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ItaliaStartup, ecco i punti di forza e i traguardi da raggiungere

17 Dic 2013

Nel 2013 sono stati approvati provvedimenti importanti ed è stata avviata la mappa dell’ecosistema. Per il 2014 sono tre gli obiettivi fondamentali: coinvolgere l’industria italiana, attrarre investimenti dall’estero e potenziare la formazione.

Federico Barilli, Segretario Generale di Italia Startup
Italia Startup nasce, di fatto, con l’Assemblea pubblica del 28 novembre 2012, quando viene nominato il Consiglio Direttivo allargato (www.italiastartup.it/board) e quando viene approvato il piano strategico associativo.
E’ passato un anno. Sono successe molte cose che hanno attraversato la vita associativa e l’ecosistema startup italiano. Provo a sintetizzarle e a mettere in evidenza quelli che sono, dal mio punto di vista, punti di forza (3) e punti di debolezza (3) del comparto. Cioè risultati raggiunti e traguardi da raggiungere.

Parto dal consuntivo. E dai punti di forza.
La normativa. Il 2013 si chiude con l’approvazione del provvedimento forse più significativo: lo sgravio fiscale per chi investe in startup innovative. Che, di fatto, chiude il processo legislativo iniziato un anno fa con l’approvazione della Legge Crescita 2.0. I provvedimenti sono tanti e complessivamente positivi. Ma soprattutto è stata ed è positiva l’attenzione che il Legislatore ha posto, per la prima volta in Italia, sul comparto. Ponendo le basi perché l’ecosistema delle nuove imprese innovative si industrializzi, cioè assuma una struttura industriale e si innesti nel contesto industriale del Paese.

Gli incubatori. A proposito di industrializzazione del comparto è sempre più centrale il ruolo degli incubatori di startup. Soggetti in grado di: selezionare e aggregare startup fornendo loro mentorship, servizi e finanziamenti; essere punti di riferimento sul territorio verso stakeholders pubblici e privati; dialogare con le imprese sia del territorio sia della filiera (qualora ci sia una specializzazione). Anche la specializzazione è una questione nodale sulla quale gli stessi incubatori sono chiamati a fornire indicazioni puntuali: la componente di filiera infatti è già per alcuni – e può diventare per altri incubatori – un elemento distintivo importante che aiuta l’ecosistema a svilupparsi in logica industriale. Va notato inoltre che gli investitori privati, inclusi alcuni gruppi bancari, si stanno rendendo conto della centralità degli incubatori per la selezione e lo sviluppo di nuove imprese innovative e sono sempre più numerose le iniziative di cofinanziamento (incubatore + investitori) a sostegno delle startup più meritevoli.

La mappa e l’osservatorio dati. Italia Startup ha promosso, per la prima volta nel nostro Paese, una mappa dell’ecosistema (insieme a PoliMI, Mise e Smau) cui è connesso un osservatorio sugli investimenti in startup hitech (con il PoliMi). E’ un progetto fondamentale per dare forma e sistema al comparto. Che mette in luce sia gli attori che gli investimenti in gioco e che consente di far capire agli stakeholders nazionali e agli interlocutori stranieri la consistenza dell’ecosistema stesso, nella prospettiva di far diventare il nostro Paese una startup nation.

I traguardi da raggiungere
Coinvolgere l’industria italiana. Come detto sopra, l’industrializzazione del settore passa anche e soprattutto attraverso la contaminazione e l’inclusione dello stesso nel sistema industriale italiano. Sia nel contesto territoriale che nel contesto di filiera produttiva verticale. Non è un processo né semplice né immediato. Nelle imprese consolidate manca infatti la consapevolezza del valore che possono portare le piccole imprese innovative, in termini di nuovi modelli di business e di nuovi prodotti industriali. Nelle startup c’è viceversa spesso la tendenza a immaginare o modelli cosiddetti BtoC (verso il consumatore finale) o modelli di servizio e prodotto generici cioè funzionali a più mercati. Là dove i due mondi si incrociano (cioè la volontà dell’azienda matura di investire in nuovi progetti incontra la proposta di modelli BtoB mirati, da parte delle startup nostrane) nascono case histories di successo. E propongono un modello di sviluppo “made in Italy” che si discosta da modelli di startup tecnologiche tipicamente anglosassoni, da noi difficilmente replicabili.  

Attrarre investimenti dall’estero. I grandi investimenti stranieri verso le piccole e promettenti imprese innovative non passano da noi. L’Italia non è ancora percepita come un Paese di startup. Ci sono alcune ottime eccezioni, che però confermano la regola. Lo sforzo da questo punto di vista è quasi titanico: rendere cioè attrattivo il sistema. Il programma Destinazione Italia va in questa direzione, come anche la mappa dell’ecosistema promossa dalla nostra Associazione. L’organizzazione a Milano, nel 2015, del Global Entrepreneurship Meeting è un’opportunità da non perdere. Ma qui ci vuole uno sforzo di sistema (come si usa dire) dandosi un obiettivo a 3-5 anni. Le potenzialità ci sono tutte. Horizon 2020 può essere un sostegno importante in questa direzione, se l’Italia saprà recepire una parte significativa degli investimenti europei disponibili nel prossimo settennato. Però dobbiamo essere realisti e avere la consapevolezza che ci vuole tempo. Auspicabilmente con un impegno forte anche da parte della politica e delle istituzioni.

Potenziare la formazione. La creazione di nuove imprese innovative non può prescindere da percorsi formativi adeguati. In due direzioni. La prima è quella della cosiddetta formazione di base, cioè educare all’intraprendere le giovani generazioni, a partire dalla scuola superiore. Seguendo il concetto ormai ineludibile che il lavoro non si cerca ma si crea. La seconda è quella della formazione continua, nel senso di favorire occasioni di contaminazione di modelli tra imprenditori/manager consolidati e giovani imprenditori, per aiutare i primi ad avvicinare progetti/processi innovativi e i secondi a strutturare meglio il proprio percorso imprenditoriale.

In sintesi: il 2012, grazie soprattutto ai provvedimenti del Ministro Passera è stato l’anno dei giusti riflettori su un ecosistema rimasto fino ad allora nell’ombra; il 2013 è stato l’anno di un primo importante consolidamento del comparto sulla strada verso una sua industrializzazione. E quest’ultima passa da una strutturazione della filiera e da una sua contaminazione con le filiere industriali italiane, con il supporto essenziale degli investitori istituzionali. Italia Startup intende porsi al centro di questo crocevia. 

* Federico Barilli è segretario generale di Italia Startup