La transizione digitale del Terzo Settore: dopo la pandemia serve un approccio strategico all'innovazione | Economyup

TECNOLOGIA SOLIDALE

La transizione digitale del Terzo Settore: dopo la pandemia serve un approccio strategico all’innovazione



Il 96% delle organizzazioni non profit sente l’esigenza di innovare ma non ha una programmazione e più del 60% continua a incontrare difficoltà, dice una ricerca Deloitte Private. Ne parliamo con Davide Minelli, CEO di TechSoup Italia che ha collaborato all’indagine con Fondazione Italia Sociale

di Antonio Palmieri

23 Apr 2021


Premessa. Ritengo che il Terzo Settore sia da considerarsi una delle tre gambe che, insieme alla PA e al mondo delle imprese profit, sorregge il tavolo della vita economica e sociale del Paese, oggi più che mai. Lavoro in questa direzione da deputato ma credo che anche dal punto di vista della tecnologia solidale ci si debba aspettare molto dalle realtà del Terzo Settore. Eppure la ricerca “La domanda di innovazione del Terzo settore”, condotta da Deloitte Private con TechSoup Italia e Fondazione Italia Sociale ha mostrato come il 96% delle organizzazioni non profit senta l’esigenza di innovare, ma manca ancora una programmazione strategica di medio-lungo periodo e più del 60% conferma di continuare a incontrare difficoltà.

Quindi, a prima vista, sembra che il rapporto tra realtà del terzo settore e innovazione tecnologica sia “complicato”. Eppure l’impatto devastante del Covid ha obbligato tutti (o quasi) a rendersi conto che siamo nell’era digitale.

Cosa ne dice, Davide Minelli, CEO di TechSoup Italia?

“Il Terzo Settore, con la crisi pandemica, ha dovuto affrontare il tema della trasformazione digitale che, anche prima del Covid, era da ritenersi fondamentale per affrontare nuove sfide e opportunità. È stato una sorta di cambiamento coercitivo, che ha costretto le organizzazioni ad affrontarlo cercando di risolvere velocemente alcuni problemi concreti che di giorno in giorno si manifestavano: dal remote working alla collaborazione a distanza, dalla documentazione in cloud fino alla firma elettronica. A prescindere dal settore, dalle dimensioni e dall’attività svolta oggi c’è certamente una maggiore consapevolezza sull’importanza di dotarsi di alcuni strumenti digitali.”

Questo è sicuramente un primo e fondamentale passo. Però, stante ai risultati della ricerca, non è sufficiente. Alla fine si è trattato di risolvere una emergenza, un po’ come le scuole e gli insegnanti, costrette in moltissimi casi a improvvisare la DAD per non abbandonare a loro stessi gli studenti.

“Certo. Infatti Il successivo e ben più importante step è DECIDERE di investire tempo ed energie per “abbracciare” realmente l’innovazione, consapevoli che si tratta di mettere capo a una strategia che inizi un percorso di lungo periodo, che non può avvenire dall’oggi al domani.”

È un problema di natura economica o prevalentemente culturale, di approccio, di mentalità, di conoscenza insufficiente?

“Dal punto di vista economico non ci sono scuse. Tanti importanti player tecnologici donano hardware e software oppure praticano forti sconti esclusivamente per le organizzazioni di terzo settore, come avviene con il nostro programma TechSoup. Le resistenze sono molteplici, a partire da un limite nelle governance e negli organi direttivi: solo il 21% ha definito una strategia di medio-lungo termine con obiettivi dichiarati e misurabili.

Quindi si tratta di un problema culturale. Risolvibile?

“In sintesi, il Terzo settore, con riguardo ai temi dell’innovazione – come emerge sempre dalla ricerca con Deloitte – sta vivendo una fase di transizione: il distacco dai modelli del passato è già avvenuto ma il raggiungimento di nuovi modelli operativi è ancora tutto da giocare. La sfida è favorire l’adozione di un approccio strategico all’innovazione cercando di migliorare i processi organizzativi e produttivi al fine di renderli più sostenibili tanto per le organizzazioni tanto per i beneficiari.”

Corretto approccio metodologico. Fatto questo, cosa dovrebbe succedere?

“Le aree su cui intervenire sono molte: aumentare le competenze e la professionalità delle risorse umane, rafforzare meccanismi di gestione economica finanziaria, migliorare le capacità strategiche e i processi decisionali all’interno dell’organizzazione, misurare gli impatti generati, valutare gli investimenti materiali e immateriali…”

Insomma, come peraltro avviene anche per gli altri settori produttivi, si tratta di decidere di voler cambiare. Si tratta di una conversione nel senso etimologico del termine, di un cambio di mentalità, di visione, di orizzonte. Ho però il dubbio che per gli altri possa in qualche modo essere più facile, rispetto alle realtà del terzo settore. 

“Proprio per cercare di dare un aiuto in questa direzione, abbiamo da poco lanciato TechSoup Together, community di apprendimento per gli operatori del Terzo Settore dove discutere, testare e migliorare le proprie iniziative sociali e innovative.”

Ne avevo letto a suo tempo, ma non ho purtroppo avuto il tempo di approfondire. Di che si tratta?

“TechSoup Together è una piattaforma accessibile da qualsiasi dispositivo, che con la modalità picture-in-picture permette di fruire dei contenuti senza interruzioni e trovare un numero sempre crescente di video, case history e sessioni live di discussione con i nostri relatori: soggetti che hanno le mani in pasta ed operano sul territorio. Le tematiche sono variegate: dal fundraising al project management, dalla sostenibilità al cloud computing e molto altro.”

Quindi, se capisco bene, un luogo in continuo aggiornamento, che propone storie ed esperienze concrete, che possono essere di esempio per gli altri…

“Sì! Storie ed esperienze di impatto, utili per ampliare le competenze a partire dal confronto con colleghi e professionisti del Terzo Settore italiano. È un ampliamento del programma TechSoup che noi gestiamo essendo una impresa sociale: SocialTechno Srl, una società di capitali ma senza scopo di lucro e, inoltre, un Ente di Terzo Settore.

Una realtà ibrida…naturalmente nel senso migliore del termine…

“Una realtà ibrida che affronta il cambiamento con una piccola (grande) squadra di giovani. Cerchiamo di prendere per mano le organizzazioni non profit e guidarle ad una trasformazione digitale consapevole, rispondendo al loro bisogno piccolo o grande che sia. Questo approccio, che parte dal basso, riteniamo sia fondamentale per evitare ulteriori ritrosie nell’assunzione di strumenti tecnologici.”

Partire dal basso, passo dopo passo. Sembra uno slogan (e in effetti lo è), ma non vedo altro modo per significare il fatto che la rivoluzione digitale è prima di tutto una “evoluzione” digitale, perché per procede per cambiamenti lenti e constanti…

“Non può essere che così…”

Torniamo al punto di partenza. Nell’indagine che avete fatto con Deloitte una delle criticità emerse è che occorre aumentare le competenze tecniche (e di soft skills) degli Enti Non Profit.

“È così. Per questo ci siamo impegnati nell’iniziativa “Road to Social Change” un percorso per formare i Social Change Manager del Terzo Settore: l’iniziativa è organizzata da UniCredit in collaborazione con noi di TechSoup, per la parte di competenze relative alla trasformazione digitale, AICCON, Tiresia (Politecnico di Milano) e Fondazione Italiana Accenture. L’obbiettivo è di far giocare al Terzo Settore un ruolo da protagonista nella ripartenza del Paese.”

Social Change Manager? Tutto questo inglese confonde…di che si tratta? Una nuova figura professionale?

“Esatto. Il Social Change Manager del Terzo Settore è una nuova figura professionale con le competenze e le abilità necessarie per progettare e guidare i processi trasformativi delle realtà non profit italiane. È un professionista in grado di sviluppare una visione trasformativa e di implementarla tramite processi di coprogettazione e co-produzione in partenariato con attori pubblici e privati del territorio, attraverso strumenti di gestione dell’impatto generato e l’utilizzo delle tecnologie digitali.”

Quindi, si parte dalla formazione per valorizzare e accompagnare processi di cambiamento e innovazione ad alto impatto sui territori e sulle comunità.

“L’iniziativa è rivolta a organizzazioni impegnate sul territorio con attività di interesse generale, che intendono amplificare e potenziare l’efficacia delle proprie azioni attraverso l’acquisizione o il consolidamento anche di competenze digitali e manageriali.”

Ho letto che Road to Social Change si svilupperà attraverso sette Digital Talk nazionali che si svolgeranno virtualmente in diverse parti d’Italia…

“Siamo partiti il 20 aprile dalla Sicilia, con il Digital Talk “Valorizzare le filiere culturali, turistiche e agroalimentari” e chiuderemo il 3 dicembre in Lombardia, con “Valorizzare le infrastrutture digitali per generare impatto sociale”. Ogni tappa è seguita da due seminari locali, per far acquisire ai partecipanti nuove competenze. Al termine del percorso si otterrà l’Open Badge di Social Change Manager (una certificazione digitale di conoscenze, abilità e competenze acquisite) rilasciato dal MIP – Politecnico di Milano Graduate School of Business.

A quanti eventi bisogna partecipare, per ottenerlo?

“L’ottenimento del Badge è vincolato alla partecipazione a cinque Digital Talk nazionali, due seminari territoriali e alla fruizione di tutti i contenuti on demand. Parallelamente al percorso, il progetto prevede anche la “call Road to Social Change”, per valorizzare sette progetti a forte ricaduta sociale, capaci di fornire soluzioni strutturali per rendere più solide e coese le comunità, stimolando innovazione e nuove economie.”

Partire dal basso, passo dopo passo…

Antonio Palmieri

Antonio Palmieri, milanese, esperto di comunicazione, deputato. Da quando c'è Internet sono curioso della Rete. Dal 2002 cerco di valorizzare le possibilità che il digitale offre per una vita migliore.…