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CONTRAFFAZIONI

Mondiali e Made in Italy, attenti ai falsi “parmesao” e “pomarola”

09 Giu 2014

Coldiretti avverte: “In supermercati e ristoranti brasiliani si trovano falsi prodotti alimentari italiani”. E, per difendere la nostra qualità, il ministero dell’Agricoltura lancia la campagna #iomangioitaliano

Ai Mondiali di calcio in Brasile scendono in campo non solo i calciatori ma anche parmigiano, pommarola, salame e persino la bresaola della Valtellina. Se infatti i giocatori lottano per la vittoria della propria squadra, sul fronte agro-alimentare l’Italia combatte con il Brasile (e in generale con l’America Latina) per difendere i prodotti agro-alimentari Made in Italy a rischio contraffazione. Una battaglia sostenuta dal ministero delle Politiche agricole alimentari, che il 4 giugno ha lanciato la campagna istituzionale “#iomangioitaliano“, e approvata da Coldiretti, che ha approfittato dei riflettori puntati sull’evento calcistico per richiamare l’attenzione sulla “falsificazione” del nostro food. Perché il falso made in Italy a tavola vale nel mondo 60 miliardi, pari a quasi il doppio del valore delle esportazioni dei prodotti alimentari nazionali originali.

“Spesso in America Latina – spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti – ci sono situazioni particolari perché nel secolo scorso gli emigranti italiani hanno portato in loco tradizioni italiane che poi si sono radicate sul territorio, ma questo confligge con la necessità dell’Italia di tutelare il marchio dei propri prodotti agro-alimentari a livello nazionale ed europeo”.

Per questo motivo Coldiretti ha lanciato l’allarme, puntando il dito soprattutto su alcuni prodotti alimentari Made in Italy come il Parmesao, la Pomarola e il salame Milano, tutti rigorosamente carioca.

“Un inganno – si legge in una nota della Confederazione degli agricoltori – in cui rischiano di cadere le centinaia di migliaia di tifosi che da tutto il mondo arriveranno in Brasile per seguire il campionato di calcio e che rischia di provocare un grave danno economico e di immagine alla produzione Made in Italy. Sui banchi dei supermercati e nei ristoranti del Brasile è possibile infatti acquistare prodotti e piatti che richiamano in modo spudorato i cibi più tipici dell’Italia senza avere nessuna delle caratteristiche qualitative, di sicurezza e di legame con il territorio nazionale”.

In particolare l’azione di una task force della Coldiretti ha permesso di scoprire la commercializzazione di prodotti come il Gran formaggio tipo grana, la ricota d’Itália, il formaggio tipo a d’Itália, la pomarola, il parmesao e il salame tipo Milano rigorosamente prodotti in Brasile. Tutti prodotti, sottolineano gli agricoltori, che possono trarre in inganno sulla reale origine anche perché spesso le confezioni fanno riferimento al tricolore e alle immagini all’Italia.

Qualche anno fa, rievoca Lorenzo Bazzana, è emerso addirittura il rischio di uno scippo totale da parte dei latino-americani del nostro marchio “parmigiano reggiano”. Nell’ambito della Codex Alimentarius Commission, Commissione istituita nel 1963 dalla Fao e dall’Organizzazione mondiale della sanità per elaborare un insieme di regole e normative relative appunto all’agrofood – in pratica una sorta di Wto del settore agro-alimentare –  un gruppo di Paesi dell’America Latina ha chiesto che venisse definito parmigiano un formaggio con pasta dura e a media stagionatura. La proposta è stata respinta, per fortuna dell’Italia, che ancora mantiene pieno controllo su questa eccellenza. Ma, come si è visto, di falsi parmigiani in giro ce ne sono molti.

Per certi versi opposta è la vicenda relativa alla Bresaola della Valtellina. “Viene fatta con carne brasiliana – svela il responsabile economico di Coldiretti – e l’unico legame con l’Italia è la stagionatura. Peraltro è un prodotto Igp, Indicazione geografica protetta. Noi come Coldiretti vorremmo che fosse usata carne italiana, ma ci dicono che non si può fare altrimenti. Tuttavia al momento il consumatore non è edotto sulla reale provenienza della carne. Il paradosso è che in alcuni Stati brasiliani ne è proibita l’esportazione”.

Il problema quindi non è solo italiano e andrebbe affrontato attraverso accordi bilaterali tra gli Stati o multilaterali tra Stati e Ue.

Intanto il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha preso spunto dai campionati del mondo brasiliani per lanciare la campagna istituzionale “#iomangioitaliano“, realizzata dal Mipaaf in collaborazione con la Figc. Testimonial di eccezione è il commissario tecnico della Nazionale di calcio, Cesare Prandelli, protagonista dello spot istituzionale dell’iniziativa in onda dal 4 giugno. Lo slogan è : “A tavola come in campo…scegli la qualità, tifa l’Italia! #iomangioitaliano”.

La campagna di comunicazione, spiega il dicastero, unisce due simboli dell’eccellenza italiana: gli azzurri e l’agroalimentare di qualità. Obiettivo prioritario è contrastare la contraffazione attraverso l’informazione e aumentare il grado di conoscenza dei marchi Dop e Igp tra i consumatori italiani, raccontandone il valore e le caratteristiche distintive. Come dimostrano le ultime statistiche, in Italia solo un terzo dei consumatori conosce i prodotti sinonimo di sicurezza e qualità certificati con le Denominazioni di Origine e le Indicazioni Geografiche (36% Dop e 32% Igp), mentre la media europea si attesta addirittura al 14%.

“Questi simboli – ha dichiarato il ministro Maurizio Martina – sono sinonimi di controlli, sicurezza e qualità e rappresentano un mondo fatto di 150.000 imprese e oltre 12 miliardi di euro di fatturato, fondamentali per l’economia del nostro Paese”.

“Siamo leader al mondo per qualità – ha proseguito – con 264 prodotti Food e 523 Wine, con un altissimo potenziale, in termini di export, legato alla sfide della promozione e della tutela anti-imitazione nei Paesi esteri. È bene ricordare che i prodotti Dop e Igp rappresentano la garanzia di una filiera produttiva completamente tracciabile e controllata; una provenienza certa delle materie prime, il territorio di produzione ed il metodo di produzione. A meno di un anno da Expo 2015, vogliamo porre l’attenzione su una “cultura del cibo” che mostri come questi sistemi di produzione siano sinonimo di qualità, capacità e dedizione di chi ogni giorno opera ricercando l’eccellenza”. (L.M.)

Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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