CULTURA DELL’INNOVAZIONE

Lo sai che Kafka fu un innovatore nelle assicurazioni? Cosa ci dice sulle persone nell’epoca dell’AI



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Kafka era un semplice impiegato ma contribuì alle prime norme sulla sicurezza sul lavoro. Il rischio dell’intelligenza artificiale è che le persone smettano di interrogarsi sul senso di ciò che fanno e che fa l’azienda

Pubblicato il 23 gen 2026

Ernesto Ciorra

Innovation and Sustainability Expert



Foto Kafka

Quando si parla di Franz Kafka si pensa immediatamente allo scrittore, all’artista capace di raccontare l’assurdo della modernità e della soffocante burocrazia. 
Più raramente si ricorda che Kafka fu anche un innovatore nel suo lavoro quotidiano

Franz Kafka, un impiegato innovatore

Per oltre un decennio lavorò come impiegato presso l’Istituto di Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro del Regno di Boemia, una delle organizzazioni più avanzate dell’epoca nel campo della prevenzione industriale. Kafka non occupava posizioni apicali: era un funzionario, un impiegato tecnico. Eppure contribuì in modo significativo allo sviluppo delle prime norme moderne relative alla sicurezza sul lavoro, in un periodo in cui la tutela dei dipendenti non era una priorità né culturale né economica.
(all’inizio del secolo scorso Kafka lavorò per un anno anche per le Assicurazioni Generali)

Franz Kafka innovatore analizzava gli incidenti, studiava i processi produttivi, entrava nei dettagli delle lavorazioni e delle modalità di impiego delle macchine industriali, individuava criticità reali e proponeva soluzioni pratiche: cosa fare per limitare gli infortuni, preservando la salute delle persone e migliorando i risultati dell’azienda per cui lavorava. 

Franz intuì che le regole dovevano servire per prevenire gli infortuni, molto più che per regolare i risarcimenti, e che la loro importanza era molto più significativa, sul piano sociale ed economico, nel rimuovere le cause degli infortuni invece che nel limitarne gli impatti economici.

Franz innovava, non perché fosse “chiamato” a farlo, ma perché non si limitava ad applicare le regole: le interrogava, le discuteva, ne individuava i limiti, e ne proponeva di nuove. Non confondeva i mezzi con i fini: se una norma non proteggeva davvero, allora andava modificata, sostituita, disattesa, senza paura.

La lezione di Kafka innovatore: l’innovazione è per tutti

Qui c’è una prima lezione per l’impresa contemporanea: l’innovazione non è un reparto, è un atteggiamento culturale, possible e sempre più necessario per tutti. L’innovazione nasce quando qualcuno, anche in un ruolo non apicale e nello svolgimento di un’attività routinaria (come quella di un impiegato assicurativo), decide di assumersi la responsabilità di discutere ciò che per altri è un postulato, un paradigma indiscutibile, una comoda necessità. 

Questa pratica è necessaria e l’innovazione è indispensabile, perché le organizzazioni, col tempo, tendono a naturalizzare l’inefficiente, a chiamare “processo” ciò che è solo abitudine, a scambiare la compliance per qualità, mentre il mondo cambia con ritmi frenetici in ogni sua componente: prodotti, servizi, tecnologie, regolazioni, business model.  

Lo sguardo critico sulla realtà organizzativa

Kafka ci mostra che la fedeltà autentica all’organizzazione non consiste nell’obbedienza cieca, ma nel mantenere vivo il senso della missione, nel perseguire l’obiettivo e non la modalità con cui finora è stato conseguito.

È da qui che nasce anche l’artista Kafka: la sua creatività affonda le radici in questo sguardo critico sulla realtà organizzativa. La burocrazia, le procedure, le gerarchie impersonali non furono soltanto un vincolo, ma una materia viva da comprendere e trasformare. 

Romanzi come Il processo e Il castello nascono dall’osservazione diretta di sistemi complessi in cui le regole finiscono per oscurare i fini, e le persone diventano ingranaggi senza nome. Non è un caso: quando un sistema perde il “perché”, il “come” diventa una prigione.

Kafka non inventa l’assurdo: lo riconosce. L’assurdo kafkiano è figlio di un realismo radicale, dell’esperienza quotidiana di istituzioni che, pur nate per servire, finiscono per auto-servirsi. È una dinamica che ogni azienda dovrebbe temere: l’organizzazione che smette di generare valore e comincia a difendere se stessa. È la procedura che sopravvive al problema per cui era stata creata, la regola che diventa dogma, l’abitudine che assurge ad imperativo categorico.

Tutti in azienda sono chiamati a innovare

In questo senso, la vita aziendale non impoverì la sua arte: la rese possibile, perché gli offrì la grammatica concreta del potere e della responsabilità, il pane quotidiano con cui nutrirsi.

La lezione, infatti, è reciproca. Così come le aziende hanno bisogno di artisti, gli artisti hanno bisogno della “ruvida realtà” per ispirarsi. Lo aveva intuito Rainer Maria Rilke, che nelle Lettere a un giovane poeta invitava a diffidare degli ambienti chiusi della cultura d’élite ed a cercare il contatto con la vita vera, dove l’ispirazione può essere coltivata. La realtà “ruvida” non è solo fatica: è verifica, è attrito fecondo, è limite che costringe a pensare meglio. Senza questo contatto, anche l’intelligenza si sterilizza e la creatività diventa manierismo.

Ma sarebbe un errore pensare che l’artista sia una figura eccezionale, separata dal resto dell’organizzazione e che solo un artista possa innovare. Kafka è un caso limite, non un’eccezione irraggiungibile. Il suo esempio mostra che tutti, in ogni funzione e ruolo aziendale, sono chiamati a innovare ed a beneficiare del cambiamento. Perché l’innovazione comporta non solo il miglioramento dei prodotti e servizi offerti dall’azienda e delle loro performance competitive ed economiche, ma anche un upgrade della vita delle persone e della qualità del loro lavoro. E queste ultime, sono questioni sociali ed etiche prima ancora che economiche.

Kafka era un semplice impiegato, eppure contribuì a cambiare le regole della prevenzione degli infortuni ben oltre il proprio perimetro immediato, lavorando all’interno di un’istituzione centrale dell’economia industriale del suo tempo. Il tutto ci ricorda che l’innovazione non nasce solo nei laboratori o nei centri di ricerca, ma nel lavoro quotidiano, quando le persone comprendono il senso profondo di ciò che fanno e il costo umano delle disfunzioni organizzative.

In questo senso, tutti sono chiamati a essere “artisti”. Non perché debbano scrivere romanzi, ma perché possono distinguere i problemi veri da quelli apparenti, interrogarsi sulle regole invece di subirle, provare a migliorarle o cambiarle sempre. Un artista, in azienda, è chi non si accontenta della spiegazione più comoda, chi si chiede “a cosa serve davvero?”, “chi viene veramente protetto? E lo è abbastanza?”, “chi paga il prezzo?” e ridiscute regole, processi, strumenti, offrendo il proprio contributo per cambiarli.

Innovazione, intelligenza artificiale e persone

L’innovazione è una postura di responsabilità, una forma di cura applicata alla vita d’impresa ed agli altri che la animano e la vivono: i clienti ed i colleghi su tutti.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, questa postura diventa decisiva. L’AI è potentissima nel replicare, sintetizzare e ottimizzare ciò che ha appreso. Può supportare decisioni, accelerare analisi, ridurre costi. Ma non può decidere che cosa valga la pena fare, né quali regole vadano riscritte. Ai non può sostituire il giudizio sui fini, né la valutazione sul valore delle scelte adottate. E proprio qui che si gioca il ruolo delle persone: non nell’esecuzione, ma nella scelta.

Kafka ci lascia una lezione che va ben oltre la letteratura e ben oltre l’ufficio in cui ha lavorato. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il rischio non è che le macchine diventino troppo intelligenti, ma che le persone smettano di interrogarsi sul senso di ciò che fanno. 

L’AI può applicare regole, ottimizzare processi, replicare soluzioni, ma non può decidere quali regole meritino di esistere, né per quali fini debbano essere applicate. Questo resta un compito umano e profondamente etico. 

Kafka, impiegato e artista, ci ricorda che fare la differenza non significa eseguire meglio, ma assumersi la responsabilità di pensare, anche quando farlo è scomodo, anche e soprattutto quando è controcorrente: contro regole, processi, sistemi, tradizioni aziendali. Il tutto per migliorare la vita dei clienti e di coloro che lavorano, investono nell’azienda o vivono nei Paesi in cui questa opera.

L’innovazione è il motore del cambiamento, ma la sostenibilità sociale ed economica dell’azienda e la creazione di un mondo migliore rimangono il fine ultimo dell’impresa. Come ci ricorda l’esempio di Kafka innovazione e sostenibilità sono realizzabili se tutti coloro che vivono l’azienda si mobilitano per migliorarla costantemente, con passione, curiosità, dedizione, responsabilità e senza paura!
È da questa responsabilità, diffusa, condivisa, animata da passione, curiosità, amore e senso di servizio — non dagli algoritmi — che nascono le innovazioni capaci di cambiare davvero il mondo e le aziende che creano progresso e ricchezza sociale ed economica.

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