Carlo Bonomi, il primo presidente di Confindustria eletto per via digitale | Economyup

IL PERSONAGGIO

Carlo Bonomi, il primo presidente di Confindustria eletto per via digitale



Il Consiglio Direttivo di Confindustria ha votato a distanza la designazione di Carlo Bonomi, imprenditore del settore biomedicale e già presidente di Assolombarda. Chiara la posizione sul dopo Coronavirus: bisogna fare presto ma senza calendari diversi nelle regioni.Il ruolo dell’innovazione: “Le imprese dovranno cambiare”

di Giovanni Iozzia

16 Apr 2020


Carlo Bonomi, neopresidente di Confindustria

Con 123 voti espressi a distanza dai 183 componenti del Consiglio Direttivo Carlo Bonomi, 53 anni, è stato designato presidente di Confindustria: l’insediamento ufficiale sarà dopo l’Assemblea del 20 maggio (se anche questa sarà da remoto non è ancora dato sapere) ma possiamo dire che il presidente di Assolombarda è il primo leader dell’associazione italiana degli industriali eletto per via telematica, grazie alle tecnologie digitali che stanno permettendo in qualche modo la continuità del nostro sistema sociale ed economico.

Il primo presidente di Confindustria dell’era B.C. (Before Coronavirus) è un imprenditore che crede nell’innovazione e che ci ha abituato a non nascondersi dietro le parole. È un piccolo imprenditore Carlo Bonomi (il gruppo di cui è presidente, la Synopo Spa, fattura circa 20 milioni di euro) ma in un settore ad alta intensità tecnologica: il biomedicale. “Essere imprenditori è ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione”, diceva in occasione dell’assemblea 2018 di Assolombarda, quando non aveva risparmiato pesanti critiche al primo governo Conte. Come ha continuato a fare in tante altre occasioni.

Adesso, con l’emergenza sanitaria ancora in corso e la crisi economica che incombe su imprese stremate da due mesi di chiusura, il clima è certamente cambiato. Ma le prime dichiarazione di Bonomi lasciano trasparire una linea decisa che potrebbe segnare una svolta rispetto alla gestione più diplomatica di Vincenzo Boccia.

Confindustria si mette subito al centro del tavolo in cui si discute piano di riapertura ma non nasconde le difficoltà. “Non abbiamo ancora dispositivi di protezione distribuiti in massa, non abbiamo tamponature a tappeto, non abbiamo indagini a cluster della popolazione sulla concentrazione dei contagi, né test sierologici sugli anticorpi, né tecnologie di contact tracing.  Su queste basi abbiamo bisogno di una diagnostica precoce che ci consenta riaperture estese, sulla base di misure restrittive concentrate, invece, dove servono e dove sono giustificate. Questo è il modello di riapertura in sicurezza a cui dobbiamo puntare”

L’analisi suona quasi come un’altolà alle fughe in avanti di alcune Regioni, la sua Lombardia in testa (è nato a Crema), ma non manca la critica indiretta al Governo. “Vanno benissimo i comitati di esperti”, dice ancora Bonomi alludendo alla supertask force guidata da Vittorio Colao ma anche alle altre minitask force più o meno eccellenti convocate da diverse ministri. “Ma la loro proliferazione senza chiare attribuzioni non può essere uno scudo dietro cui nascondersi per rinviare decisioni che devono essere assunte su basi chiare, e con tempi rapidissimi. Senza calendari diversi da regione a regione”.

Appare quindi subito chiara la posizione della nuova Confindustria. La riapertura non può essere fatta a macchia di leopardo, va fatta bene ma anche presto. “Il tempo è nostro nemico. Non solo nei settori del turismo e della ristorazione ma anche più in generale della domanda interna. Il tempo rischia di disattivare la nostra presenza nelle catene internazionali di fornitura e del valore. Il mondo ripartirà trainato da chi ne sarà protagonista”, avverte Bonomi.

E per essere protagonisti serve non solo sicurezza ma anche chiarezza sulle mosse da fare. Due gli obiettivi, secondo il neopresidente di Confindustria, che non risparmia una stoccata a chi vorrebbe ripartire dalla riapertura della Pubblica Amministrazione: “Riaprire la produzione perché solo essa dà reddito e lavoro, non certo lo Stato come molti vorrebbero dimenticando che non ha le risorse; e farlo evitando una seconda ondata di contagio, che ci porterebbe a nuove misure di chiusura a quel punto ancor più disastrose”.

Si potrà essere protagonisti solo sposando il cambiamento. “Ci sarà bisogno dell’impegno di tutti”, conclude Bonomi, aggiungendo: “Dovremo cambiare anche noi imprese, se vogliamo che cambi l’Italia”. Quindi con molta più innovazione di quanta finora il sistema italiano delle imprese sia riuscita a esprimere. Diceva sempre nel 2018 Carlo Bonomi: “Essere imprenditori è avere il senso del rischio, guardare a nuovi mercati, ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione, perseguire la crescita con tutti i nostri collaboratori”. Questo è il momento in cui servono veri imprenditori.

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.