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Made in Italy

Andrea Guerra: «Il problema dell’Italia sono i capi»

28 Ott 2015

Il numero uno di Eataly va giù duro: «Pensano in un modo a dir poco conservatore. Sono pieni di moderni device ma quando entrano in azienda si comportano come se fossero nel 1950». «Non cercano gente brava, diversa, con idee strane. A noi non serve altro che gente che abbia voglia di fare impresa»

Andrea Guerra, amministratore delegato di Eataly
Parla chiaro Andrea Guerra di Eataly alla premiazione per le Eccellenze d’Impresa 2015 di Gea, la società di consulenza di direzione, e di Harvard Business Review Italia, quando parla di impresa e lavoro in Italia e di, conseguente e apparentemente inevitabile, fuga dei cervelli: “Il vero problema – dice il numero uno di Eataly –  è che spesso chi cerca non cerca gente brava, non cerca gente ‘diversa’, non cerca gente che abbia idee strane, non cerca gente che non solo accetti le sfide ma che sia in sé stessa una sfida”.

Parole quelle di Guerra che planano sulla platea di capi di industria e amministratori delegati in grisaglia del premio, andato a  Diasorin, per le “sue caratteristiche di eccellenza nell’innovazione, internazionalizzazione, leadership tecnologica e gestione delle risorse umane e dei talenti”, mentre ad Amplifon, Eldor e Industrie De Nora è andata una menzione speciale.

Il problema dell’Italia sono i capi: sono loro – dice Guerra –  che pensano in un modo a dir poco conservatore. A casa o in tasca hanno i più moderni device, ma poi, quando entrano in azienda si comportano come se fossero nel 1950. Ma a noi serve altro, serve gente che abbia voglia di fare impresa. L’impresa di oggi, non altro”.

Una stoccata, quella di Guerra, che arriva dal pulpito di un’azienda che in meno di dieci anni è riuscita ad avere sedi in tutto il mondo, e sopratutto a imporre il suo brand nelle abitudini dei consumatori, contribuendo almeno in parte a diffondere la moda dei ‘foodie’, ossia di chi ama il cibo di qualità.

Eppure, ripercorrendo brevemente la sua storia di manager, Guerra rivendica con forza il diritto a sbagliare e, per logica conseguenza, la necessità di avere un progetto di lungo termine, che dia il margine anche per fare errori.

“Tempo fa in Cina, con Luxottica, avevamo fatto un piano industriale ignorando completamente un fatto che non potevamo sapere, ossia che i nostri più feroci competitor sarebbero stati gli ospedali, che, in Cina offrivano il servizio completo di visita e occhiali. Ci vollero mesi per capirlo, aggiustare il tiro e poi ripartire”.

Dunque, nella visione di Guerra, solo un’industria che sbaglia, che perde qualche battaglia, può sperare poi di affermarsi sul lungo periodo e di impostare un progetto in crescita.

Ma perché questo sia possibile non è necessario che entrino in gioco solo le banche che, con la loro fiducia e i loro liquidi, sono le uniche in grado di permettere alle aziende di sbagliare strada fino a trovare quella giusta. Le cose che più contano sono la curiosità e l’acume degli imprenditori che abbiano voglia di fare errori. È questo l’unico modo. Perché nell’assunto paradossale e veritiero di Guerra, un buon imprenditore è un imprenditore che sbaglia.

(articolo aggiornato il 5 novembre)

di Luciana Grosso

  • antonio macheda

    L’affermazione di Andrea Guerra è pienamente condivisibile. Io aggiungo un piccolo plus… Le risorse vanno gestite ma assumersi le responsabilità è decisamente meno comodo di rischiare. Come le imprese devono poter sbagliare, i capi devono voler rischiare di sbagliare ma non lo fanno. Quello che da noi può mancare in ambito imprenditoriale (forse) non manca dentro le Aziende (la a è maiuscola) ma di Aziende l’Italia non ne ha tantissime.
    Potrebbe competere con il mondo intero perchè il made in Italy è considerato come sinonimo di qualità e stile invece, svende a compagnie estere le società o i brand.
    Sveglia Italia… Forza capi investite nelle risorse lasciate esprimere i talenti e alzate le sorti della più bella Nazione al mondo.

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