Brandeau (ex Pixar): «Un leader dell'innovazione cerca le critiche. Come faceva Steve Jobs» | Economyup
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Personaggi

Brandeau (ex Pixar): «Un leader dell’innovazione cerca le critiche. Come faceva Steve Jobs»

02 Dic 2015

Greg Brandeau, Cto dei Walt Disney Studios, ha lavorato per anni con il cofounder di Apple. A EconomyUp racconta aneddoti inediti, a partire dal suo colloquio di assunzione. Quando il boss gli tese un tranello per verificare se era o no uno yes man

Greg Brandeau, Cto di Walt Disney Studios
Steve Jobs aveva certamente un brutto carattere ma sapeva accettare le critiche, se formulate in modo intelligente. E, al contrario di quanto si possa pensare, aveva il senso della comunità aziendale. Parola di Greg Brandeau, che ha lavorato fianco a fianco con il co-fondatore di Apple per diversi anni prima a Next Computer poi a Pixar, ed è attualmente Cto dei Walt Disney Studios. Per EconomyUp Brandeau rievoca alcuni episodi, in parte inediti, della sua esperienza lavorativa con quello che lui chiama amichevolmente sempre e solo Steve. Un ritratto che lo dipinge non solo come leader aziendale ma leader dell’innovazione. Due cose un po’ diverse, come Brandeau spiega nel libro “Il genio collettivo-La cultura e la pratica dell’innovazione” (Franco Angeli), scritto a quattro mani con Linda A. Hill, Emily Truelove e Kent Lineback, dove tra le altre cose descrive come cambia il ruolo del leader laddove si fa innovazione: non più un uomo solo al comando ma qualcuno in grado di coordinare la creazione collettiva. Steve Jobs è stato a suo modo un pioniere di questa nuova figura manageriale? Brandeau è l’uomo giusto per rispondere. All’inizio degli anni Novanta è stato assunto a NeXT Computer, società fondata da Jobs dopo aver lasciato Apple, dove ha lavorato per un paio d’anni. Dopodiché ha seguito il “principale” quando ha acquisito la casa cinematografica Pixar (“Ero il dipendente n.120” ricorda). È stato a lungo direttore della divisione tecnologica, contribuendo a film che hanno fatto la storia del cinema di animazione quali Toy Story 1, 2 e 3 o Monsters. Dopo un periodo trascorso presso un’azienda bio-tech, Brandeau è tornato alla Pixar, che è stata successivamente acquisita da Walt Disney. Anche a lui si devono capolavori amati dai bambini di tutto il mondo quali Il Re Leone e Lilli il Vagabondo. È tuttora Chief Technology Officer del colosso cinematografico mondiale, ma la rilevanza del ruolo è inversamente proporzionale al suo atteggiamento durante l’intervista, estremamente cordiale e informale. Un ruolo che non gli ha impedito di sconfinare nel mondo accademico, contribuendo allo studio sull’innovazione di cui è capofila Linda Hill, docente di Business Administration alla Harvard Business School. Lui ha portato l’esperienza della Pixar, e in particolare della Pixar  guidata Steve Jobs. “Sono stato fortunato ad aver lavorato in organizzazioni gestite in modo eccellente e con persone dotate di un talento incredibile” dice a EconomyUp. “Alla Pixar tutti eravamo chiamati a dare pareri al regista su come risultava la visione sullo schermo: rientrava nei nostri obblighi di dipendenti. Perciò potevi, anzi dovevi, dirgli, sempre con educazione naturalmente: ‘Ehi, capisco cosa vuoi esprimere, ma non ha alcun senso, dovresti farlo in un’altra maniera’. Lo scopo non era prenderlo in giro ma aiutarlo ad essere il migliore possibile. Anche Steve Jobs sapeva cogliere le critiche costruttive. In realtà possedeva tratti caratteristici di quello che noi oggi definiamo un leader dell’innovazione”.  Ecco alcuni aneddoti riferiti da Brandeau che contribuiscono a mostrarci la figura del co-fondatore di Apple sotto una nuova luce.

Un leader dell’innovazione cerca le critiche (e Steve Jobs lo faceva)– “Ho una storia divertente: il mio colloquio di lavoro a Next. Ho fatto 4 giorni di incontri con chiunque prima di arrivare a Steve e il mio colloquio con lui è durato appena 10 minuti. Eravamo in una stanzetta con una lavagna bianca e lui faceva degli schizzi sulla lavagna per spiegarmi come si poteva guidare il sistema finanziario dell’azienda. Io pensavo tra me e me: questo tizio è completamente pazzo, quello che scrive non ha alcun senso. Non sapevo cosa dire, ma alla fine mi sono deciso e ho detto: ‘Ti ho ascoltato, sarebbe veramente fantastico se potessimo farlo ma penso che potremmo avere un problema qui, qui e qui’. Abbiamo discusso per un po’ e quando ha visto che non avrei rinunciato alle mie posizioni mi ha detto: ‘Ok, penso che ce la farai’. Ed è uscito dalla stanza. Ripensandoci, credo che volesse scoprire se avrei effettivamente detto quello che pensavo. Voleva un mio feedback onesto, voleva la verità”.

Un leader dell’innovazione punta a creare in azienda un senso di comunità (e Steve Jobs lo faceva) – “Quando stavamo preparando Toy Story 2 siamo incorsi in alcuni problemi, così abbiamo impiegato 3 dei 4 anni a nostra disposizione per completare il film. Abbiamo dovuto fermare la produzione per 3 mesi e riscrivere tutto. A quel punto avevamo solo 9 mesi di tempo per finire il lavoro, follia pura. In ogni caso tutti noi abbiamo lavorato molto duramente e ne è venuto fuori un film di straordinario successo che ha incassato moltissimi soldi. Così sono andato da Steve e gli ho detto: ‘Dovremmo dare un bonus ai dipendenti’.  Lui inizialmente mi ha risposto: ‘No, le persone che lavorano qui sanno che devono impegnarsi al massimo’. Ma tre settimane dopo ha chiamato il responsabile delle risorse umane e gli ha detto: ‘Non stai pensando abbastanza in grande per questo bonus. Dovremmo dare un bonus a tutti, ma deve essere equo. Quindi calcoleremo quanto denaro ci possiamo permettere di dare ai dipendenti e lo divideremo in salari settimanali’. Tutti hanno ottenuto 3 settimane di paga in più, ovviamente in proporzione alla propria retribuzione annuale. Una scelta a mio parere estremamente equa. Ma la cosa più folle che abbiamo fatto è stampare gli assegni e convocare i dipendenti in una stanza per consegnare loro l’assegno uno per uno in ordine alfabetico. Sono stati dati bonus a tutti: da quelli che lavoravano nelle cucine alle guardie giurate ai contabili. Steve aveva pensato in grande perché riteneva che tutti avessero contribuito al film. Come risultato, tutti quelli che lavoravano in azienda hanno sentito di essere parte della produzione di quel film e hanno avvertito la responsabilità di aiutare i colleghi. Ecco un altro esempio di quello che abbiamo fatto alla Pixar: alla fine di ogni film ci sono i credits con tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione. Noi inserivamo anche i production babies, i bambini nati durante la lavorazione del film. Per esempio mia figlia è nei credit di Monsters e l’altra mia figlia è in quelli di Cars. Nell’industria cinematografica siamo stati i primi a farlo. Per un dipendente è una cosa molto appagante e serve a rinsaldare la comunità. Steve Jobs ha fatto questo con i computer Macintosh: i nomi di coloro che avevano contribuito al design del computer erano scritti dentro lo stampo della macchina.  

Un leader dell’innovazione ha interesse a scatenare il dibattito (e Steve Jobs lo faceva) – “Tra le tre capacità che devono avere oggi gli innovatori, come le abbiamo identificate nel libro ‘Il Genio Collettivo’, c’è la capacità dell’abrasione creativa, ovvero generare idee attraverso il dialogo e il dibattito. Steve Jobs e la Pixar seguivano spontaneamente questo percorso. Se tu ed io stiamo lavorando alla risoluzione di un problema, e tu hai la tua idea ed io la mia, non dobbiamo litigare su chi ha ragione ma su cosa è giusto. Molti assumono persone diverse tra loro per competenze e talenti e la prima cosa che fanno è renderli tutti uguali. Ma allora perché assumerle? Le migliori idee vengono fuori quando si amplificano le differenze tra le persone. Perciò un leader, oggi come oggi, non deve impiegare il tempo soltanto a preoccuparsi di assumere dipendenti in gamba ma essere sicuro che – lo so, sembra folle – litighino tra loro.  D’altra parte, se abbiamo lo stesso obiettivo, e ci fidiamo l’uno dell’altro, allora il tuo successo è il mio successo, e possiamo avere un intenso scambio di opinioni su chi ha ragione e chi ha torto, ma alla fine della giornata ci possiamo sentire ugualmente bene l’uno nei confronti dell’altro.  Negli anni diverse persone hanno litigato con Steve. Personalmente trovo che rispettasse quelli che discutevano con lui.  Ma se ti inventavi le cose, e lui lo scopriva, era la fine per te. Oppure, se esprimevi opinioni che erano incredibilmente stupide, lui si limitava a commentare: ‘È la cosa più stupida che ho mai sentito’. Sapevi esattamente quello che pensava di te, non era mai ambiguo. Qualche volta il suo comportamento mi disturbava, ma il più delle volte pensavo: ‘È fatto così’.

Un leader dell’innovazione sa che i dipendenti possono sbagliare (e Steve Jobs, nonostante tutto, lo sapeva) – “All’inizio Steve non capiva che le persone non possono lavorare per tutto il tempo: magari hanno figli e se ne devono occupare. Poi quando anche lui si è sposato e ha avuto figli, è diventato più tollerante nei confronti degli altri. Più invecchi, più ti rendi conto che le persone fanno errori, non perché sono incompetenti ma perché gli errori si fanno. Se stai lavorando a qualcosa di nuovo, che non è mai stato sperimentato prima, può venir fuori che quello nel quale ti sei cimentato non è stato eseguito nel modo giusto. In ogni caso un vero leader cerca di assumere persone più intelligenti di lui. Uno dei nostri leit motiv in Pixar era: come facciamo a trovare persone più intelligenti di noi? Non sto scherzando: c’erano grandi cervelli, individui plurilaureati, non era facile trovare sempre il meglio, ma ci provavamo. Il leader deve assumere persone intelligenti per creare un ambiente che possa essere migliore di quello che già è. È diverso dal dire: posso assumere un mucchio di gente che obbedisca ai miei ordini. Ormai non funziona più così”. 

di Luciana Maci

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