Innovazione e fallimento, la leggenda del 90%: facciamo un po' di fact checking | Economyup

L'ANALISI

Innovazione e fallimento, la leggenda del 90%: facciamo un po’ di fact checking



9 startup su 10 falliscono, così come il 95% dei nuovi prodotti: queste affermazioni non hanno alcuna base nella letteratura scientifica. Anzi. Numerosi fonti indicano percentuali ben più incoraggianti su innovazione e fallimento. Ecco perché circola la convinzione errata e manca chiarezza su cosa davvero fallisce…

di Andrea Cavallaro, Andrea Gaschi

10 Mar 2020


Photo by Mick Haupt on Unsplash

Innovazione e fallimento. Quante volte abbiamo sentito – e spesso ripetuto – questi dati? 9 startup su 10 falliscono. Ogni anno, il 95% di nuovi prodotti lanciati falliscono. Comunemente, tutti noi accettiamo e indichiamo come riferimento un tasso di fallimento tra l’80 e il 90%. Ma questa affermazione non è altro che una “leggenda metropolitana”.

Infatti, la letteratura empirica non supporta questa dichiarazione: non ci sono basi statistiche che certificano tassi di fallimento del 90%. Fossero veri questi dati, significherebbe che 123.300 startup falliscono ogni giorno e che, solo nel periodo di lettura di questo paragrafo, 85 aziende probabilmente sono state chiuse. Come scritto dal Washington Post, sembra di essere di fronte ad uno di quei fatti senza senso che le persone ripetono senza pensarci troppo chiaramente.

Lo stesso professor Clayton Christensen, spesso citato come fonte del famoso tasso di fallimento del 95% per i nuovi prodotti lanciati sul mercato, ha dichiarato in una intervista di non aver mai pubblicato tale dato, aggiungendo che ulteriori ricerche empiriche sono necessarie per capire e quantificare i reali tassi di fallimento di startup e di nuovi prodotti e servizi.

Innovazione e fallimento, non è bello e serve solo se c’è apprendimento

Innovazione e fallimento, le fonti del fenomeno

Per capire quindi quali sono le dimensioni “reali” del fenomeno “innovazione e fallimento”, abbiamo provato ad analizzare diverse fonti, di seguito le principali evidenze:

♦ un articolo pubblicato nel lontano 1992 sulla rivista Journal of Business Venturing (una delle più autorevoli riviste accademiche su tutti i temi relativi all’imprenditorialità) riporta che oltre il 50% di nuove aziende fallisce nei suoi primi 5 anni di vita

♦ le statistiche di Eurostat indicano che la percentuale media di imprese dell’Unione Europea nate nel 2012 e sopravvissute dopo 3 anni (2015) è del 56,2%, mentre al 2017 (dopo 5 anni) è del 43,9%

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♦ una recente ricerca effettuata da Assolombarda e dal Politecnico di Milano su alcuni cluster regionali mostra che a fine 2017, in Lombardia l’83,5% di startup nate dal 2009 in poi era ancora operativo, tasso inferiore, per esempio, alle regioni tedesche della Baviera e del Baden-Württemberg (entrambe con un tasso di sopravvivenza di circa il 90%)

♦ le statistiche fornite dal Bureau Of Labor Statistics indicano che negli Stati Uniti, tra tutte le aziende nate nel 2015, il 79,6% era attivo un anno dopo, il 69% 2 anni dopo, il 61% dopo 3 anni e 55,5% dopo 4 anni. Dati che non differiscono molto con quelli di periodi precedenti, ad esempio per le aziende nate nel 2000 i tassi di sopravvivenza sono stati del 78,4% dopo 1 anno, 58,2% dopo 3 anni e 48,2% dopo 5 anni, mentre per le aziende nate nel 1994 i tassi di sopravvivenza sono stati del 79,6% dopo 1 anno, 60,6% dopo 3 anni e 49,6% dopo 5 anni

♦ uno studio della Product Development and Management Association (PDMA) ha rilevato che i tassi di fallimento variano da un settore all’altro, dal 35% per l’assistenza sanitaria al 49% per i beni di consumo;

♦ un paper accademico pubblicato nel 2013 sul Journal of Product Innovation Management ha effettuato una analisi della letteratura accademica esistente, individuando diciannove articoli “peer reviewed” tra il 1945 e il 2004, rilevando tassi di fallimento compresi tra il 30 e il 49%, con alcune variazioni comprensibili dovute alle differenze del settore.

Perché si crede al tasso di fallimento del 90% ?

Perché, nonostante il gran numero di evidenze supportate da dati oggettivi, è invece così largamente accettato come veritiero un tasso di fallimento di startup e nuovi prodotti superiore al 90%?

In primo luogo, la percezione di un elevato rischio di fallimento permette di sostenere le richieste di aumento del budget necessario per sviluppare e lanciare nuove soluzioni. E può poi diventare elemento di giustificazione in caso di insuccesso per chi è responsabile del lancio di un nuovo prodotto, o in alternativa rende ulteriore merito per un eventuale successo.

D’altra parte, è necessaria una maggiore chiarezza sul “cosa” è oggetto del fallimento.

Open Innovation, falliscono i prodotti o le idee?

È forse utile, per le aziende che in questi anni stanno investendo in innovazione, lanciando diverse attività di Corporate Entrepreneurship e Open Innovation, suddividere lo sviluppo di nuove soluzioni in due categorie, coerenti con il processo di innovazione e le sue principali attività, da cui nascono due indicatori differenti:

♦ Idea Failure Rate, cioè la percentuale di idee che entrano nel processo di sviluppo, ma non vengono lanciate come prodotti commerciali

♦ New Product Failure Rate, ovvero la percentuale di nuovi prodotti effettivamente introdotti sul mercato che poi non riescono a soddisfare gli obiettivi commerciali dell’impresa.

In questo caso, i due indicatori avranno tassi molto diversi tra loro e permetteranno una migliore valutazione delle performance dell’impresa e delle persone coinvolte nel processo di innovazione. È, infatti – per una organizzazione sanamente orientata all’innovazione – molto probabile avere tassi di fallimento molto alti per il primo indicatore (relativo alle idee) e più bassi – auspicabilmente in linea con quanto evidenziato dalle diverse ricerche empiriche – per il secondo parametro.

Questa distinzione permetterebbe a un’organizzazione di incentivare la creatività, la predisposizione alla sperimentazione e all’apprendimento, l’apertura alla proposizione e valutazione di nuove idee, diminuendo quindi il rischio di ostracismo verso l’innovazione. Allo stesso tempo consentirebbe di limitare il rischio di mettere in piedi soltanto un “Innovation Theatre”, in cui le iniziative di innovazione generano tanto “rumore” ma nessuna ricaduta concreta sul business, spingendo piuttosto le imprese a fare di tutto per diminuire il fallimento causato dall’incompetenza.

Esiste solo un campo, iper-competitivo, nel quale gli attori in campo sono consapevoli di avere tassi di fallimento anche superiori al 95%: il mondo dei venture capitalist che investe in startup hi-tech. In questo contesto, secondo CB Insights, solo l’1% delle startup che ricevono un finanziamento in fase seed raggiunge l’ambito status di “Unicorno” (al raggiungimento di 1 miliardo di dollari di valore prima dell’IPO), mentre circa il 67% di esse si ferma in qualche punto del funnel dei finanziamenti, fallendo l’accesso a round successivi o il raggiungimento dell’exit.

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Andrea Cavallaro

Manager Partners4Innovation

Andrea Gaschi

Practice Leader di Partners4Innovation per l’area Digital Open Innovation. Aiuta le imprese ad adottare modelli di innovazione digitale agili, aperti e partecipativi