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Venture capital

Mission and Market Fund, come funziona il fondo italiano per finanziare startup Usa

09 Mag 2016

Creato a San Francisco da Stefano Bernardi, Simone Brunozzi e Francesco Simoneschi, consente micro-investimenti da 15-20mila dollari a round in società di digital health, biotech, fintech e food delivery. “Contiamo di investire cifre maggiori nel tempo”, dice il co-founder Stefano Bernardi

I co-founder di Mission and Market Fund
C’è chi lo definisce fondo di Venture Capital, ma forse è più corretto chiamarlo “Angel Fund”. Mission and Market è un veicolo di investimento “alternativo” che, tramite il fondo denominato Mission and Market Fund I, consente a investitori italiani di finanziare startup dell’ecosistema americano. Fondato a San Francisco nel 2014 dagli imprenditori seriali italiani Stefano Bernardi, Simone Brunozzi e Francesco Simoneschi, il fondo ha oggi al suo attivo 30 investimenti e un valore complessivo di 3 milioni di dollari. La formula è quella del co-investimento (15-20mila dollari per ogni round), in startup seed ed early stage, assieme ai principali incubatori e fondi di Venture Capital americani tra cui Y Combinator, Google Ventures e 500 Startups.

Di recente Banca Sella ha manifestato il suo personale interesse nel progetto, annunciando un investimento di 500mila euro. La community di investitori Siamo Soci tramite American Startup Club, il primo club di investimenti che agirà in partnership con Mission and Market, punta a raccogliere un milione di dollari da investire nel fondo americano. «La mission del fondo – ha raccontato a EconomyUp Francesco Simoneschi, Partner di Mission and Market – è quella di differenziarsi dai tradizionali fondi a cui gli italiani accedono con i propri soldi. Le cifre che investiamo ci indirizzano verso la categoria dei micro-investimenti, garantendo all’investitore che vuole spingersi oltreoceano un rischio tutto sommato accettabile».

Un fondo da 3 milioni di euro sembra davvero poca cosa se confrontato con le quantità di capitali che si investono nella Silicon Valley. Viene perciò da chiedersi quale sia il vero valore di un’operazione di questo tipo, e perché non pensare di investire nell’ecosistema italiano. «Con Stefano Bernardi (partner del fondo, ndr) ci siamo conosciuti a San Francisco nel 2010», ha affermato Simoneschi, «viviamo da parecchi anni qui, e abbiamo scoperto un ecosistema di imprenditori italiani disposti a condividere competenze ed esperienze. È stato facile creare un giro di relazioni: il network è maturo, c’è un dealflow costante ed è più facile investire. Quando abbiamo deciso di fare gli investitori, la prima mossa è stata quella di unire le forze economiche, convinti del fatto che per avere portafogli diversificati ci sarebbero voluti grossi capitali. Permettere poi a soggetti esterni al circuito americano di poter investire in startup americane è piaciuto subito».

«Va detto – continua Simoneschi – che negli Stati Uniti c’è una prassi consolidata secondo cui molti business angel effettuano micro-investimenti supportati da un lead investor che guida l’investimento. Noi agiamo proprio così: allochiamo poco capitale inizialmente, nella speranza poi di investire cifre maggiori nel corso del tempo. I settori su cui ci siamo focalizzati fino ad oggi sono digital health, biotech, fintech e food delivery. Mentre per il futuro puntiamo forte sui big data. Siamo una sorta di ponte tra i due mondi (americano ed europeo, ndr), utile sia a chi non ha tempo per investire, sia a chi vive lontano dagli Usa ma vuole essere parte integrante di questo ecosistema».

Riguardo alle industry trend che potrebbero emergere nei prossimi anni negli Stati Uniti, Simoneschi sembra avere le idee chiare: «Vedo in forte ascesa settori come il Digital Health – un’industria gigantesca ferma da trent’anni, che presto esploderà, e su cui c’è grande voglia di investire – e il Fintech. In questo settore negli ultimi anni si è assistito a un netto cambiamento del rapporto tra istituti finanziari e cliente, il mobile ha disintermediato sia il modello che gli istituti finanziari, permettendo alle startup di acquisire quote di mercato. Sono convinto che le banche diventeranno sempre più degli hub (dedite al lavoro dietro le quinte) mentre le startup si occuperanno del cosiddetto ultimo miglio portando esperienza in ambito user experience e customer acquisition».

Volgendo lo sguardo al vecchio continente si intravedono grosse opportunità, tutte con l’obiettivo di colmare il gap con gli Stati Uniti. Tuttavia in Italia esistono dei limiti culturali. «L’ Europa è ancora un po’indietro rispetto agli Stati Uniti, proprio per questo intravedo nuove opportunità di business. Basti pensare al Regno Unito dove stanno nascendo tanti fondi soprattuto nel settore fintech. Sull’Italia sono un po’ più scettico. Qui si fa ancora troppa impresa locale, pensate per essere radicata sul territorio. Le sfide che bisogna affrontare riguardano l’internazionalizzazione. È necessario ragionare in termini di espansione globale, difficile altrimenti avere ritorni significativi sull’investimento. L’imprenditore italiano ha ancora una visione troppo locale. Gli americani per cultura sono più mobili rispetto a noi. L’imprenditore italiano assume gli amici, crea una struttura para-familiare, questo lo porta ad innamorarsi non solo del business ma dell’ecosistema che si è creato. E così diventa difficile vendere» 

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