Investire in startup è uno strumento di sviluppo economico: l'Africa lo capisce, l'Europa meno - Economyup

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Investire in startup è uno strumento di sviluppo economico: l’Africa lo capisce, l’Europa meno



L’angel investment dovrebbe entrare tra i pilastri della politica industriale di un Paese: lo sottolinea Rebecca Enonchong, imprenditrice tech camerunese. Ma in Europa l’iniziativa più consistente sono stati gli incentivi fiscali in UK. Ecco perché lo Stato dovrebbe supportare investimenti seed ed early stage

di Alberto Onetti

23 Ago 2022


Rebecca Enonchong

Angel Investing should be declared an economic development tool”. Così ha aperto il Commonwealth Heads of Government Meeting 2022 in Rwanda Rebecca Enonchong. Rebecca, nota come Miss Techie Africa, ha un curriculum impressionante: imprenditrice tecnologica camerunese, fondatrice e CEO di AppsTech, è ampiamente conosciuta per il suo lavoro di promozione della tecnologia in Africa (last but not least è entrata di recente nel Judging Committee di Corporate Startup Stars).

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Rebecca ha detto una cosa di grandissimo buon senso. Che gli angel invesments (e in genere gli investimenti seed ed early stage in startups) sono di fatto uno strumento di sviluppo economico.

La cosa sorprendente è che questo stia per essere riconosciuto in alcuni paesi africani (grazie all’iniziativa di African Business Angel Network – ABAN), mentre in Europa no.

La cosa più vicina che sia stata fatta nel Vecchio Continente al riguardo sono gli incentivi fiscali introdotti dal Regno Unito (da oltre dieci anni è in vigore il Seed Enterprise Investment Scheme – SEIS). Altrove troviamo in prevalenza iniziative sporadiche con budget modesti.

Ma perché l’angel investment dovrebbero entrare tra i pilastri della politica industriale di un paese?

Per due ragioni principali:

  1. Il comparto seed ed early stage è un comparto ad altissima mortalità su cui è molto difficile potere estrarre ritorni dagli investimenti (anche perché solo chi ha il capitale necessario per poter partecipare a tutti i round di investimento successivi è in grado di guadagnare dalla exit; in caso contrario diluzione e clausole di protezione vanno a erodere gran parte del profitto).
  2. I capitali investiti in seed ed early stage, se hanno un ritorno sporadico in termini di attività economica, hanno un ritorno importante in termini di educazione imprenditoriale delle persone coinvolte nel progetto. Ho più volte ricordato il ruolo di “nave scuola” svolto da iniziative come Working Capital in Italia, Wayra in Spagna e America Latina, hubraum in Germania. Di queste ne ha molto più beneficiato l’ecosistema che le aziende che ci stavano dietro. Non a caso sono state nel tempo tutte dismesse o profondamente ristrutturate. È di quest’anno l’annuncio da parte di TIM dell’abbandono di WCap per farlo evolvere in una piattaforma di open innovation per l’individuazione di soluzioni mature da canalizzare attraverso i propri canali di vendita.

Per entrambi i motivi gli investimenti seed ed early stage in startups si qualificano come area che dovrebbe beneficiare di supporto pubblico e diventare uno strumento (e potenzialmente un volano) di sviluppo economico. Anche perché – come discusso commentando il caso di MusixMatch, startup bolognese tra le principali piattaforme di dati musicali a livello mondiale, che il 27 luglio ha annunciato un investimento significativo da parte di Tpg, primaria società di gestione patrimoniale alternativa con asset in portafoglio per oltre 120 miliardi di dollari – sono suscettibili di generare effetti di spill-over sugli ecosistemi di riferimento.

 

 

Alberto Onetti

Chairman (di Mind the Bridge), Professore (di Entrepreneurship all’Università dell’Insubria) e imprenditore seriale (Funambol la mia ultima avventura). Geneticamente curioso e affascinato dalle cose complicate.