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Articolo 18, ovvero come distruggere i sogni imprenditoriali

01 Ott 2014

Un italiano produce il 37% in meno di un americano. E non perché lavori meno. È questo il vero cancro. E la rigidità del mercato del lavoro è una delle cause. Chi fa impresa non produce nuova occupazione. E chi lavora guarda più alla stabilità che alla carriera

lavoro
Nelle discussioni di cui si legge in questi giorni attorno all’articolo 18 si sente sempre parlare di tutele, diritti acquisiti e ammortizzatori, ma poco di quel che succede realmente nel mercato del lavoro e perché un mercato davvero più aperto possa giovare al nostro Paese.

Secondo i dati dell’Ocse, sul totale della popolazione, un italiano ha prodotto nel 2013 il 37% in meno di PIL di un americano. Non va meglio se non si considera la disoccupazione e si calcola la mera produttività: produciamo $37 per ora lavorata contro i $57 degli Stati Uniti e i $42 del Regno Unito. Il vero cancro del lavoro in Italia è proprio questo: la bassa produttività, perché con essa vengono ovviamente meno gli investimenti produttivi. Che senso ha impiantare un’azienda in Italia se i dipendenti altrove rendono di più? L’obiettivo di qualunque riforma del mondo del lavoro dovrebbe quindi essere solo quello di aumentare la produttività, liberandosi delle ideologie e di falsi miti.

Per esempio quello che in Italia si lavori poco: 219 giornate per occupato contro le 216 degli Usa e le 209 della Gran Bretagna.

L’articolo 18 è una delle cause del basso livello di produttività del nostro paese?

Anno 2005, Alberto e Giovanni (i nomi sono di fantasia, vedremo poi perché) lavorano insieme in una multinazionale dei media digitali. Vogliono però realizzare un sogno imprenditoriale di cui hanno fantasticato per mesi davanti alla macchina del caffè. Si dimettono, fondano l’azienda e assumono le prime persone. Gli affari vanno bene, i rapporti con qualche dipendente non tanto (uno per esempio gestisce in orario di lavoro un proprio forum di videogiochi che gli frutta un secondo introito sostanzioso, un’altra si ammala tutti i mesi per un paio di giorni e non si riesce a inviarle mai una visita fiscale), ma i clienti crescono: decidono di assumere un direttore commerciale, proveniente da una grande azienda, che gli costerà più degli utili che i soci riescono a distribuirsi.

Poco dopo scoprono che le prestazioni deludenti della rete aziendale erano dovute a lui: scaricava con eMule, su un proprio laptop, film e musica a manetta. Inutile dire che anche le sue prestazioni si rivelano molto al di sotto delle aspettative e decidono quindi di porre termine al rapporto di lavoro. Si mette in malattia, adducendo una depressione, e solo dopo lunghe trattative riescono a trovare un accordo consensuale. Lo vanno a firmare all’ispettorato del lavoro e il sindacalista che ha assistito il direttore commerciale rifiuta il loro assegno: “No, grazie: accetto solo contanti”.

Dopo la corsa al bancomat, amareggiati per l’esperienza complessiva con i propri dipendenti, decidono di chiudere l’azienda e aprirne un’altra nella quale lavoreranno da soli e chiederanno allo straniero di turno, tramite oDesk, di sviluppare ciò che non riescono a fare loro. I soldi che si portano a casa sono di più di quelli che riuscivano a ricavare da un’azienda con 20 dipendenti e vivono nettamente meglio: il loro sogno di far crescere fatturato e utili si è infranto contro la bassa produttività italiana. I nomi sono di fantasia perché temono una causa da parte di qualche ex dipendente, se facessero nomi e cognomi.

Cambio di prospettiva: 2013, aeroporto di Stansted, sono in fila all’imbarco per tornare a Milano. Davanti a me, due professionisti che operano nell’elettromedicale, discutono della possibile assunzione di Paola: “alla fine riusciamo a prenderla o no?” 
“No, purtroppo, ne ha discusso con il marito e lui le ha detto che non poteva permettersi di venire da noi perché dove sta adesso, se la licenziano, prenderebbe due anni di stipendio, mentre da noi non avrebbe la stessa garanzia”.

Sono situazioni limite? No, per nulla, basta parlare con qualunque imprenditore, piccolo o grande che sia, perché racconti aneddoti simili. Ovviamente politici e sindacalisti, ma anche grandi imprenditori di Confindustria, nulla sanno di quali siano le vere dinamiche del mondo del lavoro per la piccola e media impresa.

In Italia, gli imprenditori preferiscono fare i liberi professionisti senza produrre nuovi posti di lavoro, e i lavoratori non seguono avanzamenti di carriera ma la maggior sicurezza. E questa sicurezza ha un impatto diretto e perverso sulla produttività. Il primo è che in tendenza nessuno svolge il lavoro che gli piace, ma quello che gli da la maggiore tranquillità: di conseguenza produce di meno. La seconda è che, poiché nessuno può essere licenziato, molti si attengono al minimo sindacale, non investono nemmeno su stessi e quindi producono meno dei nostri concorrenti stranieri. Siamo un paese in perenne sciopero bianco dove la produttività non può crescere. I salari si avvitano all’indietro, soprattutto per i giovani, perché nessun imprenditore può rischiare di pagare di più qualcuno che poi non può licenziare.

In UK, la norma è che in ogni momento puoi trovarti a casa con 15 giorni di preavviso. Che effetto ha questo sul mondo del lavoro? Ogni lavoratore pensa a crescere professionalmente, per potersi trovare un altro lavoro nel caso dovesse essere licenziato, e facendo ciò aumenta la produttività anche nell’azienda attuale, innescando un circolo virtuoso, anziché perverso come nel nostro paese.

La prova? Sta sempre nei dati dell’Ocse. Se analizziamo i livelli di produttività a partire dal 1970, ci accorgiamo che non andava sempre così male.

 

 

 

 

 

 

 

 

Eravamo alla pari dei nostri partner europei e per molti anni siamo stati avanti al Regno Unito. Poi però, negli anni ‘80 abbiamo cominciato a rallentare e nel 1996 ci siamo fermati. Negli ultimi vent’anni, unico paese avanzato al mondo, la produttività non è più cresciuta. Di fatto il paese è però retrocesso, accumulando più di 20 punti percentuali in meno rispetto agli Stati Uniti. Da notare il percorso della Gran Bretagna: gigante industriale che è cresciuto poco per un ventennio ma poi ha saputo innestare la quarta e ha riguadagnato posizioni: difficile non vedere qui l’impatto delle misure della Thatcher.

Perché la produttività si è fermata negli ultimi venti anni?

Le ragioni sono molte, ma io ne vedo principalmente due. La prima è un degrado etico dell’intera popolazione: la colpa è sempre degli altri e anche quando si è in difetto si alza la voce per dimostrare di avere ragione. L’evidenza è ogni mattina al semaforo o nel rapporto dei genitori verso gli insegnanti dei figli.

Il secondo è che, nel passaggio da un’economia industriale a una della conoscenza, il valore di un lavoratore non è più identico a quello degli altri. Un talento produce più di una persona con scarse capacità e questo sposta il rapporto di forza tra lavoratore e datore di lavoro. Ora, le persone capaci, quando lasciano un’azienda, causano un danno economico e trovare un rimpiazzo all’altezza è difficile. Nel passato invece per sostituire un operaio bastava strappare un bracciante alle campagne.

L’articolo 18 tutelava chi poteva essere sostituito con qualcuno che avrebbe fatto lo stesso lavoro con la stessa produttività. Ora l’articolo 18 tutela le persone che lavorano meno e che potrebbero essere sostituite con altre che producono di più: quindi è la garanzia dell’inefficienza.

Il paese ha bisogno di una serie di scosse, e la rimozione dell’art.18 potrebbe essere la prima, per invertire la rotta sparata verso il baratro, come successe alla Gran Bretagna dalla fine degli anni ’80.

* Founder e Ceo di Styloola, co-founder di StartuppaMI, angel investor e mentor

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