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Identikit dei manager che fanno open innovation: competenze, carriera e sfide



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Un report di Mind The Bridge analizza il profilo, il background e i percorsi di carriera dei manager che gestiscono i programmi di open innovation nelle grandi aziende globali. E segnala l’evoluzione del modello

Pubblicato il 17 mar 2026



Open Innovation Manager

Collegare grandi aziende e startup sta diventando una professione a sé. Il report “Inside the Open Innovation Role: Profiles, Skills and Challenges of Corporate Innovation Executives” pubblicato da Mind the Bridge e presentato per la prima volta allo Scaleup Summit organizzato alle OGR Torino, analizza il profilo, il background e i percorsi di carriera dei manager che gestiscono i programmi di open innovation nelle grandi aziende globali.

Un ruolo sempre più centrale per imprese che, sempre più spesso, devono guardare ben oltre la propria R&D interna per accedere a nuove tecnologie e modelli di business.

Negli ultimi dodici mesi Mind the Bridge ha intervistato centinaia di professionisti di grandi corporation internazionali per capire come le aziende organizzano le attività di open innovation e qual è il profilo di chi gestisce le relazioni con startup, venture capital e, più in generale, con gli ecosistemi dell’innovazione.

I risultati mostrano l’emergere di una nuova figura manageriale: l’Open Innovation Executive, un professionista ibrido che opera all’incrocio tra strategia, tecnologia ed ecosistemi esterni.

Open innovation manager, ecco l’identikit

Secondo il report, i responsabili dell’open innovation presentano in genere un background accademico solido. Metà degli intervistati (50%) possiede come titolo principale una laurea. Gli altri hanno proseguito gli studi: il 40% ha conseguito anche un MBA, l’8% un dottorato di ricerca, mentre il 2% ha completato sia un MBA sia un PhD.

Ma cosa hanno studiato? La risposta non è univoca: il 46% proviene da discipline umanistiche, il 40% da discipline STEM, mentre il restante 14% ha percorsi formativi all’intersezione tra le due aree. In termini più specifici, economia (56%) e ingegneria (28%)rappresentano i background più diffusi.

La non univocità della risposta è forse il dato più interessante. Da ciò emerge bene la natura ibrida del ruolo, che richiede visione strategica e comprensione tecnica.

Anche il percorso professionale segue tempi lunghi. Chi svolge ruoli specialistici nell’open innovation – come scouting di startup, sviluppo di partnership e presidio degli ecosistemi – ha in media circa 9 anni di esperienza lavorativa.

Per arrivare a posizioni di livello Director servono generalmente altri 7-8 anni, mentre l’accesso ai ruoli apicali – come Chief Innovation Officer o Head of Innovation – dipende spesso più dalla credibilità interna e dall’esperienza maturata all’interno dell’azienda che dal numero complessivo di anni di carriera.

L’esperienza nelle startup diventa sempre più importante

I dati mostrano anche come molti dei responsabili dell’open innovation abbiano maturato esperienze dirette negli ecosistemi imprenditoriali.

Il 63% degli intervistati ha lavorato in team di corporate innovation, il 59% ha avuto esperienza diretta in startup e il 47% ha lavorato in venture capital, acceleratori, incubatori o startup studio.

Questa combinazione di esperienze corporate e startup riflette la natura stessa del lavoro: fare da ponte tra due mondi che spesso operano con velocità, culture e incentivi molto diversi.

Questi background riflettono anche un cambiamento strutturale nel modo in cui le aziende gestiscono l’innovazione. Oggi l’innovazione nasce sempre più spesso fuori dai confini dell’impresa. Le corporate hanno bisogno di professionisti capaci non solo di muoversi nei corridoi aziendali, ma anche di navigare gli ecosistemi delle startup.

In altre parole, devono essere bilingue: parlare il linguaggio del business e quello della tecnologia, quello delle corporate e quello delle startup.

Open innovation, gli ostacoli restano soprattutto interni

Nonostante la crescente maturità dei programmi di open innovation, le principali difficoltà restano interne alle aziende. Gli intervistati indicano come ostacoli principali la mancanza di buy-in da parte del top management, la lentezza dei processi interni e una cultura dell’innovazione ancora limitata.

Come discusso anche sul palco dello Scaleup Summit con Claudia Berti (CInO di Pelliconi ed ex Head of Global Innovation & IPR di Barilla), Paolo Cerioli (Chief Innovation and Information Technology Officer di Fincantieri) e Giacomo Silvestri (Executive Chairman di Eniverse Ventures ed Eni Group Head of Innovation Ecosystems), il vero collo di bottiglia dell’open innovation raramente è la disponibilità di startup o tecnologie.

La sfida è interna: allineare governance, incentivi e cultura aziendale affinché queste opportunità possano passare dalla sperimentazione alla creazione di reale valore di business.

Il divario di genere

Il report evidenzia inoltre un persistente divario di genere nella leadership dell’innovazione corporate: gli uomini superano le donne con un rapporto di quasi due a uno, con uno squilibrio ancora più evidente ai livelli apicali.

Le donne sono più presenti nei ruoli operativi o di gestione dei programmi, mentre il divario tende ad ampliarsi nelle posizioni più senior, dove la leadership resta prevalentemente maschile. Un segnale di una sfida ancora aperta per l’evoluzione delle funzioni di innovazione – e non solo – all’interno delle grandi imprese.

L’evoluzione dell’open innovation

L’emergere di una figura professionale specializzata nell’open innovation riflette una tendenza più ampia: le aziende stanno passando da collaborazioni occasionali con startup a strategie di innovazione strutturate.

Man mano che le imprese fanno sempre più affidamento sugli ecosistemi esterni per accelerare l’adozione tecnologica e l’esplorazione di nuovi mercati, i professionisti che gestiscono queste attività diventano una componente sempre più centrale dell’organizzazione.

In questo scenario in evoluzione, l’Open Innovation Executive svolge un ruolo chiave: non solo individuare opportunità nel mondo delle startup, ma tradurre queste opportunità in cambiamento strategico e impatto misurabile per le grandi aziende.

In Europa abbiamo bisogno di una nuova “ondata imprenditoriale”. Il vecchio mondo industriale si sta lentamente disgregando e, se continueremo ad affidarci esclusivamente al modello che ci ha portato fin qui, rischiamo di non essere più in grado di sostenere la società che abbiamo costruito e di cui siamo giustamente orgogliosi.

Nel nuovo contesto servono quindi figure nuove, come gli open innovation manager, capaci di guidare questo cambiamento con competenze diverse: scientifiche per comprenderne l’evoluzione, umanistiche per orientarla eticamente, imprenditoriali per coglierne le opportunità e politiche per farla accadere nelle organizzazioni.

Chi non riesce a parlare tutte queste lingue rischia semplicemente di restare muto e subire il processo.

Qui il link per chi fosse interessato a scaricare il full Report.

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