Uno spin-off è un’impresa che nasce da una “costola” di un’organizzazione già esistente – un’azienda, un gruppo industriale o un ente di ricerca – dalla quale eredita competenze, know how tecnologico e spesso anche relazioni di mercato. A differenza di una startup fondata ex novo, lo spin-off parte da una base già strutturata: brevetti, risultati di ricerca, asset tecnologici o competenze specialistiche maturate nel tempo. L’obiettivo è creare una nuova attività imprenditoriale capace di crescere in autonomia, pur mantenendo un legame solido con la casa madre, sia in termini di affinità settoriale sia di tecnologia sviluppata. Al “cuore” del concetto di spin-off c’è il trasferimento tecnologico.
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Una realtà in crescita, ma l’Europa è indietro
Nel contesto italiano ed europeo, il modello dello spin-off è diventato negli ultimi anni uno strumento chiave per trasformare innovazione latente in valore economico. Tra il 2020 e il 2025 il numero di spin-off, soprattutto deep tech e digitali, è cresciuto in modo costante, spinto dalla necessità di valorizzare ricerca, brevetti e competenze avanzate che difficilmente trovano spazio all’interno delle strutture tradizionali. In uno scenario di competizione globale sull’innovazione, lo spin-off rappresenta una forma di “imprenditorialità assistita”, in cui il rischio è mitigato dall’origine industriale o scientifica.
Tuttavia, nonostante i numeri in crescita, e nonostante l’Europa – e l’Italia in particolare – disponga di una base scientifica solida e di una produzione di ricerca di alto livello, la capacità di trasformare questo patrimonio in imprese scalabili resta limitata. Gli spin-off universitari esistono, ma sono concentrati in poche università e raramente raggiungono una massa critica tale da incidere davvero sul sistema industriale. Il problema non è solo quantitativo, ma strutturale: manca un ecosistema capace di accompagnare in modo sistematico il passaggio dalla ricerca al mercato. I dati sugli spin-off deep tech e life sciences mostrano una forte frammentazione e un divario persistente rispetto ad altri ecosistemi globali. Il trasferimento tecnologico, più che una leva consolidata, rimane così una promessa solo parzialmente mantenuta.
Le categorie
A seconda del tipo di filiazione, si distinguono principalmente due grandi categorie di spin-off.
I corporate spin-off
I venture o corporate spin-off sono imprese create direttamente da aziende già esistenti, che decidono di separare un progetto innovativo dal core business per garantirgli maggiore agilità, velocità di sviluppo e accesso a capitali esterni. Questo modello è sempre più utilizzato anche dalle grandi corporate italiane ed europee come leva di open innovation, soprattutto nei settori dell’energia, dell’industria avanzata, dell’ICT e dei servizi finanziari, dove nuove tecnologie – dall’AI al cloud, fino all’IoT – richiedono strutture più snelle rispetto all’organizzazione madre.
Gli spin-off accademici
Accanto a questi si collocano gli spin-off accademici, o university spin-off, nati a partire dai risultati della ricerca scientifica sviluppata in università e centri pubblici di ricerca. In questo caso, lo spin-off diventa il veicolo per trasferire conoscenza e innovazione dal mondo accademico al tessuto produttivo, superando il tradizionale gap tra ricerca e mercato.
In Italia, secondo il database Netval, gli spin-off/ startup accademici sono nell’ordine di 1.384, con una forte concentrazione nei settori life science, ingegneria, materiali avanzati e tecnologie digitali. Molti di questi progetti restano di dimensioni contenute, ma una quota crescente riesce ad attrarre investimenti e a scalare, soprattutto quando supportata da incubatori, fondi pubblici e venture capital specializzati.
Come nasce uno spin-off
Uno spin-off nasce quando una competenza, una tecnologia o un risultato di ricerca sviluppati all’interno di un’organizzazione – un’impresa o un’università – mostrano un potenziale di mercato che va oltre il perimetro dell’attività originaria. Il punto di partenza è quasi sempre l’individuazione di un asset distintivo, come un brevetto, un prototipo o un know how specialistico, che può diventare la base di un nuovo modello di business. A questo segue una fase di validazione, in cui si valutano applicazioni, mercato di riferimento e sostenibilità economica dell’iniziativa. Se il progetto supera questa soglia, la casa madre decide di “separarlo”, creando una nuova società dotata di autonomia giuridica e operativa, ma spesso legata all’origine da accordi su capitale, licenze tecnologiche o collaborazioni strategiche. È in questo passaggio – tra tutela dell’innovazione, imprenditorialità e governance – che si gioca il successo o il fallimento di molti spin-off.
Spin-off in Italia: esempi
In Italia gli esempi di spin-off aiutano a capire quanto sia vario il fenomeno.
Al PNI – Premio Nazionale per l’Innovazione 2023, sono stati premiati Focoos AI (spin-off del Politecnico di Torino sulla computer vision “frugale”), Foreverland (spin-off dell’Università di Bari che ripensa il cioccolato in chiave sostenibile), Preinvel e Livgemini, orientati rispettivamente a soluzioni innovative per la qualità dell’aria e alla diagnostica con “gemelli digitali”.
Nel 2025 si sono registrati diversi casi che mostrano come il modello dello spin-off possa funzionare sia in ambito accademico sia industriale. È il caso di Proxima Fusion, nata dall’Istituto Max Planck per la Fisica del Plasma, che ha attirato oltre 130 milioni di euro per sviluppare una nuova generazione di centrali a fusione basate su tecnologia stellarator.
Sempre sul fronte universitario, Valuematic, spin-off della Scuola IMT Alti Studi Lucca, lavora sull’ottimizzazione intelligente delle risorse cloud e ha chiuso un primo aumento di capitale per accelerare la crescita del prodotto.
Diversa l’origine di Matix, spin-off di AzzurroDigitale, che applica competenze maturate in ambito industriale al monitoraggio avanzato degli asset manifatturieri.
Infine Finapp, spin-off dell’Università di Padova, dimostra come la ricerca scientifica possa tradursi in soluzioni hardware innovative per il monitoraggio ambientale, attirando investimenti di scala internazionale.
A livello di “sistema”, alcuni atenei pubblicano anche numeri aggiornati: ad esempio l’Università di Pisa indica 34 aziende accreditate come spin-off con dati aggiornati al 31 dicembre 2025, segnale di un modello ormai strutturato (almeno nei poli più attivi) tra regolamenti, accreditamento e supporto alla crescita.
Innovare senza disperdere valore
Nel complesso, lo spin-off si conferma nel 2026 come uno degli strumenti più efficaci per innovare senza disperdere valore: consente alle imprese di esplorare nuovi mercati senza appesantire il core business e alle università di rendere economicamente sostenibile la ricerca. Non è una scorciatoia né una garanzia di successo, ma un modello che funziona quando esiste una reale complementarità tra casa madre e nuova impresa, una chiara strategia industriale e la capacità di trasformare competenze distintive in un’offerta competitiva sul mercato.
(Articolo aggiornato al 20/01/2026)











