Pierpaolo Gambini: Leonardo e l'open innovation - Economyup

L'INTERVISTA

Pierpaolo Gambini (Leonardo): acceleriamo sull’open innovation con startup e università



A maggio partirà il percorso di accelerazione delle prime startup selezionate per la Business Innovaction Factory. E poi è cambiata la relazione con le università. Pierpaolo Gambini, senior vicepresident Innovation and IP di Leonardo, racconta approccio e progetti per l’open innovation del gruppo

di Giovanni Iozzia

06 Apr 2022


Pierpaolo Gambini, senior vicepresident Innovation and IP di Leonardo

Leonardo spinge sull’open innovation. Il nuovo acceleratore di startup lanciato a inizio 2022 dal gruppo industriale attivo in aerospazio, difesa e sicurezza è pronto a partire: la Business Innovation Factory ha chiuso la sua prima call. “Ora è in corso il lavoro di selezione delle prime dieci startup, sulle oltre 170 candidate, che in maggio cominceranno il percorso di accelerazione e le migliori potranno ricevere anche un investimento importante”, dice Pierpaolo Gambini, senior vicepresident Innovation and IP. “Siamo un gruppo industriale, il nostro interesse è trovare soluzioni utili per arricchire la nostra offerta, le nostre soluzioni, i nostri prodotti”. Del resto business sta nel nome del nuovo progetto.

Leonardo nel 2021 ha investito 1.8 miliardi in attività di ricerca e sviluppo. Sono risorse dedicate a migliorare i prodotti esistenti, svilupparne di nuovi, insieme a tecnologie più innovative che saranno la chiave per competere nei prossimi anni. Tutte attività che fanno capo al CTIO Franco Ongaro, successore di Roberto Cingolani diventato ministro della Transizione Ecologica. “Proprio con lui si decise qualche anno fa che era arrivato il momento di investire su tecnologie ancora più innovative, di lavorare sul futuro prossimo”, spiega Gambini. “Così sono nati i Leonardo Lab, guidati da Alessandro Massa, all’interno dei quali lavorano ricercatori con vocazione internazionale. Il mio lavoro è trasversale a tutte queste aree e le supporta con iniziative di open innovation, per rafforzarne visione ed esecuzione”.

Per prepararsi al futuro l’open innovation è un passaggio obbligato. Pierpaolo Gambini racconta a EconomyUp la svolta che c’è stata in azienda e le iniziative in corso.

Gambini, quando è cominciata la svolta verso l’open innovation con programmi e progetti strutturati?

Noi abbiamo sempre lavorato con università, centri di ricerca, startup. Nel 2021 sono state lanciate una serie di iniziative che coinvolgono aziende e divisioni del gruppo. Abbiamo lanciato una piattaforma di scouting, Solvers Wanted. È poi cambiato il modo di relazionarsi con le università.

Cominciamo dalle startup?

Con Solvers Wanted abbiamo già avviato diverse sfide: per quella lanciata alla fine del 2021, lo scorso febbraio abbiamo selezionato tre progetti per monitorare lo stato psico-fisico dei piloti e tecnologie quantistiche per Imaging e Computing. A marzo se ne è chiusa una sul 5G, ora in fase di valutazione. Ai nostri contest pubblici possono partecipare startup, università, centri di ricerca. Se la soluzione ci piace, prevediamo un contratto di ricerca.

Ma se la soluzione arriva da una startup?

Facciamo il POC, ne testiamo la soluzione. Dipende anche dal TRL. Se il livello di maturità tecnologica è basso, la orientiamo verso l’acceleratore.

Quante challenge contate di lanciare?

Adesso ne abbiamo in pipe line due, oltre a quellasul 5G come abilitatore tecnologico. Comunque contiamo di lanciarne una decina l’anno.

Che cos’altro fate con le startup?

Abbiamo accordi con diversi player dell’ecosistema. Con Cdp, ad esempio, siamo partner nel fondo CyberXcelerator e nel polo di trasferimento tecnologico RoboIT. Partecipiamo poi a Open Italy, il progetto di Elis con cui lo scorso anno abbiamo fatto 5 POC in ambito HR.

Com’è partita la Business Innovation Factory?

Bene, con numeri lusinghieri che non ci aspettavamo. A giorni completeremo il lavoro di selezione delle prime 10 startup che entreranno nel percorso di accelerazione in partenza a maggio, un percorso residenziale di cinque mesi negli spazi di Leonardo all’interno di Luiss Enlabs, l’acceleratore gestito dal nostro partner LVentures. Faremo un demoday per presentare startup e spazio.

Che cosa ottengono le startup oltre il percorso di accelerazione?

Risorse. A ciascuna erogheremo 50mila euro cash oltre i servizi e alla mentorship di manager Leonardo che le accompagneranno nella crescita. E le due, tre che completeranno con migliori risultati il percorso avranno la possibilità di ottenere un finanziamento fino a 500mila euro all’interno di una collaborazione con il Gruppo Leonardo.

Lo farete con un veicolo dedicato? Con un fondo di corporate venture capital?

No, gli investimenti saranno fatti direttamente dalla corporate. Il fondo di CVC non è nella nostra road map: non siamo investitori finanziari, siamo una realtà industriale.

Diceva che è cambiata la relazione con le università. In che senso?

Adesso abbiamo un approccio più competitivo anche con le università: chiediamo una soluzione a tutte e scegliamo la più valida per noi. È tutta un’altra cosa: condividiamo con gli atenei le nostre visioni future, la nostra traiettoria tecnologica, i requisiti che riteniamo debbano essere soddisfatti. Dico tutto a tutti, con la massima trasparenza come è necessario per fare open innovation. Poi si tratta di valutare le proposte e gli strumenti.

Può farci un esempio di questa nuova relazione con le università?

Con la divisione velivoli del gruppo ci siamo chiesti e abbiamo definito quali dovranno essere i requisiti del velivolo del futuro, quello che volerà fra 10/15 anni, tenendo conto dei materiali, della digital factory e della sostenibilità che per noi resta un filo comune a tutti i progetti. Abbiamo organizzato, per ciascuno dei cinque filoni tecnologici, un workshop invitando le eccellenze italiane e non e alla fine abbiamo detto: questi sono i requisiti e le performance che i velivoli ad ala fissa del gruppo Leonardo dovranno avere anche nel rispetto delle normative europee. In un secondo workshop ci hanno detto quali laboratori o progetti potevano portare un contributo, davanti a tutti. A questo punto si è entrati nella fase one to one per andare più a fondo fino ad arrivare a proposte precise per soddisfare i requisiti iniziali. Risultato: sono state coinvolte 25 università italiane ed estere, più di 100 docenti di 40 diversi dipartimenti, con 50 idee a cui non avevamo mai pensato. Da queste sono scaturiti più di 20 contratti di ricerca e, dopo la verifica di fattibilità delle idee proposte, a fine anno selezioneremo quelle da approfondire e sviluppare ulteriormente.

Un lavoraccio….

Certo, ma cambia completamente il paradigma: invece di chiedere all’università di risolvermi un problema, decidiamo insieme come farlo. E questa vera open innovation.

Gambini, chiudiamo con una veloce ricognizione nel tempo. Lei si occupa di innovazione e tecnologie da almeno 15 anni. Che cosa è cambiato?

Con un’immagine potrei dire che uno come Elon Musk 15 anni fa non esisteva… In sintesi sono cambiate varie cose: la velocità dello sviluppo tecnologico, il mondo esterno alle aziende che è molto più dinamico e i nostri competitors che oggi sono aziende che fino a pochi anni fa non esistevano. 15 anni fa dovevi andare in Silicon Valley o Israele per trovare qualcosa di buono, oggi abbiamo anche in Italia e in Europa unecosistema delle startup molto dinamico e competitivo e ti devi riorganizzare per valutarle altrimenti perdi le occasioni. E poi adesso c’è la sostenibilità, che è pervasiva e sarà sempre di più un fattore di competitività e di spinta per la ricerca di nuove soluzioni

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.