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Pietro Mondini, CEO Vesper Holding: “Venture capital per i giovani in tutta Italia, diffondiamo la cultura dell’investimento”



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Il CEO del veicolo d’investimento, creato nel 2022 a Genova con Giovanni Reggiani, punta ad operare su tutto il territorio nazionale, andando incontro a una nuova generazione sempre più predisposta all’imprenditorialità. Ma serve un mercato del VC più strutturato

Pubblicato il 30 gen 2026

Alessandra Luksch

Direttore dell’Osservatorio Startup Intelligence



Pietro Mondini, CEO Vesper Capital
Pietro Mondini, CEO Vesper Holding

Durante il convegno “Digital & Open Innovation 2026: cosa serve a imprese e startup per un cambio di passo” degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, dedicato all’innovazione e all’imprenditorialità, abbiamo incontrato Pietro Mondini, intervistato dal prof. Mariano Corso. (Sotto nella foto)

Pietro Mondini è CEO di Vesper Holding, veicolo d’investimento creato nel 2022 con Giovanni Reggiani, che raccoglie già qualche decina di azionisti e un promettente club della next gen di alcune grandi famiglie genovesi. Con Pietro abbiamo parlato di investimenti early stage, cultura dell’innovazione e condizioni necessarie per un vero cambio di passo nel sistema startup italiano.

Vesper Holding, come è nata

Come è nata l’idea di creare Vesper Holding e che stile avete scelto di adottare nei vostri investimenti?

Vesper Holding è nata poco più di tre anni fa come progetto di famiglia: insieme a mio fratello e a un cugino abbiamo deciso di costituire la società, ma fin da subito abbiamo aperto il capitale a investitori esterni. Oggi siamo oltre una trentina tra imprenditori e manager italiani provenienti da diversi settori, con l’obiettivo di mettere a disposizione capitale per startup in fase early stage.

Abbiamo realizzato circa venti investimenti, senza un focus settoriale preciso (fintech, ed-tech, fitness, energy), perché crediamo nella trasversalità. Il nostro approccio è passivo nella governance, cioè non imponiamo vincoli particolari, ma attivo nel contributo: mettiamo a disposizione il network e le competenze dei nostri soci, spesso generando sinergie e collaborazioni con le aziende che essi rappresentano. Non siamo semplici investitori ma partner strategici, offrendo l’accesso a una rete affidabile di imprenditori, dirigenti e professionisti del settore. Attraverso questo ecosistema, contribuiamo a sbloccare opportunità di alto valore e a promuovere collaborazioni significative con aziende consolidate. La strategia è investire molto presto, per avere il contesto più favorevole.

Ora la società di venture capital sta completando un aumento di capitale da cinque milioni, atteso entro il primo semestre 2026: si aggiungono ai due milioni già investiti, l’idea è salire ancora.

La mia famiglia è attiva da quattro generazioni nel mondo dell’energia; tuttavia, il valore aggiunto di Vesper Holding sta nel mettere insieme diverse famiglie e aziende, offrendo alle startup un ampio spettro di competenze e opportunità di sviluppo.

Coltivare la cultura dell’investimento dalle giovani generazioni

Vesper non ha un focus settoriale ma mette grande enfasi sul territorio, quali sono le sfide con cui vi confrontate?

L’Italia è un territorio particolare: sul fronte degli investimenti in innovazione siamo ancora indietro rispetto al resto d’Europa. Il numero e l’ammontare degli investimenti nelle startup sono inferiori anche rispetto a Paesi più piccoli. Le cause ricorrenti sono due: la cultura del rischio e la disponibilità di capitali.

Sul primo punto, credo che la spiegazione culturale sia ormai superata. Negli ultimi anni il desiderio di fare l’imprenditore è aumentato molto, soprattutto tra i giovani. Tantissimi studenti e neolaureati vogliono provare a lanciare la propria idea di business: è un cambiamento radicale rispetto a dieci anni fa, quando la carriera da manager o consulente era considerata l’unica via “sicura”.

E questo fermento lo vediamo anche noi: oggi il mercato è molto più liquido, con manager esperti che diventano imprenditori e giovani imprenditori che, dopo le prime esperienze, scelgono ruoli manageriali. L’innovazione, quindi, non ha età — ma ha bisogno di ecosistemi che accompagnino questa voglia di fare impresa.

I capitali nel nostro Paese non mancano ma non sono indirizzati verso l’investimento e il capitale di rischio che quindi scarseggia. La cultura dell’investimento va creata e coltivata, fin dalle giovani generazioni, per cambiare le traiettorie su cui le disponibilità si dirottano.

Così Vesper Holding fa scouting

Come individuate e selezionate le startup su cui investire? Quali sono i canali di scouting che utilizzate?

Siamo partiti dalla Liguria, ma fin da subito abbiamo adottato un mandato nazionale: cerchiamo il meglio in tutta Italia. Il nostro portafoglio ha una forte componente lombarda e milanese, ma include iniziative sparse in altre regioni.

Lo scouting è una parte cruciale del nostro lavoro. Passiamo molto tempo a confrontarci con altri investitori — fondi, business angel, family office — per condividere idee e individuare opportunità di co-investimento.
Partecipiamo inoltre a numerosi demo day, eventi di incubatori e acceleratori, dove possiamo conoscere di persona i founder. È un lavoro di relazione, di ascolto, di presenza sul territorio.

Un altro canale importante è il mondo corporate. Oggi molte aziende dialogano costantemente con startup, spesso per valutare collaborazioni piuttosto che investimenti. Anche queste connessioni sono preziose e generano sinergie promettenti.

Il titolo del convegno parla di “cambio di passo” per startup e imprese. Dal tuo punto di vista, quali sono gli ingredienti necessari per riuscirci?

Le startup hanno bisogno fondamentalmente di due contributi: competenze e capitale.
Le competenze, in Italia, non mancano. Abbiamo alcune delle migliori università e scuole di management d’Europa, il Politecnico di Milano ne è un evidente esempio. E anche le aziende mostrano interesse crescente nel collaborare con startup per trovare innovazione.

Dal lato dei capitali il mercato italiano sta evolvendo. Chi oggi ha un’idea solida, un business plan convincente e la volontà di portarlo avanti con serietà, riesce a trovare finanziamenti per partire. Il vero problema è la fase successiva: quella della scalabilità internazionale. Mancano capitali sufficienti per fare il salto all’estero o crescere rapidamente.

Negli ultimi tempi stanno arrivando più investitori stranieri, ma serve un ulteriore impulso per consolidare il mercato.

Un’idea per potenziare il settore: spingere gli investitori istituzionali verso il venture capital

E il policy making? Quali interventi servirebbero per rendere l’Italia un mercato più appetibile per l’innovazione?

Negli ultimi anni ci sono stati molti interventi positivi: incentivi fiscali, contributi a fondo perduto, iniziative di supporto alle startup. Ora sarebbe utile spingere i grandi investitori istituzionali — come i fondi pensione — a destinare una parte dei propri asset al venture capital. Questo potrebbe generare la massa critica di capitale necessaria per sostenere le scaleup italiane.

Detto questo, è importante non fare passi indietro. Ad esempio, l’ipotesi di tassazioni più alte per holding o club deal con partecipazioni minori sarebbe un errore, perché il venture capital si basa proprio su queste strutture flessibili.

Un ultimo tema: la burocrazia e le difficoltà pratiche nel fare impresa. Quanto incidono davvero?

Sicuramente il contesto burocratico italiano è complesso — costituire una società qui è più difficile che in altri Paesi. Ma, a mio avviso, è una difficoltà che possiamo superare. Gli imprenditori italiani, proprio perché operano in un contesto più rigido, sviluppano capacità di problem solving e creatività superiori.
Paradossalmente, questo li rende competitivi anche all’estero. Quindi sì, la semplificazione è necessaria, ma non deve diventare una scusa per non provarci.

L’augurio è che l’ecosistema dell’imprenditorialità sia sempre più favorito nel generare idee, relazioni e opportunità per lo sviluppo dell’innovazione in Italia.

FINE

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