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Stadi di innovazione

Uber, a Seattle è già tempo di “sindacato”

30 Mag 2014

In Italia sono i tassisti a protestare. Invece in Usa un autista ha creato un movimento sindacale dopo la cacciata di un collega per “cattive recensioni” sull’app: chiede che il dipendente possa interloquire con l’azienda prima della rescissione del contratto

Ora c’è anche il “sindacato” degli autisti di Uber. Accade a Seattle, su impulso di uno dei guidatori che aveva perso il lavoro a causa delle cattive recensioni dei passeggeri ma doveva ancora pagare 39mila dollari per il Suv acquistato appositamente per diventare tassista di Uber.

Se in Italia e in Europa sono i tassisti tradizionali a combattere la loro battaglia contro la società nata nel 2009 a San Francisco, che consente di noleggiare una macchina con autista da smartphone, negli Usa sono gli stessi autisti che cominciano ad alzare la voce contro i loro datori di lavoro.

La ribellione risale a circa 9 mesi fa, quando l’autista licenziato dalla società fondata da Garrett Camp e Travis Kalanick si è imbattuto in un collega, Daniel Ajema, 33 anni, all’epoca studente di legge e autista di Uber in orari notturni. Ajema è rimasto così colpito dalla storia dell’uomo che ha deciso di costituire un gruppo sindacale chiamato App-Based Drivers Association con il sostegno della locale Teamster Union, il più grande sindacato statunitense degli autisti di camion e degli addetti in settori collegati. Non è stato facile, perché Uber non dà modo ai suoi addetti di stare in contatto tra loro, quindi gli attivisti sono dovuti scendere in strada e intercettare i colleghi mentre stavano lavorando. Giorno dopo giorno sono riusciti a raccogliere i biglietti da visita di 500 persone e hanno cominciato a organizzare incontri.

L’App-Based Drivers Association non è propriamente un sindacato perché, per esempio, i suoi leader non possono decretare lo sciopero di tutti gli aderenti. Tuttavia conta di sollecitare Uber a una maggiore trasparenza e a un maggior dialogo. “Ci chiamano partner, perciò chiediamo una vera partnership” dice Ajema.

In particolare il gruppo chiede alla società, il cui valore è attualmente stimato intorno ai 12 miliardi di dollari, di cambiare la sua gestione delle risorse umane, per esempio convocando l’autista per un colloquio prima di decidere di rescindere il suo contratto. Inoltre vuole essere consultata in caso di cambiamento delle politiche dei prezzi e dell’impiego. Uber organizza incontri vis a vis con i suoi autisti in fase di formazione, ma le cattive recensioni possono effettivamente portare a una risoluzione del contratto.

“Non siamo necessariamente contro il sistema di rating, che consente al passeggero di dare un voto all’autista, da una a cinque stelle – dice il sindacalista – ma deve esserci una qualche sorta di ‘udienza’ prima che un autista perda il lavoro e, con esso, tutto ciò che vi ha investito”.

Brooke Steger, manager di Uber a Seattle, ha detto al Seattle Times che nessun addetto subirà ritorsioni per essere entrato a far parte del movimento sindacale. Questo non significa che la società sia entusiasta dell’iniziativa. In una nota la portavoce del presidente, Eva Behrend, ha definito l’associazione “un tentativo dei sindacalisti della sede locale di Teamster di fare cassa e giustificare i loro stipendi a 6 cifre”. Paul Zilly, di Teamster, ha respinto le accuse, sostenendo di non aver ricevuto denaro né dai singoli autisti né dalla neonata associazione.

L’esempio di Ajema potrebbe essere seguito da altri. Il 33enne è stato contattato da colleghi in Colorado, a Washington e a Boston, tutti intenzionati a mettere in piedi analoghe iniziative. In realtà tra due mesi Ajema inizierà il suo nuovo lavoro di pubblico ministero a Seattle, ma sembra aver intenzione di continuare in questo impegno di rivendicazione dei diritti dei lavoratori nella “sharing economy”.

In Italia, dopo la rivolta dei tassisti milanesi in particolare contro Uberpop (applicazione che consente di chiedere passaggi in auto a privati cittadini), il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi ha dichiarato “tolleranza zero contro gli abusivi”. Nel frattempo i tassisti europei hanno proclamato lo sciopero dei taxi per l’11 giugno. Ma, se il fenomeno Uber prenderà piede, è possibile che anche gli autisti europei della società americana seguano l’esempio dei colleghi di Seattle.

di Luciana Maci

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