I monopattini elettrici a Milano, il terrorismo sulla sicurezza e l'educazione civica | Economyup
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INNOVAZIONE E SOCIETÀ

I monopattini elettrici a Milano, il terrorismo sulla sicurezza e l’educazione civica



Il blocco dei monopattini elettrici in sharing a Milano fa notizia per un incidente accaduto in città ma pochi vedono quel che i nuovi veicoli leggeri rappresentano: la rivoluzione della mobilità urbana. Le regole sono necessarie ma non sufficienti. Sarà molto più importante una nuova educazione civica della condivisione

di Giovanni Iozzia

17 Ago 2019


Quanto rumore per nulla sui  monopattini elettrici a Milano! Titoli sui telegiornali e sui quotidiani; animate conversazioni sui social con annessa polemica sulle lobby che ci stanno sempre bene quando non si capisce quel che accade. E quanta poca attenzione su quel che davvero si sta muovendo con i monopattini elettrici, a Milano, in altre città d’Italia e nel mondo, cioè la rivoluzione della mobilità urbana, che su EconomyUp segnaliamo e raccontiamo ormai da tempo (qui il canale Smart MobilityUp).

Il Comune di Milano ha chiesto ai diversi operatori di ritirare i monopattini elettrici in condivisione in attesa della delibera di autorizzazione, che dovrebbe arrivare a fine mese. Quindi non sono stati bloccati tutti i monopattini elettrici, per cui è in corso un test previsto da una decreto del Ministero dei Trasporti, ma solo quelli offerti in sharing da diverse startup da mesi.

Non credo si torni indietro, né credo che la Giunta guidata dal sindaco Sala abbia questa intenzione in un momento in cui nella città italiana più avanzata sul fronte della mobilità intelligente si sta sviluppando l’intermodalità, cioè quel flusso continuo e semplificato da un servizio all’altro che rende sempre meno necessario l’uso di un veicolo privato. Si intendono, però. invece fissare alcune regole che i diversi operatori saranno chiamati a rispettare. Giusto e condivisibile. Purché si faccia presto e si lasci spazio alla sperimentazione per poter capire, dopo, che cosa funziona e che cosa no. Senza pregiudizi e senza campagne terroristiche.

Se io trovo due monopattini elettrici in condivisione davanti al portone di casa, come mi è accaduto già più di una volta (e non indico il nome della società perché è irrilevante), non posso e non devo concludere che questi nuovi mezzi sono un fastidio. Lo sono tanto quanto l’auto parcheggiata sul passo carraio (per cui esiste da decenni un divieto a molti sconosciuto e di difficile sanzionamento: provate voi a fare intervenire un carro attrezzi…).

La maleducazione e la strafottenza vanno ben oltre ogni regola. Se una bicicletta mi sfreccia sulla pista ciclabile ma contromano mentre esco con l’auto dal cortile di casa, non penso che le biciclette siano pericolose ma che sulle biciclette salgono anche autentici cretini (quelli che, secondo la definizione del professore Carlo Maria Cipolla, agiscono producendo danno a se stessi e agli altri).

A Milano c’è stato l’incidente: un pedone è stato investito da un monopattino elettrico e ha riportato alcune fratture. Un episodio spiacevole, bisogna augurarsi che non accadano più eventi del genere e vanno attivate tutte le misure per evitarli. Ma pensare (o far credere) che i monopattini elettrici siano il nuovo strumento del diavolo portato in terra per mettere in pericolo la nostra serena esistenza è da sciocchi o da ipocriti.

In Italia ogni 32 ore (dati ACI e ISTAT) c’è qualcuno che muore a bordo di una bicicletta, perché cade, perché viene investito da auto che circolano secondo le regole di un codice della strada. E secondo la Treccani la bicicletta resta il mezzo più pericoloso per muoversi: tasso di rischio di incidente mortale 2,18%. Eppure nessuno propone di bloccare la circolazione delle biciclette.

Ogni qualvolta in una comunità arriva qualcosa di nuovo, c’è chi ne fa abuso e chi fa resistenza, perché ne ha paura. Perché non ci sono le regole e non potrebbe essere altrimenti, se il nuovo è davvero nuovo: la codificazione viene sempre dopo. È una legge del cambiamento sociale e dell’innovazione, dove a guidare dovrebbe essere una visione di medio e lungo termine.

Come pensate che saranno le nostre città fra 10-20-30 anni? Ancora intasate di auto occupate da una sola persona? Possiamo permettercelo e possiamo accettarlo nonostante lo sviluppo delle tecnologie che consentono soluzioni e servizi diversi? Chi oggi guarda al monopattino elettrico urla al dito che nasconde la luna, a cui invece stanno guardando quelli investitori internazionali che puntano decine di migliaia di dollari sulle startup impegnate a sviluppare nuove soluzioni per la mobilità, compresi i monopattini (qui gli investimenti di 34milioni di dollari su Dott e di 10 milioni su Helbiz)

Ultima notazione. Pensare (e soprattuto far credere) che bastino le regole per far scomparire i monopattini elettrici abbandonati davanti al  portone di casa o per portare a zero gli incidenti significa proprio sbandare. Ripeto per non essere frainteso: le regole vanno fatte a tutela di chi sui monopattini sale e di chi passeggia (cani compresi…) e vanno fatte in modo tale da accogliere tutti i vantaggi portati dall’innovazione. Ma c’è da fare molto affidamento anche sul ritorno dell’educazione civica a scuola, con l’augurio che la vecchia materia sia aggiornata anche con il galateo della condivisione. Che è poi l’antico rispetto per il bene pubblico. Chi lascia il monopattino di traverso davanti a un qualsiasi portone contravviene a regole che ci sono già, quelle della buona educazione e della convivenza sociale.

 

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.