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Stefano Molino spiega la “fase 2” di CDP Venture Capital: trasformare le startup in grandi imprese



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Il Responsabile Fondo Acceleratori spiega come CDP Venture Capital si stia spostando da una spinta generalista verso una focalizzazione su settori strategici ad alto potenziale industriale. Le startup non sono più entità isolate, ma le “grandi imprese di domani”

Pubblicato il 30 gen 2026



CDP Venture Capital economyup
Stefano Molino, Responsabile Fondo Acceleratori di CDP Venture Capital SGR

L’evoluzione dell’innovazione tecnologica in Italia sta attraversando una trasformazione strutturale che punta a consolidare il mercato del capitale di rischio come un pilastro stabile dell’economia nazionale. Il 28 gennaio 2026, durante la presentazione del Report Incubatori e Acceleratori 2025, curata dal Social Innovation Monitor del Politecnico di Torino, Stefano Molino, Responsabile Fondo Acceleratori di CDP Venture Capital SGR, ha delineato il percorso che ha portato l’istituzione a gestire quasi 5 miliardi di asset dedicati alle startup. Attraverso una visione che coniuga la capillarità territoriale con modelli di accelerazione internazionali, la strategia si sposta ora verso una nuova fase di maturità, definita come “Fase 2”, dove l’obiettivo primario non è più solo l’intervento diretto, ma la creazione di un ambiente favorevole all’ingresso massiccio di capitali privati.

La genesi della strategia e il modello operativo di CDP Venture Capital

Il posizionamento attuale di CDP Venture Capital è il risultato di un intervento mirato, iniziato nel 2020, per rispondere a una carenza strutturale del mercato italiano. All’epoca, la missione principale era quella di fungere da volano di crescita per l’intero ecosistema, intervenendo nelle fasi più delicate dello sviluppo d’impresa. Come evidenziato da Stefano Molino, la nascita del Fondo Acceleratori è stata guidata dalla necessità di coprire un gap di mercato riguardante gli investimenti nelle fasi di seed e pre-seed, che risultavano essere ancora poco sviluppate nel panorama nazionale.

Per abilitare l’accesso alle innovazioni, l’operatività è stata ispirata a riferimenti internazionali d’eccellenza, adottando una strategia che guarda agli acceleratori come piattaforme abilitanti per il go-to-market. “Abbiamo adottato una strategia che guarda agli acceleratori, prendendo come riferimento il modello di Y Combinator” ha spiegato Molino, sottolineando come l’approccio non si limiti all’erogazione di capitale, ma comprenda la fornitura di competenze, asset e strutture fisiche. Questo supporto è vitale per le startup che si trovano tipicamente in una fase pre-revenue, dove il rischio è più elevato ma il potenziale di innovazione è massimo.

Un’infrastruttura tematica tra territori e distretti industriali

L’efficacia dell’azione di CDP Venture Capital si riflette nella creazione di un’infrastruttura fisica e relazionale diffusa su tutto il territorio nazionale. L’architettura del sistema si poggia su 20 nodi tematici, ciascuno focalizzato su verticali tecnologici strettamente connessi alle vocazioni industriali dei singoli distretti italiani. Questa distribuzione permette di creare una sinergia tra la nuova imprenditoria e il tessuto produttivo consolidato, localizzando eccellenze specifiche in città chiave.

Esempi concreti di questa strategia sono il polo del Fintech a Milano, il centro dedicato all’Aerospazio e Difesa a Torino e il verticale del Motor Tech a Modena. Questa rete non serve solo a distribuire risorse, ma a creare un terreno di validazione pratica per le startup B2B. A supporto di questa infrastruttura, Molino ha citato il coinvolgimento di circa 160 corporate partner che collaborano attivamente nelle fasi di scouting e nella validazione di Proof of Concept (POC) e progetti piloti. La collaborazione con le grandi imprese è considerata essenziale per permettere alle startup di testare le proprie soluzioni in contesti reali, accelerando il processo di adozione delle tecnologie sul mercato.

I risultati numerici e l’effetto moltiplicatore dei capitali

Dopo cinque anni di attività, i dati presentati indicano una crescita tangibile del comparto. CDP Venture Capital, attraverso il solo Fondo Acceleratori, ha accompagnato 520 startup nel loro percorso di crescita, di cui quasi 200 sono riuscite a raccogliere ulteriore funding dopo la fase di accelerazione. Il meccanismo di investimento prevede un ticket iniziale, in fase pre-seed, che mediamente si attesta tra i 90 e i 100 mila euro. Tuttavia, la strategia prevede la capacità di seguire la crescita delle aziende nei round successivi, con la possibilità di investire cifre comprese tra i 500 mila e i 2 milioni di euro.

Un dato particolarmente rilevante riguarda l’attrattività generata verso investitori esterni. A fronte di circa 100 milioni di euro investiti direttamente dal Fondo Acceleratori, è stato generato un afflusso di capitali da investitori terzi superiore al doppio, arrivando a quasi tre volte la somma iniziale. Questo effetto dimostra come il ruolo pubblico sia quello di una piattaforma abilitante per gli investitori istituzionali che decidono di entrare nelle fasi successive. La maturazione dell’ecosistema è testimoniata dal fatto che diverse startup in portafoglio stiano già raccogliendo round di Series A e Series B con ordini di grandezza significativi, compresi tra i 5, i 10 e i 15 milioni di euro.

Verso la “Fase 2”: attrattività dei talenti e mercato delle exit

La proiezione futura di CDP Venture Capital si sta spostando da una spinta generalista verso una focalizzazione su settori strategici ad alto potenziale industriale. In questa nuova visione, le startup non sono viste come entità isolate, ma come le “grandi imprese di domani”. Un punto cardine di questa evoluzione è la gestione del talento, considerata la risorsa più scarsa nel mercato globale. Stefano Molino ha evidenziato l’importanza del cosiddetto “modello duale”, che prevede di mantenere le operation e le basi tecnologiche in Italia pur puntando con decisione ai mercati esteri. L’obiettivo dichiarato non è investire esclusivamente entro i confini nazionali, ma creare le condizioni strutturali per rendere l’ecosistema italiano attrattivo anche per quegli imprenditori e talenti che attualmente operano all’estero.

La stabilità dell’asset class e il ruolo degli operatori privati

Affinché il sistema diventi autosufficiente, è necessario che il venture capital in Italia venga riconosciuto come una asset class credibile e stabile. In questo senso, il tema delle exit (la vendita delle partecipazioni o la quotazione delle startup) assume un ruolo centrale. Solo dimostrando la capacità di generare ritorni finanziari costanti sarà possibile garantire un flusso di investimento continuo da parte di attori istituzionali, family office e investitori privati.La “Fase 2” delineata da Stefano Molino segna un cambio di paradigma nel ruolo della SGR: il passaggio da investitore diretto massiccio a abilitatore del mercato. In questo nuovo scenario, il compito di CDP Venture Capital sarà quello di creare le condizioni affinché gli operatori privati possano sostenere le startup in modo stabile, sia attraverso l’apporto finanziario che mediante la gestione autonoma di programmi di accelerazione. L’intervento pubblico mira quindi a stabilizzare il mercato, permettendo al capitale privato di assumere un ruolo guida nella crescita delle imprese innovative italiane.

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