L’Europa? Un incubatore di startup gratuito per gli Stati Uniti. È una verità sgradevole a dire e a sentire ma forse bisogna continuare a urlarla per far sì che le contromisure siano forti, convinte ed efficaci.
L’ultima conferma arriva dalla vicenda di Fluidstack, startup nata nelle aule di Oxford e oggi in trattativa per un mega-round da 1 miliardo di dollari guidato da fondi americani, con una valutazione che schizza a 18 miliardi di dollari. Ancora una volta nelle fasi di vero scaleup, quando il rischio si abbassa e i ritorni si fanno sistemici, l’Europa – geograficamente intesa in questo caso – diventa stretta perché semplicemente non ha i capitali per competere.
Fluidstack, pioniere nel cloud per l’intelligenza artificiale, è l’emblema di questa fuga di valore. Secondo le ultime indiscrezioni, la startup sta chiudendo un nuovo finanziamento che più che raddoppierebbe la sua valutazione rispetto ai 7,5 miliardi di dicembre, con il potenziale ingresso come lead investor di Jane Street, noto colosso del trading quantitativo di Wall Street . Non è solo una bella storia di successo, è il fallimento di un ecosistema finanziario continentale.
Fluidstack non è un’eccezione, ma il sintomo più evidente di una patologia strutturale. Ne abbiamo scritto spesso su EconomyUp: l’Europa forma talenti straordinari, finanzia con coraggio (e spesso con fondi pubblici) le primissime fasi di ricerca e sviluppo, ma quando arriva il momento di trasformare una promessa tecnologica in un colosso industriale, il valore attraversa l’Atlantico. E con esso se ne vanno posti di lavoro ad alto valore aggiunto, controllo infrastrutturale e, in ultima analisi, sovranità tecnologica.
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Fluidstack, da “Airbnb per GPU” a infrastruttura critica
Per cogliere il valore simbolico del caso, bisogna fare un passo indietro. Fluidstack non nasce nella Silicon Valley, ma nel cuore dell’eccellenza accademica britannica. Fondata nel 2017 come spin-out dell’Università di Oxford da César Maklary e Gary Wu con un’idea iniziale geniale nella sua semplicità: creare un “Airbnb per GPU“. In un momento in cui l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale iniziava a richiedere una potenza di calcolo sempre maggiore, i due fondatori intuirono che esisteva un’immensa capacità computazionale inutilizzata nei computer dei videogiocatori di tutto il mondo. Fluidstack nacque come un marketplace peer-to-peer per aggregare questa potenza distribuita e offrirla a ricercatori e startup.
Era l’innovazione europea al suo meglio: radici accademiche profonde, un modello di business ingegnoso basato sulla sharing economy e una forte spinta verso l’ottimizzazione delle risorse. Ma l’innovazione, soprattutto nel deep tech, non è statica. Con l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa, il mercato è cambiato radicalmente. I grandi laboratori non avevano più bisogno di potenza distribuita e frammentata; avevano bisogno di enormi cluster di GPU bare-metal (cioè macchine dedicate e con accesso fisico diretto), interconnessi ad altissima velocità, stabili e sicuri.
Fluidstack riesce a leggere questo cambiamento prima di molti altri, compie un pivot strategico magistrale, trasformandosi da marketplace a “neocloud”. Oggi non aggrega più i PC dei gamer, ma costruisce e gestisce data center ad altissime prestazioni, offrendo cluster di migliaia di GPU Nvidia ai team più ambiziosi del mondo, permettendo loro di concentrarsi sullo sviluppo dei modelli senza doversi preoccupare dell’infrastruttura sottostante.
I successi nel Vecchio Continente non sono mancati. Fluidstack è diventata rapidamente il partner di riferimento per molti laboratori europei, tra cui quello della francese Mistral AI. Fino a poco tempo fa, l’azienda era coinvolta in un grande progetto da 10 miliardi di euro per la costruzione di un data center in Francia. Sembrava la consacrazione di un campione europeo dell’infrastruttura AI. Poi, il cambio di rotta: il ritiro dal progetto francese, l’accordo da 50 miliardi di dollari con l’americana Anthropic per costruire data center in Texas e New York, e il conseguente trasferimento del quartier generale globale nella Grande Mela.
Cosa è successo? Perché un’azienda nata e cresciuta in Europa decide di spostare il proprio baricentro negli Stati Uniti proprio nel momento della sua massima espansione?
Il “buco nero” del growth capital europeo
La risposta non sta nella tecnologia, ma nella finanza. Il problema dell’Europa non è la mancanza di idee o di startup, ma la cronica, drammatica assenza di “growth capital”, ovvero i capitali necessari per finanziare la fase di crescita e di scaleup.
I numeri, analizzati di recente dal CFA Institute (l’ente certificatore che garantisce la competenza e l’integrità dei professionisti finanziari attraverso un percorso di studi) chiariscono la dimensione del divario. Mentre i finanziamenti early-stage (seed e Serie A) nell’Unione Europea riescono faticosamente a tenere il passo con le dinamiche globali, quando si passa alle fasi successive il divario diventa abissale. Il valore degli investimenti di venture e growth capital in Europa è circa un quarto di quello statunitense in proporzione al PIL. Ma se guardiamo specificamente alle fasi late-stage, i volumi europei crollano a un misero 10% rispetto a quelli americani.
Questo significa che una startup europea di successo, una volta superata la fase di validazione del prodotto e del mercato, si trova di fronte a un bivio: o accetta di crescere a un ritmo più lento, perdendo terreno rispetto ai competitor americani e asiatici, oppure deve cercare i capitali oltreoceano. E i capitali americani, comprensibilmente, spesso chiedono in cambio lo spostamento del quartier generale, dei centri decisionali e, progressivamente, delle operazioni.
La vicenda di Fluidstack è emblematica di questa dinamica, quasi un manuale d’uso del ritardo europeo. Per finanziare la costruzione di enormi data center per l’AI, non basta l’equity tradizionale. Servono strutture finanziarie complesse, che mescolano debito, garanzie corporate e investimenti di private equity. La recente linea di credito da 10 miliardi di dollari strutturata da Macquarie Group per Fluidstack si basa in gran parte sulle garanzie fornite dagli “hyperscaler” americani (come Google o Anthropic) che si impegnano a utilizzare quella capacità computazionale.
È un ecosistema finanziario profondo, sofisticato e propenso al rischio che l’Europa, con i suoi mercati dei capitali frammentati e la sua avversione culturale al rischio late-stage, semplicemente non è in grado di offrire. A questo si aggiunge il ruolo dei fondi specializzati. Il fatto che il precedente round di Fluidstack fosse guidato da Situational Awareness, un fondo americano fondato dall’ex ricercatore di OpenAI Leopold Aschenbrenner, e che oggi a guidare la nuova iniezione da un miliardo si candidi Jane Street, dimostra come il “capitale informato” – quello che capisce intimamente la traiettoria tecnologica e ha le reti di contatti giuste – sia concentrato nella Silicon Valley e a Wall Street.
L’Europa come incubatore di startup gratuito per gli Stati Uniti
Se Fluidstack fosse un caso isolato, potremmo considerarlo un’eccezione. Ma i dati e le tendenze recenti ci dicono che siamo di fronte a un fenomeno sistemico. Un recente sondaggio di Sifted, la piattaforma di analisi dell’ecosistema startup europeo del Financial Times, ha rivelato un dato preoccupante: un quarto delle startup AI europee più promettenti sta attivamente valutando o pianificando il trasferimento negli Stati Uniti. Le motivazioni addotte dai founder sono sempre le stesse: accesso a reti di capitali più ampie, valutazioni più alte e vicinanza ai grandi clienti corporate.
La fuga non avviene solo attraverso il trasferimento delle sedi, ma anche attraverso le acquisizioni. Un rapporto dettagliato di Dealroom sulle università europee ha certificato che il Regno Unito (con Oxford e Cambridge in testa) è il miglior ecosistema in Europa per la creazione di valore attraverso gli spin-out accademici. Ma chi raccoglie i frutti finanziari di questa eccellenza? Gli acquirenti statunitensi. Dal 2019 a oggi, le aziende americane hanno catturato la stragrande maggioranza del valore generato dalle exit degli spin-out europei, per un totale di quasi 24 miliardi di dollari. L’Europa forma i ricercatori, le università europee finanziano la ricerca di base, i fondi seed europei si assumono il rischio iniziale, e poi le Big Tech americane comprano l’innovazione quando è pronta per scalare.
Il caso Poolside AI
C’è una controprova interessante di questa dinamica, che dimostra come il problema sia squisitamente finanziario e non di competenze. Pensiamo al caso di Poolside AI. Si tratta di una startup fondata negli Stati Uniti, che ha raccolto un seed round monstre da 126 milioni di dollari (principalmente da capitali americani) e che ha deciso di trasferire il proprio quartier generale… a Parigi. Perché? Perché in Europa (e in Francia in particolare) ci sono i migliori talenti matematici e ingegneristici del mondo per l’intelligenza artificiale, e costano meno che nella Bay Area.
Il paradosso europeo è tutto qui, riassunto perfettamente dalle traiettorie incrociate di Fluidstack e Poolside: l’Europa è il posto migliore dove cercare i cervelli per costruire l’innovazione, ma gli Stati Uniti sono il posto obbligato dove cercare i soldi per farla crescere.
La vera partita si gioca sulla resilienza e sulla sovranità
Quando un’azienda come Fluidstack sposta il suo baricentro negli USA, non è solo una questione di orgoglio ferito per l’ecosistema tech europeo. Diventa un test sulla tenuta dell’economia reale e sulla sovranità tecnologica del continente.
L’infrastruttura per l’intelligenza artificiale – i data center, i cluster di GPU, le reti ad altissima velocità – è la nuova rete elettrica del ventunesimo secolo. Chi controlla questa infrastruttura, controlla lo sviluppo industriale dei prossimi decenni. Lasciare che le aziende europee più promettenti in questo settore critico migrino verso giurisdizioni extra-europee significa abdicare alla possibilità di avere un controllo strategico sulle tecnologie che guideranno la trasformazione digitale delle nostre imprese.
L’innovazione, oggi, non è solo ottimizzazione; è infrastruttura di resilienza. E una supply chain tecnologica che dipende interamente da fornitori americani o asiatici, per quanto alleati, è intrinsecamente vulnerabile.
La politica europea sta iniziando a rendersi conto della gravità del problema. Iniziative recenti, come il lancio da parte del Fondo Europeo per gli Investimenti (EIF) di un nuovo fondo di fondi da 15 miliardi di euro destinato proprio a supportare i fondi di venture capital focalizzati sulla fase “growth”, sono passi nella giusta direzione. L’obiettivo dichiarato è esattamente quello di colmare il divario di capitali che costringe le startup europee di successo a cercare finanziamenti oltreoceano.
Ma la strada è ancora lunga e in salita. Non basta mettere a disposizione fondi pubblici o para-pubblici; serve completare l’Unione dei Mercati dei Capitali, abbattere le barriere normative che frammentano gli investimenti transfrontalieri in Europa e incentivare i grandi investitori istituzionali (come i fondi pensione e le assicurazioni) a investire quote maggiori dei loro portafogli nell’economia reale e nell’innovazione tecnologica, seguendo il modello dei grandi fondi universitari americani.
Una lezione per l’ecosistema dell’innovazione
La vicenda di Fluidstack dice qualcosa di più generale anche al mondo delle corporate e degli investitori italiani. Per molto tempo abbiamo celebrato il numero crescente di startup nate nel nostro Paese e i round seed sempre più frequenti. Abbiamo costruito incubatori, lanciato programmi di open innovation e applaudito ai primi successi.
Eppure, è proprio nei momenti di frattura – nel passaggio dalla promessa alla scala industriale – che si vede la rilevanza strategica di un ecosistema. Quando una tecnologia diventa sistemica, non è più solo un tema da venture capitalist. Diventa un tema di politica industriale.
Fluidstack, con il suo balzo a 18 miliardi di dollari di valutazione grazie ai capitali americani, ci consegna una lezione durissima ma necessaria. Ci ricorda che nell’era dell’intelligenza artificiale e del deep tech, la competizione non si gioca solo nei laboratori di ricerca o nelle righe di codice. Si gioca, in modo spietato, sulla profondità dei mercati finanziari.
Senza capitali pazienti, coraggiosi e strutturati per la fase di crescita, l’Europa continuerà a essere uno straordinario, efficientissimo e involontario dipartimento di Ricerca e Sviluppo per l’economia statunitense. E le nostre startup migliori, come Fluidstack, continueranno a nascere nei nostri atenei per poi andare a fatturare, assumere e quotarsi a Wall Street. Non per cattiva volontà dei founder, ma per una semplice, inesorabile legge di gravità finanziaria.
























