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Orban (DotSub): «Chi non ha una coscienza digitale resta fuori dal sistema»

01 Feb 2015

L’imprenditore-guru ungherese, Ceo della piattaforma per sottotitolare i video online, spiega a EconomyUp la sua visione dell’innovazione e della necessità di diventare cittadini evoluti dell’Internet of Everything per cavalcare la rivoluzione tecnologica

David Orban, ceo di DotSub
«Da sempre la nostra società è stata influenzata dalla tecnologia. Saranno le nuove strutture a offrirci le possibilità di adattamento al nuovo universo che si sta via via generando».

L’universo di cui parla David Orban, imprenditore ungherese e Ceo di DotSub, azienda che ha realizzato una piattaforma online utilizzata per la sottotitolazione multilingue per i video in rete, è quello dell’Internet of Everything (traducibile con Internet di tutte le cose) dove la tecnologia sarà affiancata all’uomo per aumentarne intelligenza e competenze, nell’ottica della realizzazione di una società della rete. 

Una società in cui l’intelligenza artificiale dovrà liberarci dai vincoli di una natura che sembra non  interessarsi a ciò che succede all’uomo. Solo imparando ad essere cittadini evoluti dell’Internet of Everything, secondo Orban, si potrà riuscire a cavalcare l’onda tecnologica che ci sta investendo, cercando più che si può di smontare la resistenza a un cambiamento inevitabile.

Le parole di Orban suonano come un inno all’innovazione, rivolto a coloro i quali vogliono essere  partecipi del cambiamento in atto, che per prima cosa però ha bisogno di essere interpretato e definito.

Nell’ambito delle tecnologie digitali, e quindi anche dell’Internet of Everything, il dibattito si divide tra coloro che sostengono si tratti di una semplice evoluzione e chi invece è convinto che quella a cui stiamo assistendo sia una vera e propria rivoluzione. Orban, lei da che parte sta?

Penso che si tratti di un passaggio radicale e non è esagerato parlare di rivoluzione, proprio perché passo dopo passo stiamo raggiungendo un punto in cui siamo circondati da oggetti che non capiamo e che non ci capiscono. Passare da questa condizione a una opposta in cui ci si ritrova circondati da un insieme organico di intelligenze di vario grado, fa la differenza. Come sopravvivere a questa rivoluzione? È probabile che la complessità della civiltà globale non possa essere gestita senza una coscienza digitale che ognuno di noi deve sviluppare, per non restare fuori da un sistema che cresce a velocità rapidissima. 

Questo vuol dire che non ha senso temere la tecnologia? 


La nostra specie è definita dalla fusione con la tecnologia e dobbiamo analizzarla e utilizzarla al meglio, ma non è un gioco a somma zero. Coloro che la rappresentano come se fosse una cosa bilanciata, un po’ positiva un po’ negativa ma alla fine neutra, sbagliano. 

È così che si forma quello che lei ha definito “Network Society”?


Sicuramente è un’analisi su base tecnologica dell’evoluzione sociale, i cui cambiamenti di fase possono realizzarsi solo quando un nuovo strato di tecnologie rende possibile questo cambiamento, ed è il riconoscimento che siamo effettivamente di fronte alla presenza di queste serie di tecnologie e di conseguenza a questo cambiamento di fase. 

Sembra che grazie all’universo dell’Internet of Everything i computer sveglieranno gli oggetti, arrivando in qualche caso ad anticipare i nostri desideri.  Quindi per l’uomo non ci sarà più spazio per fare delle scelte? 

Il mondo di oggi è complesso, e già ora deleghiamo tanto. Basti pensare semplicemente ai programmi che gestiscono la scaletta musicale autonomamente scegliendo ciò che ascolteremo, o quale sarà la prossima canzone che verrà riprodotta sul nostro dispositivo, invece di dedicarci noi a questo tipo di decisione. E tutto ciò ha un’importanza relativa nella nostra vita. Ampliando questo esempio ad altri aspetti, l’accordo equilibrato di chi decide su cosa ci aiuta a navigare in un mondo complesso. 

La sua carriera è legata al concetto di “singolarità tecnologica”. Qual è il significato? È un concetto ancora valido?

Si tratta di un momento ipotetico del futuro in cui la capacità di ingegnerizzare sistemi informatici hardware e software giunge a un punto in cui per un costo relativamente basso sarà possibile gestire sistemi che sono, non solo pari o superiori alle capacità anche creative del pensiero umano, ma soprattutto sono in grado si automodificarsi. Vale a dire godranno di una capacità di introspezione e di chiarezza di obiettivi, definendo e determinando come raggiungerli, e di modificare le proprie regole di comportamento per farlo. Si tratta di una ipotesi originariamente formulata intorno al 1940, è stata rivista negli anni ’90, e non solo è molto attuale, ma ci sono persone che attivamente stanno lavorando per assicurarci che nel momento in cui questo si verificherà, il mondo che verrebbe a crearsi sia comunque compatibile con la civiltà umana.     

di Fabrizio Marino

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