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Giganti del web

Obama difende Google & Co.: «Presi di mira dalla Ue per ragioni commerciali»

19 Feb 2015

Il presidente difende a spada tratta i colossi Usa criticando l’interventismo europeo su privacy e concorrenza: “Cercano solo di creare ostacoli alle nostre company, con le quali non possono competere. Internet l’abbiamo creato noi”. La replica di Bruxelles: «Non è vero. E molte società statunitensi sono contro il monopolio di BigG ma temono di dirlo»

Obama prende le difese dei giganti della Silicon Valley accusando l’Europa di protezionismo e criticando l’eccesso di interventismo europeo in tema di trasparenza e trattamento dei dati. Lo ha fatto in un’intervista al sito Recode.net, durante la quale si è soffermato su vari temi, dalla cybersicurezza allo scandalo del Datagate fino alla privacy, e si è sbilanciato ad affermare: “In difesa di Google e Facebook devo dire che qualche volta la risposta europea è guidata essenzialmente da logiche commerciali”.

Il riferimento è chiaramente all’atteggiamento che da qualche tempo sta tenendo l’Europa nei confronti dei colossi statunitensi dell’economia digitale: da una parte le indagini che la Commissione europea e diversi Stati membri stanno conducendo sulle web company americane e sul loro uso dei dati personali, dall’altra i tentativi messi in atto già da alcuni Paesi europei di costringere queste aziende a pagare le tasse negli Stati in cui sono operative: insomma la web tax, o Google Tax, che non ha ancora attecchito in Italia ma viene applicata in Gran Bretagna e Germania.

Sostenendo appunto che in certi casi la Ue persegue soprattutto gli interessi commerciali, Obama ha proseguito: “Ci sono alcuni Paesi, come la Germania, che, considerata  la sua storia con la Stasi, sono molto sensibili sull’argomento (privacy e protezione dei dati, ndr). Ma a volte è solo che le loro aziende – i loro service provider che, sapete, non riescono a competere coi nostri – stanno essenzialmente cercando di creare degli ostacoli in modo che le nostre company non riescano ad operare efficacemente in Europa”.

Il presidente degli Stati Uniti ha continuato: “Noi abbiamo posseduto Internet, le nostre aziende l’hanno creato, allargato, perfezionato secondo modalità che le rendono estremamente competitive. E spesso quello che è rappresentato come una posizione di una mente elevata su alcune questioni è solo pensata per adeguarsi a interessi commerciali”.

Toni duri e, a detta degli analisti, anche un tantino arroganti, che ovviamente non sono piaciuti all’Unione europea. Un portavoce della Commissione, il catalano Ramon Tremosa, ha detto al Financial Times che è “assolutamente fuori questione” sostenere che “le regole europee sono fatte per proteggere le company europee”.

“Il presidente Obama – ha proseguito – dimentica o forse non sa che tra le decine di querelanti nel caso dell’indagine Antitrust su Google ci sono anche diverse aziende Usa. Alcune come Yelp non hanno alcun problema ad esporsi, altre invece non vogliono attaccare Google perché temono ritorsioni come la distruzione, l’esclusione e vari tipi di ammende che BigG applicherebbe alla società rivali”.

Negli anni scorsi l’Unione europea ha preso di mira Google in numerosi casi. Dura ormai da quattro anni l’indagine antitrust che l’Europa ha condotto nei confronti del colosso di Internet e dei suoi presunti comportamenti anti-concorrenziali. A novembre il parlamento europeo ha approvato una risoluzione non vincolante che suggerisce la separazione dei servizi di ricerca online dagli altri servizi commerciali. Se sarà effettivamente applicata,  metterebbe a repentaglio il  modello economico del gigante del web che attraverso la ricerca gratuita ottiene informazioni cruciali sui suoi utenti, poi utilizzate per i servizi di pubblicità e marketing online da cui deriva la gran parte dei suoi profitti.

A maggio 2014 Google è finita “vittima” del diritto all’oblio. Come previsto dalla sentenza della Corte di Giustizia Ue del 13 maggio ha iniziato ad eliminare su richiesta dei cittadini europei i link dai risultati dei motori di ricerca ritenuti lesivi della privacy.

di Luciana Maci

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