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Innovazione

Non basta avere un’idea per fare impresa

10 Feb 2014

Di idee in giro ce ne sono tante, ma poche sono destinate a diventare un’attività capace di generare profitto. L’autore del libro “Fare impresa è un lavoro creativo” spiega perché. E quali sono le mosse per portare un’intuizione sul mercato con successo.

Stefano Gangli
Le idee. Ce ne sono tante in giro, o meglio, c’è tanta gente che racconta idee, ma quante di queste diventano progetti capaci di affrontare il mercato? Quante di queste diventano imprese capaci di funzionare e generare profitto? Non sono poche se si considerano l’ambiente difficoltosoin cui si trovano a fiorire. Sono pochissime se si tiene conto del numero totale di quelle di cui si sente solo parlare. Perché? Gli ambiti di risposta sono vari e vanno analizzati singolarmente perché se qualcosa non funziona, non è detto che sia del tutto sbagliata. È sufficiente infatti che solo un aspetto venga trascurato per compromettere la realizzazione di un’idea.  Uno di questi è la creatività, tanto pronunciata e tanto evocata.

Numerosi sono i casi in cui c’è chi, generalmente giovane, si lancia verso deludenti tentativi di trasformare una buona idea in un’impresa. Non v’è quindi dubbio che chi si trovi ad aver pensato ad un “modo geniale per”, in genere finisce per distrarsi dalle vere componenti che vanno analizzate per tradurre l’idea in lavoro. Il creativo non è un eccentrico talento abituato a trovare soluzioni inconsuete, piuttosto è colui che riesce ad avere un’idea grazie all’analisi puntuale dell’ambito nel quale vuole operare. Questa definizione corrisponde ad identificare tra i creativi ogni imprenditore che si concentri nello studio e nella realizzazione di qualcosa di cui il mercato ha bisogno. Evitare di identificarsi in questo profilo, vuol dire riconoscersi come l’imprenditore vecchia maniera che attende ancora che passi il momento e si torni allo stato precedente.

Un creativo può diventare un imprenditore? Può pensare di fare della propria idea un’attività che genera profitto? È evidente che la risposta sia affermativa a patto che la creazione di quell’impresa soddisfi specifici requisiti per evitare problemi che talvolta diventano davvero difficili da gestire.

Si fa tanto parlare di start-up, di imprese innovative, di restyling di imprese esistenti, eppure non passa giorno in cui i media non ci aggiornino sulla quantità di imprese che chiudono. Strano scenario. Viene da chiedersi se all’origine non ci sia solo tanta voglia di fare, sicuramente aspetto positivo, che però non lascia spazio a capire se quel fare serva davvero, e soprattutto a chi serva.

Chiedersi dunque innanzitutto se la propria idea può far bene ad un pubblico più o meno vasto, vale a dire essere capace di cambiare, migliorare, agevolare delle necessità più o meno quotidiane di quel target, è uno degli aspetti fondamentali. Quanti i casi in cui si pensa di aver trovato l’idea perfetta come soluzione migliore per una certa esigenza e non ci si chiede quanti avvertono, oltre noi, la stessa esigenza? Essere convinti di rappresentare il perfetto target della propria idea è un errore fatale.

Molte volte, poi, si valuta come indice di innovazione di un’idea l’adozione di una tecnologia più all’avanguardia di un’altra oppure l’uso di un processo particolare, senza mai considerare che quello che conta è l’effetto che quel servizio ha come plus per chi lo utilizzerà. Questo conferma che in tantissimi casi l’analisi preventiva di un’idea viene solo affidata alla creatività mentre aspetti essenziali del “fare impresa” vengono solo sommariamente pensati.

Avere un’idea che diventa impresa vuol dire aver avuto un’intuizione particolare che possa godere di un funzionamento perfetto verso il proprio pubblico. Ecco perché è molto più strategico riuscire a realizzare un’idea semplice utilizzando strumenti adeguati in maniera perfetta, piuttosto che un’idea rivoluzionaria attuata improvvisando strumenti non perfetti.

E quali sono gli strumenti per attuare perfettamente un’idea semplice? Analizzare il pubblico che si vuole interessare, capire come pensa quel pubblico, trovare il plus che non troverà in altre realtà, far vivere costantemente un’esperienza, capire quali i punti che possono compromettere il funzionamento di quanto si ha in mente, indagare gli aspetti finanziari cui si va incontro e cercare di procurare anche convenienza ad un – seppur piccolo – indotto. E non basta: network, lobbying e aggregazione che non vuol dire schiacciare i concorrenti, ma generare un’offerta integrata.

Questi aspetti sono la sintesi del “fare impresa” in maniera creativa e solo dopo questi punti sarà il caso di analizzare chirurgicamente l’aspetto esecutivo della tecnologia che si vuole adottare, fermo restando che tra le migliori imprese che oggi risultano avere maggiori possibilità di successo, ci sono tutte le idee che rivalutano aspetti sostenibili della vita quotidiana a cui, poi, viene applicata la tecnologia adeguata. Domani la tua idea dovrà comunque vivere, ma l’innovazione di oggi sarà già obsoleta.

*Stefano Gangli è Direttore creativo dell’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha appena pubblicato “Fare impresa è un lavoro creativo – 8 mosse per capire se hai l’idea giusta” 

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