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Costruire da soli una startup con l’AI in 7 mosse (come ha fatto a San Francisco Vittorio Viarengo)



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All’inizio TapSong era un regalo. Adesso è la startup che Vittorio Viarengo ha lanciato da solo. Ecco qual è stato il suo playbook e i “compiti a casa” per chi vuole diventare “solo entrepreneur”

Pubblicato il 10 feb 2026



Vittorio Viarengo
Vittorio Viarengo

Questa settimana va live TapSong. Una startup con zero dipendenti e un unico founder: Vittorio Viarengo.

Vittorio Viarengo e la storia di TapSong

Un anno fa TapSong non era una “startup”. Era un regalo. Una sorpresa per un amico musicista che faceva piano bar: “Ti metto un QR sul tavolo. La gente chiede canzoni senza urlare, tu gestisci richieste e dediche senza impazzire.” Una cosa piccola, concreta, utile subito.

Nel giro di dodici mesi, TapSong da regalo si è trasformata in una startup. Perché? Perché è cambiato il contesto: grazie all’AI e al vibe coding, il costo di costruire software è crollato, e questo cambia tutto. Mercati piccoli, verticali, mal serviti — quelli che nessuna azienda tradizionale avrebbe mai giustificato con un business case — oggi sono alla portata di chiunque abbia un’idea chiara e la disciplina per eseguirla. Puoi costruire un prodotto serio grazie a un arsenale di AI che lavora come un team. E se hai un minimo di disciplina, puoi farlo by the book anche da solo.

Chi è Vittorio Viarengo

Conosco Vittorio Viarengo da circa vent’anni. Siamo diventati amici sui campi da tennis di San José (disclaimer: credo di aver vinto un solo set), mangiando pizze e focacce che prepara — e insegna a preparare dal suo sito Viva la Focaccia (500.000 fan su Facebook) — e condividendo esperienze come Burning Man.

Vittorio ha un’esperienza vastissima che parte da lontano: prima ancora della Silicon Valley, ha fondato a Genova la startup ViVi Software, dove ha cominciato a mettere in pratica quello che sarebbe diventato il filo conduttore della sua carriera — scommettere sul talento giovane e costruire team capaci di competere a livello internazionale. Da lì il salto in California, passando per grandi aziende (Oracle, VMware, McAfee, …) e startup (MobileIron). L’anno scorso si è “retired”, ma conoscendolo non ho creduto neanche per un secondo che si sarebbe dedicato solo a jet ski, slalom speciale, tennis, golf, Warriors, clarinetto e un’altra dozzina di hobby che pratica tutti in modo maniacale e professionale.
Perché Vittorio è così: un vulcano in piena, impossibile vederlo not into something

Vittorio Viarengo con Fabrizio Capobianco e Alberto Onetti al Burning Man

Il “Playbook” del Solo Entrepreneur in 7 passaggi

La parte interessante non è tanto la storia, né Vittorio in sé, quanto il “playbook” che lo ha portato a lanciare una startup da solo, in tempi brevi. Un playbook potenzialmente replicabile.
Per questo mi sono fatto raccontare il percorso che ha seguito, articolato in 7 passaggi.

1) Prima fase: “lo faccio funzionare” (senza romanticismi)

Un anno fa Vittorio aveva iniziato questo progettino per re-imparare a programmare. Gli ci è voluto poco per rendersi conto che l’AI faceva praticamente tutto il codice — ma faceva ancora errori, e lui doveva fare da babysitter. Più project manager che developer, in pratica.
All’inizio la regola era semplice: deliverare qualcosa che funziona. Non “architettura perfetta”, non “scalabilità”, non “brand”. Funziona o non funziona.
Il punto non è scrivere codice. Il punto è capire:
● qual è l’azione principale dell’utente
● cosa deve succedere in 3 click
● dove si rompe tutto (casi limite, errori, input sporchi)
● perché l’utente dovrebbe tornare
Se stai leggendo e hai un’idea: prima di fare una startup, fai una prima versione che risolve una cosa sola.

Compiti a casa

● Scrivi in 10 righe il flusso principale (utente → azione → risultato)
● Taglia tutto ciò che non serve a quel flusso
● Usa una metrica banale (es. quanti completano il flusso senza chiederti aiuto)

2) Da progetto a prodotto: il salto al “multi-tenant”

Un anno dopo, Vittorio ci ha rimesso le mani per far usare TapSong ad un altro amico musicista. Ed è lì che sono successe tre cose.
La prima: vuole che quello che ha fatto sia usato da molti. Ed è lì che un progetto amatoriale muore o diventa un prodotto.
La seconda: il volere che qualcosa succeda non basta. Ha capito che dietro quel progettino c’era un’esigenza vera, abbastanza vera da farne un prodotto commerciale. La terza, ancora più sorprendente: in soli dodici mesi l’AI aveva fatto un salto tale che adesso scriveva il codice senza intervento diretto.
Vittorio non ha più guardato una riga di codice. Fa vibe coding, sì — ma applicando i principi di ingegneria e product management imparati in trent’anni di carriera. Ed è questo il punto: l’AI abbatte la barriera tecnica, ma servono ancora disciplina, architettura delle decisioni e visione di prodotto.

La svolta è stata rendere TapSong “multi-tenant”: ogni artista o band ha il proprio spazio, dati e flussi. E non “alla buona”, ma come in una SaaS vera:
● semplicità d’uso: un musicista ci deve riuscire senza leggere un manuale
● onboarding immediato: inviti qualcuno e in due minuti è operativo
● ogni artista vede solo le sue cose, senza confusione
● ruoli chiari: chi può fare cosa, senza sorprese
● sicurezza seria, anche se il prodotto è giovane
È la fase che molti evitano perché non è sexy. È “plumbing”. Ma è qui che nasce (o muore in culla) l’azienda.

Compiti a casa

● Disegna prima la mappa dei dati: tenant → utenti → oggetti
● Definisci 3 regole non negoziabili (es. nessun utente vede i dati di un altro)
● Fai test manuali “cattivi” (account diversi, URL forzati, ID errati)

3) Il vero cambio: il collo di bottiglia non è più il codice

Qui arriva la parte davvero interessante.
Oggi TapSong si sviluppa quasi senza guardare il codice. Non per incoscienza, ma per chiarezza: il collo di bottiglia è il pensiero, non la sintassi.
L’arsenale è questo: Cursor con Anthropic Claude Opus 4.6 per lo sviluppo vero e proprio — è lì che il codice prende forma. ChatGPT per progettare le funzionalità e soprattutto per “guardare” il software con gli occhi dell’utente e semplificarlo. Claude Code per le code review e per assicurarsi che il prodotto sia sicuro. Tre strumenti, tre ruoli diversi — come avere un developer, un product designer e un QA engineer nella stessa stanza.

E per chi non ha il background tecnico di Vittorio? Strumenti come Lovable o Replit permettono di costruire applicazioni funzionanti partendo da una descrizione in linguaggio naturale. La barriera d’ingresso non è mai stata così bassa.
Ma attenzione: l’AI è bravissima a scrivere codice, molto meno a decidere cosa scrivere. Senza specifiche dettagliate e una definizione chiara di cosa debba essere il prodotto finito, si inventa le cose — e va in direzioni, spesso, completamente sbagliate. È come avere un developer velocissimo ma senza briefing: produce tanto, ma non necessariamente quello che serve.

Il vero lavoro di Vittorio oggi è tutto lì: a monte del codice.
● Definire criteri di accettazione precisi: cosa deve fare, come, e cosa non deve fare
● Anticipare i casi limite prima che l’AI li ignori o li risolva a modo suo
● Mantenere la coerenza di sistema — perché l’AI ragiona per task, non per prodotto
● Fare review come se avessi un CTO severo seduto di fianco
In pratica, trent’anni di product management compressi in prompt e specifiche. L’AI moltiplica la velocità, ma solo se chi guida sa dove andare.


Compiti a casa

Prima di implementare qualsiasi cosa, scrivi sempre:
● cosa deve succedere
● cosa non deve succedere
● come lo testi in 2 minuti
Se non riesci a scriverlo, non sei pronto a costruirlo.

4) Fare una startup “by the book” (senza fare finta)

Il passo successivo è stato trattare TapSong come una startup vera, anche se il team è di una sola persona. “By the book” significa applicare gli stessi processi che funzionano in un team di venti persone, adattandoli a una sola, ma senza saltarne nessuno. Concretamente:
● “messaging document” — un documento strategico che definisce chi sei, per chi esisti, cosa ti rende diverso e perché qualcuno dovrebbe sceglierti, prima ancora di scrivere una sola riga di copy o di aprire un sito
● specifiche prima di costruire — nessuna feature parte senza criteri di accettazione scritti
● code review (anche con agenti AI) — il codice viene revisionato come in un team reale
● sito e onboarding coerenti con il messaging — ogni touchpoint parla la stessa lingua
● roadmap come coda di decisioni, non lista di sogni — ogni settimana si sceglie cosa costruire, cosa chiarire e cosa eliminare

Non è perfezionismo. È evitare spreco. Quando sei da solo, ogni ora conta il doppio.

Compiti a casa

Ogni settimana, rispondi a queste tre domande:
● 1 cosa da costruire (la più importante, non la più facile)
● 1 cosa da chiarire (messaggio, posizionamento, concorrenti)
● 1 cosa da eliminare (scope creep che si è infilato senza permesso)

5) Il “messaging document” come volante

Il messaging document non serve a vendere. Serve a non mentire a te stesso.
Molti founder saltano questo passaggio perché sembra “roba da marketing”. In realtà è l’esercizio strategico più importante che puoi fare prima di costruire qualsiasi cosa. Ti obbliga a chiarire:
● che problema risolvi (quello vero, non quello che ti piace raccontare)
● per chi (non “per tutti” — per chi, specificamente)
● perché adesso (cosa è cambiato nel contesto che rende la tua soluzione possibile o necessaria oggi)
● perché tu (qual è il tuo unfair advantage)
● quale promessa puoi mantenere (non quale vorresti fare)
Ed evita l’errore più comune delle startup tecniche: una lista di feature spacciata per prodotto. Nessun utente compra feature. Compra la soluzione a un problema che gli rovina la giornata.

Compiti a casa

● Scrivi 1 frase: “TapSong è per X che vogliono Y senza Z”
● Identifica 3 pilastri di valore (non feature — benefici)
● Trova 3 prove (numeri, esempi, storie di utenti reali)
● Definisci 1 sola differenziazione chiara — se ne hai tre, non ne hai nessuna

6) La conseguenza più grande: i mercati piccoli diventano mercati veri

Questa è la parte più “storica”, quella che cambia le regole del gioco. Prima, i mercati piccoli non erano servibili. I costi di sviluppo erano alti, servivano team grandi, e il go-to-market era costoso. Se il TAM non era nell’ordine dei miliardi, nessun investitore ti guardava e nessuna azienda si prendeva il rischio.
Il paradigma alla base della Venture Capital Economy si è ribaltato. La domanda non è più “quanto è grande il TAM”. Se un mercato sembra piccolo, oggi diventa un target perfetto proprio perché nessuno lo sta servendo.
Oggi, con l’AI e gli strumenti moderni, puoi costruire prodotti sostenibili per mercati di nicchia. TapSong non deve diventare un colosso. Deve essere utile, semplice e profittevole. E questa è una liberazione enorme per chiunque abbia un’idea che risolve un problema concreto ma “troppo piccolo” per gli standard tradizionali del Venture Capital.

Compiti a casa

● Trova un mercato dove la risposta è sì a questa domanda: “Ci sono 500 persone che hanno questo bisogno e pagherebbero volentieri per vederlo risolto?”
● Se la risposta è sì, hai un business. Non un unicorno ma qualcosa di meglio: un’azienda che funziona.

7) Dal messaging document al sito: un click (non è un modo di dire)

Qui succede la magia, ma è una magia che funziona solo se hai fatto i compiti.
Vittorio aveva il suo messaging document pronto: chi è TapSong, per chi esiste, cosa lo rende diverso, perché un musicista dovrebbe provarlo. A quel punto ha preso quel documento, lo ha dato in pasto ad Airo di GoDaddy, e in un singolo click ha generato un intero sito di lancio per la beta. Non un placeholder, non una landing page buttata lì — un sito coerente, con copy allineata alla strategia, struttura sensata e pronto per ricevere i primi utenti. Inoltre il logo è stato realizzato con BrandMark mentre per il promo-video le scene sono generate tutte con ChatGPT per i prompt and Runway per la generazione delle video scene.

TapSong — You Run the Show | Live Song Requests, Dedications & Tips (No App Needed)

Quello che prima richiedeva settimane di ping-pong tra copywriter, designer e developer, oggi parte da un singolo input strategico. Ma — e questo è il punto — l’input deve essere buono. L’AI non inventa la tua strategia: la esegue. Se il messaging document è vago, il sito sarà vago. Se è preciso, il sito è preciso.
Il principio è lo stesso del codice:
● L’AI moltiplica la qualità di quello che le dai in ingresso
● Il lavoro vero è a monte: nella chiarezza strategica
● Un buon messaging document diventa il DNA di tutto — sito, onboarding, pitch, copy social
● Senza quel documento, stai chiedendo all’AI di indovinare. E indovina male.
Se stai leggendo e hai un prodotto pronto ma nessun sito: fermati. Non aprire Figma, non chiamare un designer. Prima scrivi il messaging document.
Compiti a casa:
● Scrivi una pagina sola che risponde a: per chi è, cosa fa, perché è diverso, perché adesso
● Dai quel documento a uno strumento AI (Airo, o anche ChatGPT) e vedi cosa genera
● Se il risultato non ti convince, il problema non è l’AI, è il documento. Riscrivilo.

Sintesi finale: fai la startup da solo ma comportati come un team

  1. Fai funzionare una cosa sola — niente architettura, niente brand, solo un flusso che risolve un problema reale
  2. Da progetto a prodotto — quando il secondo utente arriva, vai multi-tenant e tratta i dati come una SaaS vera
  3. Il collo di bottiglia è il pensiero, non il codice — dai all’AI specifiche precise, criteri di accettazione e review da CTO severo
  4. Fai startup “by the book” anche da solo — messaging document, specifiche, code review, roadmap come coda di decisioni
  5. Usa il “messaging document” come volante — ti obbliga a scegliere per chi esisti, perché adesso, e quale promessa puoi mantenere
  6. Punta ai mercati piccoli — con l’AI il costo è crollato, le nicchie mal servite diventano mercati veri e profittevoli
  7. Dal messaging document al sito in un click — se l’input strategico è buono, l’AI genera tutto il resto. Se è vago, il risultato è vago.


TapSong è nata come regalo. È diventata un prodotto. La morale è semplice e potente: oggi puoi costruire come una startup vera anche da solo, se ti comporti da team. L’AI ti dà le braccia. Il cervello — e il giudizio — devi metterceli tu.
Ma c’è un passo in più, e vale per chiunque voglia fare impresa da solo: bisogna partire dall’assunto che qualsiasi cosa si debba fare in azienda — marketing, legale, finanza, supporto, design — l’AI oggi la può fare meglio dell’80-90% delle persone. E bisogna forzarsi a farla con l’AI, anche quando sembra più veloce farla “come si è sempre fatto”.

Solo così si impara davvero cosa l’AI sa fare e dove sono i suoi limiti. E solo così ci si posiziona più avanti della stragrande maggioranza delle aziende — nuove e vecchie — che ancora discutono se adottarla.

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