro-alimentare, moda, design e arredo. Per tutte emerge che anche le grandi aziende del settore a monte della filiera dialogano e agiscono prevalentemente con piccole e anche micro imprese, e ciò determina che già all’inizio della filiera ci siano freni e problemi per una digitalizzazione minore e in ritardo. Per colmare questi gap, devono intervenire le aziende leader di filiera e promuovere una maggiore digitalizzazione anche a monte della filiera, tra le realtà minori in termini dimensionali, ma che sappiamo sono essenziali per fare funzionare tutto il sistema”.

Perché tutto questo ancora non accade?

“Spesso la cultura della ‘collaboration’ è ancora in divenire anche nelle imprese più grandi, in media non c’è ancora una cultura di filiera. Eppure tutti i nostri settori produttivi e le nostre eccellenze si basano sulla produzione di filiera. Per questo bisogna fare innovazione in un quadro e con un approccio sistemico, e non a macchia di leopardo”.

Che cosa si può ‘imparare’ dalle PMI più innovative?

“Le PMI più innovative, quelle con una marcia in più, devono rappresentare lo stimolo e il modello per le altre PMI, in capacità e propensione all’innovazione. Spesso, anzi, quasi sempre, ciò che accomuna queste aziende più performanti sono i loro imprenditori che dimostrano una migliore capacità di visione, in chiave di sviluppo, su ciò che ci riserverà il futuro, su dove stiamo andando, e cosa dobbiamo fare per arrivarci, bene, e magari anche più in fretta degli altri. È così che oggi si batte la concorrenza”.

Che cos’altro hanno in comune le PMI più dinamiche e performanti?

“Questi imprenditori e queste PMI più performanti hanno in comune anche un’organizzazione più rispondente alle necessità di un mercato più dinamico. Non hanno ‘solo’ più tecnologie rispetto ad altri, ma anche un’organizzazione più strutturata, efficiente e in linea con le capacità di visione dell’imprenditore che le guida”.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, imprese, tecnologie e innovazione. In oltre 20 anni di attività, ho lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Mi piacciono i progetti…