5 startup europee per la guida autonoma, dalle navi agli autobus - Economyup

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5 startup europee per la guida autonoma, dalle navi agli autobus



Per avere veicoli a guida totalmente autonoma serve ancora tempo ma le sperimentazioni e gli investimenti non si fermano. Grazie anche al lavoro delle startup. Ecco cinque società europee da conoscere per capire a che punto siamo

26 Ago 2021


La corsa alla guida autonoma, nonostante qualche rallentamento dovuto alla pandemia, non si ferma. Prima di veder circolare per le strade di tutto il mondo automobili a guida realmente autonoma, che possono spostarsi ovunque senza alcuna assistenza umana, bisognerà quantomeno aspettare il prossimo decennio. Intanto, tra sperimentazioni e investimenti che hanno portato al raggiungimento dei primi livelli di automazione, si possono già toccare con mano una serie di progressi significativi. Grazie anche al lavoro delle startup.

I veicoli self-driving utilizzano una varietà di tecnologie, dall’intelligenza artificiale all’Internet of Things, per automatizzare interamente il processo di guida. La loro presenza e combinazione all’interno del veicolo dà luogo a diversi livelli di guida autonoma. Il grado massimo di automazione è destinato ad arrivare, per lo meno in contesti governabili, in un arco temporale compreso tra i prossimi cinque e dieci anni, dunque leggermente in ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale.

D’altronde le ingenti risorse riservate alla rivoluzione elettrica – l’altra grande sfida del settore automotive – e la pandemia hanno rallentato la sperimentazione da parte delle Case automobilistiche dei sistemi più avanzati. In questo scenario le tech company, meno sollecitate dalla crisi attuale, hanno consolidato il loro predominio, continuando ad investire nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie.

Tra i giganti del tech e le case automobilistiche tradizionali, si stanno ritagliando il loro spazio anche una serie di startup. Ecco cinque società da conoscere per farsi un’idea dello stato dell’arte.

Guida autonoma: le navi cargo di Xomnia

Fondata nel 2013 da Ollie Dapper, Xomnia è la principale società olandese di consulenza nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Specializzandosi in maniera sempre più rigorosa nell’estrapolazione e nell’analisi dei Big Data, questa startup nel giro di poco tempo è diventata un punto di riferimento per le aziende che vogliono cogliere le opportunità che dati e AI offrono. I campi di applicazione di queste tecnologie, come è noto, sono sterminati, pertanto Xomnia ha potuto avventurarsi in business differenti tra loro, accomunati solo da un uso massivo di dati e da metodologie afferenti al machine learning. Tra i più avveniristici, troviamo sicuramente la prima barca a guida autonoma, varata nel dicembre 2017 tra i canali di Amsterdam.

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Il progetto ha preso vita nel 2016 e, visto il budget limitato, si è deciso di sfruttare le funzionalità dell’intelligenza artificiale, installando sull’imbarcazione solo cinque videocamere per riprendere l’ambiente circostante, anziché sofisticarti e costosi sensori. Le immagini catturate dalle telecamere possono essere considerate gli occhi della barca e vengono passate direttamente alla rete di deep learning, che s’ispira al funzionamento del nostro cervello. L’imbarcazione, dunque, procede in base all’esperienza acquisita e ai dati raccolti, muovendosi in una direzione piuttosto che in un’altra a seconda degli input che riceve la rete neurale artificiale. In questo modo la barca naviga in modo completamente indipendente, anche se dispone di un pulsante di emergenza, con il quale è possibile assumere immediatamente il controllo del sistema.

I brevetti e i progressi conseguiti con questo prototipo sono confluiti nella società Shipping Technology, una joint venture nata nel 2018 tra la stessa Xomnia e Shipping Factory, startup olandese specializzata nella navigazione fluviale. Le due realtà mirano a far diventare l’Olanda uno dei paesi leader nella spedizione tramite navi container a guida autonoma, puntando a una digitalizzazione di vasta portata dei processi nautici.

Sviluppando ed implementando soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, che sfruttano algoritmi alimentati dalla mole di dati generati dai sistemi a bordo delle navi – come quelli di gestione del motore, radar e GPS – Shipping Technology è riuscita a far scoprire la guida (semi) autonoma a imbarcazioni di quasi 150 metri. Per farlo, però, era prima necessario trovare un modo per acquisire e processare tali dati. Questa esigenza ha portato l’azienda a ideare una scatola nera, conosciuta come “Black Box Pro”, che viene installata a bordo delle navi cargo.

Questa piattaforma di software si collega a tutti i sistemi nautici, assimilando ed elaborando i dati da essi prodotti, per poi immagazzinarli grazie a Google Cloud; infine, li compara con le azioni eseguite durante la guida dal capitano di turno, in modo tale da sviluppare algoritmi capaci di controllare con un buon margine di sicurezza il moto dell’imbarcazione. Black Box Pro, tra l’altro, non è solo un raccoglitore di dati, ma permette anche di usufruire delle applicazioni che la società stessa ha brevettato e che si aggiornano proprio in base ai dati acquisiti, tra cui un sistema di rilevamento delle collisioni e uno di pilota automatico. In sostanza grazie alle funzionalità di questa “scatoletta magica” gli armatori possono monitorare, anche a distanza, i loro asset, sia in tempo reale che da un punto di vista storico.

Navya, i bus a guida autonoma

Fondata a Lione nel 2014, quando rilevò l’attività e gli asset di Induct, startup francese con alle spalle un’importante esperienza nel campo della robotica automobilistica, Navya dal 2015 produce e commercializza mezzi di trasporto autonomi, oltre a offrire soluzioni innovative di mobilità intelligente e condivisa. Con circa 280 dipendenti dislocati tra Francia, nelle sedi di Parigi e Lione, Saline (Michigan, USA) e Singapore, Navya sta espandendo il proprio business anche al di fuori dei confini europei, con l’obiettivo dichiarato di diventare una delle aziende leader, su scala globale, nella fornitura di sistemi di guida autonoma di livello 4 (in un contesto limitato e in una situazione ben definita, il veicolo è in grado di muoversi anche senza la presenza di un conducente a bordo per questioni di sicurezza).

I due fiori all’occhiello della produzione di Navya sono l’“Autonom Shuttle” e l’“Autonom Tract”. Il primo è una sorta di bus navetta driverless utilizzato per il trasporto pubblico locale e per quello in aree private, al fine di ridurre la congestione stradale nei centri urbani e di aumentare la produttività sul luogo di lavoro, ottimizzando e semplificando gli spostamenti del personale. Per il momento le sue possibili applicazioni riguardano spazi ristretti e governabili, dove ci si muove a velocità limitate: piccoli paesi di montagna o contesti come aeroporti, ospedali e parchi divertimento, dunque, ad oggi rappresentano l’habitat ideale per avviare sperimentazioni di questo tipo.

Le maggiori insidie nascono, come si può facilmente intuire, in quei tratti stradali dove circolano anche veicoli a guida tradizionale, perché diventa difficile calcolare il fattore umano. L’”Autonom Shuttle” di Navya è un capolavoro ingegneristico e informatico che merita di essere illustrato: grazie a sensori Lidar, telecamere, sistemi GPS ad alta precisione e tecniche odometriche viene generata una mole infinita di dati relativi al traffico stradale, che vengono poi uniti e interpretati da programmi di deep learning, così da consentire alla navetta di “leggere” e memorizzare il percorso, in totale sicurezza. In futuro sarà in grado anche di riconoscere l’utente registrato che sale a bordo, ad esempio estraendo la pedana nel caso di una persona disabile. In Italia è stato il Comune di Merano, su uno specifico tratto di strada chiuso al traffico e a velocità ridotta (25 km/h), a testare questo mezzo che, con la sua autonomia di 9 ore (e la possibilità di ricaricarsi di notte), ha fornito un servizio innovativo di trasporto pubblico urbano di massa.

“Autonom Tract” è invece il risultato della proficua partnership tra Navya e Charlatte Manutention, azienda del gruppo Fayat conosciuta in tutto il mondo per essere il principale produttore di veicoli elettrici aeroportuali per il trasporto di bagagli e merci. Questa collaborazione ha dato il là alla creazione di una società sussidiaria, Charlatte Autonom, che combina la qualità e le elevate prestazioni del trattore per bagagli elettrici Charlatte Manutention T135, il mezzo più venduto in questo segmento di mercato, con l’esperienza unica di NAVYA nel settore della guida autonoma. È così nato nel 2018 “Autonom Tract”, il primo esemplare di trattore elettrico a guida autonoma (con una capacità di traino pari a 25 tonnellate) per il trasporto di merci e bagagli negli ambienti aeroportuali e nei siti industriali. Per assolvere alle sue funzioni, il veicolo armonizza le stesse tecnologie sopra descritte nello spiegare il sistema alla base dell’“Autonom Shuttle” che, tra l’altro, ormai da qualche anno è integrabile nelle piattaforme di terze parti. Navya, infatti, ha iniziato a commercializzare il suo software e la sua architettura di sensori con nuovi partner, rinunciando in parte a seguire e curare l’intera catena del valore dei propri prodotti.

Baro Vehicles

Fondata nel 2015 a Nuneaton, nel Regno Uniti, da Carlos Escudero, Daniela González, Diego Rossi, Gabriel Giani Moreno, BARO Vehicles è una tech company che progetta e sviluppa una gamma di soluzioni – alimentate dall’intelligenza artificiale e da una serie di tecniche ingegneristiche all’avanguardia – per l’industria self-driving.

La maggior parte di questi prodotti sono degli OEM: si tratta di parti o componenti fabbricate da Baro Vehicles ma utilizzate poi da altre società, definite “casa madre”, che vi appongono il proprio marchio. Tra essi si trovano dei sensori e dei rilevatori che sfruttano la tecnologia LIDAR, un telaio da utilizzare come base per lo sviluppo di veicoli autonomi a bassa velocità (chiamato “BARO CAV Platform”), una scheda madre ultra-small (“LITA Carrier Board”) concepita per applicazioni robotiche fondate sull’AI e il sistema BARO Drive by Wire, che fornisce un processore ARM Cortex M4F a 120 MHz in grado di elaborare con grande velocità tutti i comandi ricevuti dal computer principale, al fine di muovere automaticamente il volante. Tuttavia, Baro Vehicles commercializza anche soluzioni pronte all’uso, come “Baro One”, una golf cart high-tech con un livello 3 di guida autonoma (e dunque circolante solo in contesti sicuri e controllati), che rappresenta per l’azienda una sorta di passe-partout con cui accedere a questa nuova era dell’automotive.

La startup britannica, attraverso lo sviluppo di tale veicolo, ha compiuto un passo importante per accelerare la transizione verso la guida autonoma piena, che è poi il suo obiettivo finale. Baro Vehicles punta infatti ad evolversi nei prossimi anni, fino ad arrivare a brevettare auto elettriche fully-driverless per il trasporto di merci e persone su strade pubbliche.

Stanley Robotics

Fondata a Parigi nel 2015 da Aurélien Cord, Clément Boussard, Stéphane Evanno, questa startup offre, a complessi aeroportuali e al settore della logistica per l’automotive, una tecnologia intelligente per il deposito e lo stoccaggio di auto. Questa soluzione full-stack, che combina apparecchiature robotiche con un software per gestire e ottimizzare lo stoccaggio dei veicoli, prende il nome di “Stan”, un robottino, dalla forma di un gigantesco tostapane, in grado di prelevare l’auto da un apposito spot e andarle a parcheggiare in completa autonomia all’interno di un grande parcheggio appositamente predisposto.

Nello specifico, il sistema ideato da Stanley Robotics si basa su piattaforme robotizzate a guida autonoma, alimentate a elettricità, che agganciano l’auto nella parte frontale, tramite le ruote; possono muovere poi l’auto sia in avanti sia all’indietro, e il suo set di telecamere, sensori e software permette di effettuare manovre calibrate al millimetro. Questa sua estrema accuratezza nel parcheggiare le vetture – che tra l’altro possono essere posizionate a distanze molto ravvicinate le une dalle altre (non essendoci la necessità di lasciare uno spazio apposito per l’entrata e l’uscita del conducente dall’abitacolo) -, unita alla possibilità di collocarle agevolmente in seconda, terza e quarta fila, assicura un grosso vantaggio in termini di spazio. Basti pensare che il parcheggio del Terminal Sud di Gatwick è passato da 170 a 270 posti disponibili, senza aumentare il suolo occupato ma semplicemente gestendolo meglio.

Oltre allo scalo di Londra, “Stan” è disponibile anche nei due principali aeroporti francesi di Parigi e Lione. Tutto quello che il viaggiatore deve fare è prenotare il servizio tramite un’apposita app, poi una volta arrivato sul posto deve lasciare l’auto in un apposito parcheggio, infine autenticarsi con la propria tessera o smartphone: il veicolo sparirà sotto i suoi occhi, affidato alle “cure” del robot Stan, che la parcheggerà dove più opportuno. Al ritorno la magia si ripete, ma in maniera speculare: l’auto viene infatti “estratta” dal parcheggio e riaccompagnata all’area dove era stata inizialmente lasciata dal guidatore in carne e ossa. Ma i trucchi non sono finiti, perché “Stan” può persino collegarsi con il database dell’aeroporto, così da adattarsi a ritardi e a cancellazioni dei voli.

Balyo

Balyo è una startup francese fondata nel 2005, che progetta, sviluppa e commercializza muletti a guida autonoma, capaci di spostare la merce sugli scaffali, prelevarla quando deve essere spedita, leggere il codice a barre per tracciare gli articoli. Grazie alla sua rivoluzionaria tecnologia di navigazione Driven by Balyo™, ovviamente coperta da brevetto, trasforma i classici carrelli elevatori che tutti noi conosciamo in “cobot”, ovvero dei robot cooperativi intelligenti in grado di lavorare fianco a fianco con gli operatori umani, che possono così concentrarsi su attività più impegnative, anziché svolgere le solite procedure ripetitive. Questo impianto innovativo consente alle flotte di robot di localizzare la propria posizione e di navigare nei magazzini o nelle fabbriche senza infrastrutture aggiuntive.

A differenza, infatti, delle altre tipologie di transpallet automatizzati, inflessibili e costosi, il modello Balyo non richiede sistemi a induzione o magneti, linee sul pavimento o il montaggio di riflettori sulle pareti per guidarlo. Al contrario, usa una tecnologia con un laser assistito incorporato, che basa la navigazione sulle caratteristiche strutturali del magazzino, come muri, scaffali o pilastri. Oltre a questi sensori ottici laser, ogni robot dispone di una telecamera 3D montata nel punto più alto del telaio, con cui eseguire una scansione dell’ambiente circostante in tutte le direzioni fino a una distanza di 30 metri. In questo modo i carrelli automatizzati generano delle proprie mappe che consentono loro di individuare autonomamente la propria posizione in tempo reale e di muoversi con intelligenza, reagendo anche ad eventuali situazioni impreviste.

Il sistema di geo-navigazione Driven by Balyo™ si è rivelato talmente all’avanguardia da suscitare l’attenzione di due tra i più importanti operatori nel settore della movimentazione dei materiali, Kion Group AG (la società madre di Linde Material Handling) e Hyster-Yale Group, con cui la startup francese ha avviato delle collaborazioni strategiche. Nel 2019 è stata, invece, la volta di Amazon, con cui ha siglato una partnership settennale. Secondo i termini dell’accordo, Amazon potrebbe arrivare a detenere il 29% della compagnia francese. Il colosso americano riceverà infatti dei titoli, che potrà convertire in azioni man mano che acquisterà i muletti. In pratica, nel momento in cui Amazon comprerà i robot per le esigenze dei propri magazzini, otterrà anche quote di Balyo. Fino a un massimo del 29% se decidesse di completare tutti gli ordini stabiliti, versando nelle casse della società transalpina 300 milioni di euro, spalmati su un arco temporale di sette anni.

 

 

 

 

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