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La bolla del tech? Ecco perché non è reale

22 Giu 2015

“I tempi sono cambiati: rispetto al 2000, oggi ci sono tre miliardi di utenti di internet e due miliardi di smartphone”. Tanto basta a spiegare perché la bolla speculativa delle società che operano in internet non si ripeterà. La tesi ottimistica arriva dalla società di venture capital Andreessen Horowitz. Tutte le motivazioni in 53 slide

Lo spettro della cosiddetta “bolla delle dot.com” aleggia sulla Silicon Valley. Ma c’è davvero il rischio per le startup americane di rivivere i tempi della bolla speculativa delle società che operavano in internet, tra il 1997 e il 2000? Secondo alcuni analisti la nascita di tantissime società a responsabilità limitata del settore tecnologico e la facilità con la quale alcune di esse bruciano enormi quantità di denaro potrebbe portare indietro di un ventennio. C’è chi, invece, pensa a quella bolla come a un incidente isolato e crede ottimisticamente che la situazione odierna sia ben diversa. Marc Andreessen, ad esempio, uno degli uomini più influenti della Silicon Valley, cofondatore della società di ventur capital Andreessen Horowitz, e investitore di alcuni dei giganti del tech come Facebook, Foursquare e Pinterest, è convinto che la bolla non si ripeterà perché i tempi sono cambiati e, mentre, “nel 2000 c’erano cinquanta milioni di persone connesse in Internet e il numero di smartphone era pari a zero, oggi si hanno tre miliardi di utenti di internet e due miliardi di smartphone”.

Le startup, però, devono essere caute nella gestione del capitale perché i “burn rate” (la quota di denaro spesa in un mese) è troppo alta e “nessuno vuole investire in un inceneritore di denaro”, scrive Andreessen su Twitter.

A supporto della tesi ottimistica di Andreessen, tre partner della sua società di venture capital, Morgan Bender, Benedict Evans e Scott Kupor, hanno pubblicato una serie di grafici, dimostrando che, rispetto alla fine degli anni Novanta, si hanno altri livelli di rapporto prezzo/utili delle società tech, differenti percentuali di finanziamento rispetto al PIL e alle persone connesse in internet, e che i volumi di investimento attuali sono molto più piccoli se rapportati al maggior numero di navigatori. I ricercatori sostengono, quindi, che lo sviluppo dei cosiddetti unicorni (le società con una valutazione superiore al miliardo di dollari) e la mancanza di offerte pubbliche iniziali (IPO) indicano che la gran parte del valore andrà direttamente agli investitori privati.

 

Tra le argomentazioni che smontano l’ipotesi di bolla del settore, Andreessen Horowitz porta la differenza  tra il totale dei finanziamenti in venture capital e in IPO del 2014 (48 miliardi di dollari) e quello del 1999 (71 miliardi di dollari). Questo valore è pari al 2,6 per cento del PIL del 2014, in confronto a un più alto 10,8 per cento del PIL del 1999. Inoltre, se si considera il rapporto prezzo/utili, l’indice S&P 500 scambia ora a 16.1x contro 39x del 1999 e questo avviene quando nel mondo la popolazione internet è di 7,5 volte superiore e il reddito da e-commerce è 25 volte maggiore. Si sottolinea anche la diminuzione di offerte pubbliche iniziali, scese in 15 anni da 371 a 53, e l’aumento del 75 per cento dei principali investimenti in venture capital negli ultimi cinque anni.

In un ventennio si è assistito a un collasso dei costi per la creazione di nuove società, soprattutto in ambito software, e questo ha significato un incremento del numero di startup che si affiancano ai 61 unicorni presenti negli Stati Uniti. È aumentato il numero di round di finanziamento, ma sono di dimensioni inferiori rispetto al 2000, e concentrati nella fase di avvio. I round nella fase seed, del valore di 1-2 milioni di dollari, sono aumentati di 7 volte rispetto al passato. Maggiori difficoltà si incontrano nelle successive fasi di reperimento di fondi, per scalare il business e raggiungere i 3 miliardi di utenti internet.

 

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