Salesforce, l'intelligenza artificiale e la bambola assassina: che cosa deve fare davvero paura | Economyup
Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

BUONA VISIONE A TUTTI

Salesforce, l’intelligenza artificiale e la bambola assassina: che cosa deve fare davvero paura



14 Giu 2019


L’intelligenza artificiale è già fra di noi, adesso resta da capire chi la controllerà e come. Salesforce compra Tableau per 15.7 miliardi di dollari: una notizia rimbalzata con clamore da Oltreoceano in Europa. Una compagnia fondata nel 1999, esattamente 20 anni fa, e cresciuta con la digitalizzazione del marketing e della gestione delle relazioni con i clienti, paga a caro prezzo un’altra società, nata pochi anni dopo, che fa data visualization. Ovviamente in cloud e ovviamente con una grande carica di intelligenza artificiale.

Mercoledì 19 giugno arriva anche nei cinema italiani il nuovo film con Chucky, la bambola assassina, un classico dell’horror che dalla fine degli anni 80 ha accompagnato gli incubi di diverse generazioni. Questa volta il serial killer di Chicago si incarna in un oggetto tecnologicamente avanzato, a metà tra chatbot e robot, che fa il cattivo prendendo il controllo di tutti i dispositivi che gli stanno attorno. Potenza dell’Internet delle cose.

Chucky, la bambola assassina ora è un chatbot malvagio

Intelligenza artificiale, i comandamenti dell’OCSE

Da una parte il mercato e il business che si muove, dall’altra le ansie generate dalla crescete potenza di algoritmi e machine learning. L’intelligenza artificiale fa paura, inutile negarlo. E ha bisogno di regole e controllo. Tanto è vero che anche l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha promulgato i suoi comandamenti: l’intelligenza artificiale deve portare beneficio ai popoli e al pianeta; deve favorire la crescita inclusiva così come la sostenibilità e il welfare; il suo funzionamento deve essere trasparente e chi sviluppa gli algoritmi è responsabile degli effetti che produrranno.

Intelligenza artificiale, Cina leader entro 2030

Bellissime intenzioni, che dall’autunno si concretizzeranno in una galleria di best practices pubblicata nel sito dell’OCSE. Peccato che intanto c’è chi stia andando avanti per la sua strada senza se e senza ma, con un obiettivo dichiarato: la leadership mondiale dell’AI entro il 2030. Questo soggetto si chiama Cina e chi ha avuto occasione di frequentarlo anche di recente ha potuto constatare quanto in effetti sia avanti nell’applicazione delle tecnologie cariche di intelligenza artificiale, dagli aeroporti ai siti turistici.

La questione ovviamente non è (solo) tecnologica ma politica, economica e culturale. Va guardata almeno due livelli, molto diversi Il primo, apparentemente più semplice e vicino, potremmo sintetizzarlo con questo titolo: la grande abbuffata di dati. Tutti raccogliamo dati in quantità superiore a quella che riusciamo a gestire e utilizzare (mail, foto, musica, etc… ). Persone e imprese. Queste ultime sono consapevoli del valore dei dati ma fanno ancora fatica ad estrarlo perché i processi non sono ancora davvero digitalizzati, così come succede nelle grandi compagnie native digitali. Siamo nella fase in cui si mangia per fame, senza gusto e senza forchette. Un po’ come la famiglia di Felice e Pasquale davanti alla cofana di spaghetti nel film “Miseria e Nobiltà”.

Che cosa diceva Goethe sui dati

Già qualche secolo fa, quindi, era chiaro che la potenza è nulla senza il controllo. Perché i dati valgono tanto? A che cosa servono davvero? Certo a conoscere meglio i clienti. Ma non è per questo che stanno scatenando appetiti e conflitti globali. I dati sono il nutrimento essenziale dell’intelligenza artificiale. Gli algorimti, sempre più informati, saranno in grado di svolgere attività sempre più simili a quelle di un umano. In un evento mi è capitato di sentire il CTO di una startup di successo nel campo dell’intelligenza artificiale sostenere che un algoritmo ben educato usato in un call center per esempio “sarà più umano di un umano”. È vero, perché un chatbot di alto livello sarà sempre disponibile, non perderà mai la pazienza e sarà in grado di ricordare e offrire una enorme quantità di informazione. Ma con quali effetti? E chi sarà il controllore del suo “cervello”?

I dati servono ad alimentare il potere dell’intelligenza artificiale

Qui passiamo al secondo livello della questione: se bisogna parteciperà alla corsa al dato, è perché c’è in ballo l’alimentazione, la gestione e poi il controllo della futura intelligenza diffusa destinata a governare vita pubblica e privata, dai semafori su strada fino alla gestione dei risparmi. Si parla già di nuova guerra fredda per il controllo del mondo e i segnali ci sono già tutti. Mentre gli schieramenti sono in fase di definizione. Ma una cosa è chiara: l’Europa rischia di essere il vaso di coccio fra vasi di ferro se governi e imprese non decideranno di investire risorse importanti e rapidamente. Ecco perché le aziende americane investono sempre più soldi sui dati e sull’intelligenza artificiale. E non a caso, di recente, il leader di Microsoft Satya Nadella ha invitato e sollecitato le aziende italiane a investire in cloud e intelligenza artificiale.

A farci paura non dovrebbe essere né l’intelligenza artificiale, né la rappresentazione malefica in una bambola assassina. Il vero film dell’horror è quello di un futuro prossimo in un mondo dominato dalla Grande Centrale Digitale con sedi tra Pechino e Shenzhen.

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.