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Selene Biffi, un’imprenditrice italiana alla Nasa

18 Ago 2014

La fondatrice di The Qessa Academy e Spillover è in Silicon Valley per partecipare al Graduate Studies Program di Singularity University, un corso di 10 settimane destinato a talenti con idee per migliorare la vita sul pianeta. “È un’esperienza intensissima: le giornate sono infinite. Qui metto a punto un mio progetto sul problema delle mine antiuomo”

Selene Biffi è una giovane imprenditrice a cui piace spostare sempre più in avanti i confini dell’innovazione sociale. A soli 32 anni, ha già fondato diverse imprese tra cui The Qessa Academy, la prima scuola per insegnare a ragazzi disoccupati in Afghanistan, Plain Ink, organizzazione attiva in Italia e India che propone strategie contro la povertà e l’esclusione tramite fumetti e libri per bambini e Spillover, un progetto per avvicinare i giovani alla scienza attraverso i videogame e l’interattività.

Oltre a fondare startup in serie, Selene riceve di continuo premi e riconoscimenti per le sue attività nell’ambito dell’educazione e dello sviluppo sociale. Ne ha già ottenuti più di 40, tra cui di recente il primo posto nella Global Impact Competition, per partecipare al Graduate Studies Program di Singularity University, presso il centro di ricerca Nasa Ames in Silicon Valley, California. 

Qui, durante un corso di dieci settimane dedicato alla scoperta di soluzioni tecnologiche e scientifiche per migliorare la vita di tutti, sta dando vita a un nuovo progetto in mezzo ad alcuni dei più brillanti giovani talenti imprenditoriali del mondo. In questa intervista, ci racconta come sta procedendo l’esperienza a stelle e strisce e che progetti ha in mente.

Selene, come sta andando il Graduate Studies Program? Che cosa fate durante la giornata?
Sta andando benissimo, dire che è un ambiente stimolante è decisamente riduttivo! La giornata è molto intensa e, soprattutto, infinita. Si dorme pochissimo, sono previste conferenze autogestite anche nelle ore notturne. Vengono alternati corsi, incontri con personaggi di spicco, workshop e qualche momento di intrattenimento come per esempio, la gita a Stanford.

Com’è l’ambiente Nasa? Come interagisce con il programma?
La Nasa ospita Singularity University all’interno del suo centro di ricerche e offre spunti interessanti tramite i suoi esperti che vengono a tenere le lezioni. Sono sempre molto aperti e disponibili, e incoraggiano il lavoro su progetti che, magari un domani, potranno finire proprio da loro.

A cosa sta lavorando Selene Biffi durante il programma?
Preferirei non sbilanciarmi ma posso dire che la permanenza a Singularity si sta rivelando molto preziosa nel dare forma a un progetto che avevo in mente da molto tempo legato al problema delle mine antiuomo.

Ci sono altri imprenditori/trici sociali nel Program? 


Sì, molti dei progetti di altri Paesi che hanno vinto, come me in Italia, la Global Impact Competition, sono startup a vocazione sociale. Tra queste cito per esempio quella di un mio compagno spagnolo: si chiama Infantium ed è una piattaforma che sfrutta l’intelligenza artificiale, la neuroscienza e i big data per proporre a bambini tra gli 0 e i 7 anni un’esperienza di apprendimento personalizzata, idea che ha fatto vincere alla Spagna un MIT Young Innovators Award. C’è poi Stackz, startup canadese che mette in rete tutte le tesi e le ricerche fatte da studenti ma vidimate da un panel per la peer revision scientifica, con l’intento di redistribuire a basso costo la ricerca più attuale e allungare la vita – e l’utilità – delle tesi dottorali. Uno dei progetti più geniali è SolarPaint: una nuova pittura, presto sul mercato, che contiene milioni di nanocellule fotovoltaiche che trasforma l’energia solare in elettricità (oltre ad essere realizzata con materiale sostenibile e riciclabile, e con un prezzo accessibile a tutti).



Il suo progetto più recente è Spillover. Come è nata l’idea? 



Spillover in un certo senso ricalca il mio percorso fino ad ora, incentrato su progetti di educazione non formale. In questo caso, invece che intervenire su Paesi in via di sviluppo, mi rivolgo all’Italia e all’Europa, con l’obiettivo, come sempre, di provare a colmare una sorta di vuoto (o almeno dare il mio contributo!). Lo scarso interesse per le materie scientifiche infatti può essere considerato una forma di analfabetizzazione; secondo i dati della Commissione europea, si stima che quasi il 50% dei giovani tra i 15 e i 25 anni consideri la scienza noiosa, questo presuppone che si ridurrà progressivamente il numero di ragazzi che sceglierà questa strada a livello professionale (si prevedono 2,8 milioni di posti di lavoro vacanti nei prossimi 6 anni), con conseguenze quali la diminuzione di scoperte scientifiche utili all’umanità. Con la mia ultima startup, Spillover, cerco di interessare i giovani alla scienza attraverso la gamification di alcune scoperte recenti (oggetto di una serie di videogiochi in forma di app – per ora è disponbile su iTunes la prima, “The Agency – Operazione: Vanishing Lady”, al prezzo di 0,89 centesimi)

A quale scoperta fa riferimento “The Agency – Operazione: Vanishing Lady”?
La storia del primo videogioco che abbiamo lanciato è stata costruita intorno alla scoperta di Micro4You, spinoff dell’Università degli studi di Milano, che ha individuato come l’azione di alcuni batteri possa essere utilizzata per pulire i monumenti, sfruttando la loro naturale azione chimica sulle particelle di inquinamento che si depositano sulle statue e sugli edifici. Nel gioco infatti, il player – che lavora per l’organizzazione segreta The Agency – ha l’obiettivo di contrastare l’azione malvagia degli Agenti Ombra, che vogliono distruggere il pianeta con inquinamento, rifiuti, gas nocivi e ogni genere di fattore maligno. In particolare i “cattivi” vogliono far sparire la Statua della Libertà e grazie alla formula individuata da Micro4You e alla chimica in generale possono essere fermati.

Cosa state facendo per diffondere Spillover tra i ragazzi e soprattutto tra i genitori?

Stiamo lavorando molto sulla visibilità mediatica e sui canali social. Inoltre, parallelamente al progetto “virtuale”, stiamo cercando di diffondere una nuova cultura della scienza e forme di educazione innovative legate a questa materia, come laboratori con animatori scientifici, non solo nelle scuole. È importante fare network, partecipando a fiere ed eventi rivolti sia ai ragazzi che alle famiglie.  

A che punto è l’implementazione di Spillover? La prima app è già disponibile su App Store. E poi?
Da qualche settimana è disponibile su iTunes la versione 1.1 di “Operazione Vanishing Lady”; siamo in fase beta e di recente abbiamo corretto alcuni bug, sviluppato il gioco in inglese e aggiunto la possibilità di modulare la velocità del bonus. Naturalmente stiamo già lavorando al secondo episodio, perché Spillover sarà una collana di app. Abbiamo già alcune idee su quale sarà la scoperta da rielaborare in chiave “pop”. 

In che modo pensate che le app di Spillover andranno ad affiancare la didattica della scienza?
Le app di Spillover sono pensate per iPad, un dispositivo che sta già iniziando ad essere utilizzato come strumento didattico e che ci immaginiamo avrà una penetrazione sempre più capillare. Il superamento dei livelli di gioco potrebbe essere il compito o l’esercizio assegnato, da svolgere in classe o a casa e a cui legare le lezioni. Le materie scientifiche sono anche un tramite per veicolare valori di tipo sociale e/o ambientale e approfondire con i ragazzi temi attuali legati a problemi quali inquinamento, perdita di biodiversità, cambiamento climatico.

Avete annunciato che ogni app verrà corredata da un laboratorio scientifico reale accessibile a tutti, in location sempre diverse. Dove si trova il primo laboratorio? Quando può essere utilizzato?
Prima dell’estate abbiamo organizzato un calendario di laboratori in collaborazione con Ing Direct, stiamo definendo il calendario futuro. Inoltre in occasione del lancio della app abbiamo organizzato eventi in un negozio di elettronica di consumo. A novembre dovrebbe anche partire un progetto con le scuole che si chiama Educhange, che stiamo sviluppando con l’associazione Aiesec.

Lei è un’imprenditrice sociale. Crede che l’imprenditoria a vocazione sociale si stia diffondendo abbastanza? Perché è comunque meno “sentita” rispetto ad altri tipi di imprenditoria? C’è forse la sensazione che non porti a ritorni economici sufficienti?
Anche se nata ufficialmente intorno agli 70 in America, negli ultimi tempi l’imprenditoria sociale si sta diffondendo sempre di più anche nel nostro Paese, da una parte perché il welfare fa fatica a stare dietro alle necessità di tutti e non ha risorse sufficienti, dall’altra perché il profit puro, spesso non ha interesse nell’occuparsi di queste aree di mercato definite “grigie”. All’estero la figura dell’imprenditore sociale è riconosciuta e gode di molto rispetto perché, oltre alle sfide che ogni imprenditore deve superare, bisogna anche cercare di affrontare un problema sciale o ambientale in maniera rigorosa e con sostenibilità finanziaria. Insomma, non è una carriera di ripiego. Per motivi culturali in Italia s fa ancora un po’ fatica a vederla in questo modo, ma spero che le cose miglioreranno con il tempo.


Alcuni suoi progetti in Afghanistan e in India sono conosciutissimi e si sono guadagnati giustamente la stima e l’apprezzamento di molti. Come stanno andando gli altri progetti? C’è spazio anche per l’Italia?
Stiamo ripartendo in questi giorni con le lezioni di The Qessa Academy a Kabul e, grazie al supporto di Bmw Italia ed Edizioni Compositori, abbiamo stretto una partnership con Giunti Education che ci permette di portare avanti l’idea di collana di storie multiculturali con cui è nata Plain Ink. Due libri saranno disponibili in ottobre e poi due di nuovo a gennaio, e così via. Stiamo anche lavorando a una piattaforma di fumetti per lo sviluppo che lanceremo più avanti.

di Maurizio Di Lucchio

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