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Politica&Innovazione

Startup, 3 obiettivi per passare dall’ecosistema al Sistema-Paese

31 Gen 2015

L’Espresso dedica la copertina a “Chi accende l’Italia”. Un bel segnale, che arriva nella stessa settimana del workshop promosso da RomaStartup con EconomyUp sulla Policy StartUp. Dove è emersa la necessità di cambiare passo. Ecco come

“Rischiare, sperimentare, cambiare restando con i piedi saldamente immersi nella realtà. Ecco, se altrettanto coraggio mostrasse la politica italiana, potremmo guardare al futuro prossimo con più serenità e fiducia. Le energie ci sono, anche le idee. Vanno convogliate in un sistema-paese”. Si parla delle startup, di “quei ragazzi che accendono la luce”, come dice il titolo dell’editoriale di Luigi Vicinanza, direttore de l’Espresso, che al fenomeno delle nuove imprese innovative ha dedicato la sua ultima copertina. Se un settimanale politico come l’Espresso preferisce, nella settimana del Quirinale, “chi riaccende l’Italia” a “I terrostisti di Internet” (l’altra copertina), lancia un segnale, un bel segnale che il cosiddetto ecosistema non può non cogliere.
Siamo in un momento di svolta, di quelli in cui si misura la la capacità di un movimento sociale di passare dallo stato gassoso a quello solido, dall’adolescenza alla maturità. Probabilmente si avvicina il “gran rumore”, i riflettori faranno sudare qualcuno e mostreranno le imperfezioni di qualcun altro, crescerà forse la senzazione della “moda” e si inflazioneranno parole e tic, magari ci sarà pure un  talent show di successo come neanche negli States sono riusciti a fare. Ma poco importa se si tiene lo sguardo alto e si riesce a cogliere l’opportunità per uscire dall’ecosistema ed entrare diritti nel sistema. Nel sistema-Paese, come ha scritto il direttore de l’Espresso.

La copertina, e il segnale, arrivano nella stessa settimana in cui si è tenuto il workshop promosso da Roma Startup con EconomyUp per fare il punto sulla startup policy, sul sistema di norme messo a punto per sostenere la nuova imprenditorialità. E non solo. Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del Mise, ha rivendicato con orgoglio e convinzione quanto fatto negli ultimi 36 mesi per creare e sostenere un comparto economico che conta oltre 3mila imprese, 13mila persone fra soci e dipendenti e vale 700milioni di fatturato. Una media impresa diffusa e affollata, potrebbe dire qualche scettico che non ne percepisce ancora il potere di contaminazione e innovazione per tutto il sistema delle imprese tradizionali (se vogliamo continuare a chiamarle così). Si è sentita la voce delle associazioni di categoria, dei venture capitalist (Claudio Giuliano per Aifi) e dei business angel (Paolo Anselmo di Iban), degli incubatori universitari (Marco Cantamessa di PNI Cube), delle piccole e medie imprese (Alvise Biffi di Confindustria) e del “distretto” romano (Gianmarco Carnovale di Roma Startup). C’erano quasi tutti, ma da qualche parte bisogna cominciare. E, nella seconda sessione di lavori, ci sono stati anche i politici, quattro parlamentari dell’Intergruppo Innovazione, incalzati da Emil Abirascid di Startup BusinessAntonio Palmieri (Forza Italia), Paolo Coppola (Pd), Mirella Liuzzi (CinqueStelle), Ivan Catalano (Gruppo Misto) non sono il “corpo politico” ma ne rappresentano, diciamo cos’, la punta sensibile. Da qualche parte bisogna pur cominciare.

Nella sala del Tempio di Adriano non si conosceva ancora la copertina e l’editoriale dell’Espresso, ma quello che è emerso è stato anche il tema della capacità dell’ecosistema di avere voce, di farsi ascoltare e compredere dalle istituzione. Insomma di contare e affermare non solo le proprie esigenze ma anche le proprie potenzialità. Perché, come ha tenuto a ricordare Firpo, la “startup policy” non è nata tanto per incentivare la nascita di nuove imprese quanto per creare le condizioni migliori per l’innovazione di tutto il sistema economico.

Le associazioni hanno sostanzialmente “approvato” quanto fatto finora. Chiedendo sì qualche aggiustamento, ma anche di fermarsi un momento con la produzione legislativa, l’invito arriva da Cantamessa,  per avere il tempo di deglutire e assimilare quanto fatto finora, altrimenti si rischia l’indigestione e la confusione. Ci sono cose da aggiustare, come sempre, la perfezione non è degli uomini e tantomeno delle leggi (Ed è auspicabile che le richieste provenienti dai diversi attori convergano appena possibile in un unico documento, in un Policy Paper che le raccogla e dia forza alle singole istanze). Ma c’è soprattutto la necessità di aumentare la velocità di marcia, perché se è vero che siamo passati da 0 a 100 in 36mesi, è anche vero che gli altri Paesi stanno già viaggiando a 120/130 chilometri l’ora. E molto di più grazie al lavoro degli operatori privati. Firpo è stato chiaro: non si può scaricare tutta la responsabilità dell’innovazione sulle spalle del Governo o dello Stato. 

Qui credo sia ineressante segnalare tre obiettivi, emersi dai lavori di mercoledì 28 gennaio. A breve, a medio, a lungo termine

1. La conversione (migliorativa) in legge del decreto “Investment Compact” Il provvedimendo ha avuto già un parto accidentato e per certi versi misterioso. Nel percorso da via Veneto (sede del Mise) a Palazzo Chigi ha perso alcuni pezzi ed è importante che vengano recuperati in aula. Il centro è sulle pmi, come abbiamo avuto modo di raccontare su EconomyUp, e permette di accelerare il percorso dell’ultimo miglio, dalle start up all’innovazione tout court delle imprese. Ma questa è anche l’occasione per migliorare e completare le norme a sostegno delle startup Tre i risultati da portare a casa: la costituzine della società online, con atto standardizzato e senza notaio; l’estensione da 4 a 5 anni per le agevolazioni previste per startup innovativa; pagamento facoltativo dell’Inps per i soci lavoratori di una startup che non produce ancora fatturato. Quindi, passato la sbornia quirinalizia, servirà attenzione e sorveglianza sui lavori in Parlamento.

2. Accelerare l’aggregazione dei vari pezzi dell’ecosistema che in questi anni hanno dimostrato di sapere e voler fare nuova imprenditoria, superando rapidamente logiche campanilistiche, che purtroppo resistono anche quando il campanile non c’è più.  Per superare le dichiarazioni di buona volontà, servono atti concreti e soprattutto la costruzione di una reale piattaforma comune che permetta di presentarsi con un voce forte e chiara al corpo politico. Utile in questo senso è stato l’alert lanciato a Roma da Palmieri e Coppola, che io sintetizzerei così: il corpo politico ancora non vi conosce e non vi comprende. Ha altre agende mentali, dettate da altri “stakeholder”. Dovete ancora lavorare per farvi ascoltare. Noi siamo solo un piccolo tramite. Conclusione (mia): per raggiungere questo obiettivo servirà indivuare parole chiare, semplici e forti, evitando di disperdersi in dettagli tecnici che sono importanti, certo, e a volte appasionanti ma costringono alla vita di  periferia.

3. Dall’ecosistema al sistema-Paese. Se l’aggregazioni funzionerà, se si riuscirà a rappresentare il coraggio, l’entusiasmo, la forza (non solo economica) della nuova classe imprenditoriale (proviamo a non chiamarle più startup?) con i suoi valori (innovazione, sostenibilità, internazionalità), allora arriverà di conseguenza quel che il direttore de l’Espresso si auspica e che io banalizzo così: sarà la fine dell’ecosistema, che scomparirà in tenerà eta per aver avuto il talento di farsi sistema-Paese. 

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