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Stefano Rosso, perché siamo entrati in Fubles e Depop

23 Ott 2013

Il figlio di Renzo racconta come sono nate le partecipazioni nelle due società e perché sono state fatte dalla finanziaria di famiglia e non dal gruppo di cui è amministratore delegato: questioni di velocità e di agilità. «Spazio alle idee e ai giovani».

Stefano Rosso con i co-fondatori di Fubles: Mirko Trasciatti, Giuseppe De Giorgi e Stefano Rodriguez
«Siamo un Paese vecchio e per vecchi. Purtroppo è così. Siamo un Paese dove gran parte della popolazione è vecchia, i politici sono vecchi e c’è poco spazio per i giovani, che comunque sono pochi e hanno poche occasioni per dire la loro». Stefano Rosso, 33 anni, è critico ma non pessimista. Lui è figlio di Renzo Rosso, il secondogenito (il primo Andrea si occupa di direzione artisica)  e da pochi mesi è salito sulla plancia di comando di un gruppo da 2,5 miliardi di euro: amministratore delegato della holding OTB.  E’ cresciuto con un padre ancora giovane a 57 anni («spesso ci scambiano per fratelli», racconta) e in un’azienda che ha fatto di Diesel un marchio cool e internazionale. A cui nel tempo si sono aggiunti Viktor&Rolf, Martin Margiela e per ultimo Marni. «Noi siamo stati favoriti dal fatto di lavorare per i giovani e di essere globali. Sei obbligato ad avere un certo tipo di apertura mentale mentre gran parte dei grandi gruppi industriali culturalmente  sono rimasti fermi agli anni 80». Stefano da qualche tempo si occupa anche di start up. E di recente a messo a segno due colpi non abituali per la scena italiana: l’ingresso in Fubles e in Depop. La passione per il calcetto e l’attenzione per il mobile ecommerce, il cuore e la mente.

Stefano, ci racconta come è arrivato a queste due acquisizioni?
«Intanto voglio subito precisare che gli investimenti sono fatti dalla Red Circle, una società della nostra famiglia, e non hanno niente a che fare con OTB e Diesel».

Perché?
«Sono investimenti fatti fuori dal gruppo per avere maggiore velocità e flessibilità e poter gestire la partecipazione senza l’onore del controllo e della gestione propri di una grande azienda che non avrebbero senso in attività di queste dimensioni.  Correremmo il rischio di “incatenare” la start up nei procedimenti molto rigidi dei grandi gruppi senza portare valore aggiunto. C’è poi un’altra ragione.

Quale?
«Quando facciamo un’acqusizione come gruppo prendiamo il 100% o la maggioranza. Mentre come RedCircle entriamo anche con piccole partecipazioni».

Quanto avete pagato per il 15% di Fubles?
«Parliamo di cifre irrisorie e come socio di minoranza non mi sento autorizzato a rivelare il valore attribuito alla società».

Fubles è stata la vostra prima start up?
Sì, è la nostra prima start up Internet, anche se da circa due anni stiamo guardando a questo mondo. Dal 2011 siamo in H-Farm con una quota del 20%. Abbiamo fatto anche un investimento in Yoox ma in una fase diversa. E come RedCircle siamo dentro anche Estrema, azienda che produce il veicolo elettrico Birò.

Avete “preso” qualcosa da H-Farm?
Sì, spesso. E abbiamo anche dato. Per esempio H-Humus è nata da una nostra necessità digitalizzare i cataloghi interni. Da li s’è vista  un’opportunità di business che si è sviluppata e adesso la società lavora con grandi gruppi. In questo caso abbiamo fatto da stimolatori, poi è arrivato l’iPad, c’era la persona giusta ed è nata una start up.

Ha conosciuto Fubles attraverso H-Farm?
No, l’ho scoperta in azienda, nella palestra aziendale, dove i miei colleghi la utilizzavano per organizzare le partite di calcetto. Anch’io gioco, centrocampista con predilezione per l’attacco. Un giorno ho ricevuto una mail da Mirko (Trasciatti, uno dei due founder) che chiedeva un incontro. Pensavo che volesse parlarmi di qualche partnership e invece si è presentato per dirmi che era interessato ad avere nuovi soci. Io mi sono appassionato al progetto, perché mette insieme sport, Internet e giovani e ben si sposa con la mentalità della nostra famiglia.

E con Depop com’è andata?
La partecipazione in Depop è una doppia soddisfazione. Da una parte, si sposa perfettamente con la nostra passione per l’innovazione tecnologica legata a un servizio di stampo “lifestyle”; dall’altra, Simon (Beckerman, ndr) e la sua famiglia sono amici di lunga data e persone di cui conosciamo e condividiamo lo spirito imprenditoriale. In questo caso l’anello di congiunzione è stato H-Farm. Crediamo moltissimo in questa idea e faremo di tutto per aiutarla a crescere e a rivoluzionare il social e-shopping.

Avete in programma qualche investimento in start up del settore tessile o fashion?
No, quelli di re Circle sono tutti investimenti al di fuori del core business gruppo. Se ci sono opportunità in quel settore vengono vagliate da OTB ma oggi non c’è niente alla vista. Abbiamo fatto l’acquisizione di Marni da meno di un anno.

Che cosa le piace delle start up?  
L’energia, la passione e la freschezza con cui vedono il mondo Vedono opportunità in ogni angolo. E’ difficile che chi lavora lavora nello stesso settore per lungo tempo abbia questa visione. Le start up e le idee sono l’unica fonte di ricchezza per questo Paese. Le aziende piccole e medie le stanno massacrando da anni…Serve di più la testa e meno le braccia. Spazio ai giovani.

Suo padre è d’accordo?
Certo, ci scambiano spesso per fratelli! (Stefano ride al telefono…) Succede che abbiamo punti di vista differenti, ma la sua grande dote è saper ascoltare e vedere l’entusiasmo nelle persone. Se ti brillano gli occhi vuol dire che vali. E lui è forte nel massimizzaree dare valore a quella luce. Coglie spunti, idee e quando ne capisce il valore le fa diventare realtà. Direi che è una perfetta sintesi di visione e concretezza».

 

 

 

di Giovanni Iozzia

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