Incontro con Marco Moschini, CIO Benetton Group: ho fatto startup, credo nell'innovazione aperta - Economyup

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Incontro con Marco Moschini, CIO Benetton Group: ho fatto startup, credo nell’innovazione aperta



Marco Moschini, 38 anni, è entrato nel gruppo di Ponzano Veneto in maggio. Si è formato nella consulenza è ha fondato la sua startup prima di lavorare in PAM. “Oggi per portare innovazione bisogna ragionare per linee esterne”, dice. La sua sfida? “Creare un’esperienza phygital che non sia guidata solo dalla tecnologia”

di Giovanni Iozzia

03 Set 2021


Marco Moschini, CIO di Benetton Group

“Oggi per portare innovazione bisogna ragionare per linee esterne, soprattutto in aziende molto consolidate”. Come in Benetton Group, dove Marco Moschini è CIO dallo scorso maggio, dopo 5 anni in PAM, con un foglio bianco davanti: creare la versione phigytal di un grande brand del casual style italiano che è entrato nella storia del retail e adesso sta cercando la sua via dell’innovazione per andare con successo verso il futuro.

Marco Moschini, dalla consulenza all’azienda passando per la startup

Laureato in ingegneria informatica a Padova, 38 anni, Marco Moschini si è formato nella consulenza prima di fare la sua startup: 9Minutes, fondata nel 2013 per semplificare l’esperienza d’acquisto. Un capitolo chiuso per diventare Chief Information & Innovation Officer di Gruppo PAM, gruppo veneto della grande distribuzione organizzata. “Per me è stato un epic fail importante e istruttivo. Mi ha fatto capire che oggi, di fronte alle complessità del mercato, le sfide puoi vincerle solo se hai un team all’altezza. In 9Minutes non avevamo capito che nel team c’erano pezzi mancanti: non aver portato a bordo sin dall’inizio qualcuno che avesse forte conoscenza del contesto fashion è stata una forte criticità. Poi mi è rimasto il networking: essere entrato in contatto con il Polihub, per esempio, mi ha creato relazioni che ancora oggi fanno parte del mio patrimonio”.

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Moschini non si sente certo uno startupper mancato. “Semmai mi sento un doer, uno che fa, con un forte spirito imprenditoriale. Uno che vuole imparare in fretta e non ha paura di sbagliare, anche in azienda. La cosa che mi ha fatto più piacere, quando sono andato via da PAM, è stato il riconoscimento avuto da parte del team IT, e non solo, che mi ha ringraziato per l’innovazione portata”.

La vera sfida è il cambiamento di pensiero

In Benetton Moschini si inserisce in un contesto più grande in un momento di grande trasformazione dell’azienda e di tutto il settore, anche per effetto della pandemia. La tecnologia gioca un ruolo decisivo. “L’IT di gruppo ha aspetti geograficamente importanti considerata la nostra presenza in circa 90 Paesi. Ma la vera sfida è cambiamento di pensiero, la capacità di scaricare a terra la progettualità, abbattendo i silos interni e corresponsabilizzando i vari attori. Non più il business pensa e l’IT esegue”.

In PAM Moschini ha creato un Innovation Lab. Farà qualcosa del genere anche in Benetton? “È una possibilità. Oggi per portare innovazione bisogna ragionare per linee esterne, soprattutto in aziende molto consolidate. La valorizzazione di tutto il patrimonio di competenze interne, dalla produzione alla logistica, va associato a un nuovo approccio caratterizzato dall’apertura verso l’esterno. Qui le opzioni sono tante: dall’entrare in partnership con incubatori a puntare sul CVC. Sicuramente bisogna sviluppare relazioni con le startup, i centri di ricerca, le università”.

Benetton nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso è stata una startup diventata presto unicorno. Oggi è un gruppo vicino al miliardo di fatturato in cui a Moschini piacerebbe creare per il cliente “un’esperienza phygital che non sia guidata  solo dalla tecnologia. I colori, la multiculturalità fanno parte del DNA dell’azienda. Adesso vanno trasferiti in un’esperienza di acquisto innovativa che ci permetta di tornare a dire la nostra sul mercato mondiale.”.

Non c’è un negozio del futuro, perché non ci sarà un solo format

Non c’è un modello, non ci sarà un modello. “Non c’è un negozio del futuro, perché non ci sarà un solo format”, spiega Moschini. “Certo AmazonGo si ritaglierà il suo spazio e ci sta dicendo che eliminare il contatto fisico al momento del pagamento sarà una tendenza forte ma non ci sarà one size fits all, una soluzione buona per tutti. Specialmente nel settore fashion, dove nei diversi segmenti, dal luxury al basic, parli con target diversi. Nell’abbigliamento il fattore umano resterà comunque molto importante, anche se avrà un ruolo diverso. L’assistente alla vendita diventerà un personal shopper evoluto, che potrà contare su una conoscenza estremamente evoluta del cliente, a cui bisognerà offrire un’esperienza d’acquisto sempre più fluida. Immaginiamo un negozio dove, guidato dal personal shopper, provo la taglia di un abito, scelgo il colore online, per riceverlo a casa due giorni dopo”.

Grazie alle tecnologie digitali, altre evoluzioni sono possibili, la personalizzazione ad esempio. “Benetton lo fa già con alcuni articoli in vendita sul proprio eCommerce. Questa è un’area con grandi potenzialità di sviluppo per arrivare alla configurazione del capo, come si fa ormai con l’auto”. E poi c’è l’abbattimento dei confini fisici del negozio. “Il negozio del futuro si caratterizzerà per la capacità di creare spazi diversi. Il commerce from home è una tendenza forte in questo senso: l’azienda porta il negozio a casa mia, scelgo una serie di capi e poi li acquisto online”.

Grandi cambiamenti, quindi, sono in vista. Affrontarli con successo dipende dalla tecnologia o dal modello organizzativo? “Da entrambi”, conclude Moschini.

 

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.