Perché i bandi pubblici vanno in tilt? Una storia molto italiana | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Il caso

Perché i bandi pubblici vanno in tilt? Una storia molto italiana

04 Nov 2014

L’anno scorso Smart & Start, quest’anno Regione Lombardia: piattaforme bloccate a pochi minuti dal via alle candidature per fondi alle startup. Cosa fare? Per Bani (Agid) serve “una migliore progettazione e soluzioni scalabili”. E Bortolotto (Assoprovider): “Fate lavorare i professionisti, non gli amici degli amici”

L’anno scorso il flop di Smart & Start, quest’anno quello del bando della Regione Lombardia: si ripetono i casi in cui una piattaforma informatica per partecipare a bandi della PA va in panne a pochi minuti dal via perché non attrezzata a reggere l’onda d’urto dei candidati o per altri motivi ancora da chiarire. Ma perché la pubblica amministrazione non sempre riesce a mettere a disposizione degli utenti un servizio agevole ed efficiente? E come si fa ad evitare il ripetersi di casi analoghi in futuro?

L’episodio legato a Smart & Start è quello che ha suscitato maggiore scalpore mediatico. Il 4 settembre 2013 è partita la gara per candidarsi online al programma del Ministero per lo Sviluppo Economico gestito da Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), destinato a business ideas e startup innovative del Sud. Ma il numero di accessi al portale che raccoglieva le candidature è stato così elevato che la piattaforma è andata in tilt, impedendo a molti utenti di iscriversi per concorrere all’assegnazione di una quota dei 190 milioni di euro a disposizione per finanziare progetti innovativi. Il programma era infatti rigorosamente paperless e le iscrizioni potevano essere effettuate solo attraverso Internet. Dopo il pasticciaccio, i media si sono scatenati ed è stata persino presentata un’interrogazione parlamentare da parte di Francesco Russo, senatore del Pd.

L’Ad di Invitalia, Domenico Arcuri, ha spiegato che era stato sottostimato il numero degli accessi: in sostanza se ne aspettavano molti meno, invece c’è stato l’assalto. Ed ha anche affermato: “Lo spazio dato dai media alla vicenda è stata solo pubblicità per la nostra iniziativa”.

L’anno successivo, cambio di inquadratura: l’ambientazione non è più Roma ma Milano, il programma non è più Smart & Start ma il “Bando Ricerca ed Innovazione 2014” promosso dalla Regione Lombardia e dalle Camere di Commercio Lombarde. Eppure la storia si ripete. Sul piatto ci sono 6,8 milioni di euro: si tratta in pratica di un co-finanziamento (in media del 50%) a fondo perduto per investimenti in diverse tecnologie da parte di startup e pmi lombarde, con un tetto massimo di contributo riconoscibile per ciascun progetto (generalmente tra i 15.000 e i 30.000 euro). Alle 14.00 del 16 Ottobre 2014 scatta il via libera all’iscrizione alla piattaforma in modalità “procedura valutativa a sportello” (in altre parole “chi prima arriva, meglio alloggia”). E succede di tutto: alcuni non trovano il form di richiesta, altri non riescono a salvare la domanda, altri ancora vedono il sito perennemente “non accessibile”.

Dalla Regione Lombardia solo un comunicato di circostanza in cui non si chiariscono le cause del malfunzionamento, ma ci si limita ad affermare: “Purtroppo, l’elevatissimo numero complessivo di richieste ha comportato anche il fatto che molte di queste non hanno potuto essere accolte, per l’esaurimento delle risorse ed il completamento della lista di attesa, il che non può che dispiacerci”.

Oltre a dispiacersi, cosa può fare la PA? “Una migliore progettazione, che consenta un numero elevato di operazioni sul sito, e risorse adeguate e scalabili che possano affrontare picchi di visitatori che vorrebbero usufruire di un servizio online” dice a EconomyUp Marco Bani, dal 22 Settembre 2014 Capo della Segreteria Tecnica dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), che si occupa di attuare e promuovere le politiche sulla digitalizzazione e l’innovazione nel Paese.

E perché la PA non si attrezza secondo le modalità suggerite da Bani? “Invece di far lavorare gli amici degli amici bisogna cercare professionisti veri: ne conosco di soggetti che non valgono e lavorano per la pubblica amministrazione. È un ambiente pieno di persone che si spacciano per esperti informatici ma non sempre lo sono” dichiara senza mezzi termini Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, associazione che rappresenta le pmi impegnate nel settore delle Telecomunicazioni e dei Servizi Internet.

Bortolotto specifica che sui casi Smart & Start e Regione Lombardia non ha elementi per poter dare un giudizio. Ma in linea generale individua due ordini di problemi: “Se la piattaforma informatica non è stata in grado di reggere più di x interrogazioni al secondo, perché realizzata per accogliere un numero di interrogazioni inferiori, si è trattato di un errore di valutazione da parte dei dirigenti che hanno commissionato quella piattaforma. Un dirigente è pagato anche per inquadrare la situazione e prevedere correttamente gli ordini di grandezza delle cose. Dopodiché – prosegue Bortolotto – se qualcuno ha previsto correttamente il carico delle interrogazioni, ma l’esecuzione non è stata all’altezza della previsione, è evidente che ci si è affidati a dilettanti alla sbaraglio e non a professionisti”.

Il presidente di Assoprovider, associazione affiliata a Confcommercio che rappresenta oggi circa 200 aziende distribuite sull’intero territorio nazionale, sottolinea che, qualsiasi problema si venga a creare in fase di implementazione della piattaforma informatica, era comunque “misurabile e testabile nella fase precedente. Si devono fare prima degli stress test – puntualizza – per verificare fino a quale livello una piattaforma può reggere e quando può cominciare a diventare carente”.

Inoltre, riferendosi in particolare al “caso Lombardia”, Bortolotto trova discutibile il meccanismo della “procedura valutativa a sportello”. “Non si possono mettere a disposizione dei cittadini soldi per finanziare la ricerca e poi non attuare alcun criterio di selezione, se non quello dell’ordine di arrivo. Non c’è una valutazione meritocratica. Allora perché non estrarre a sorte i candidati?” chiede provocatoriamente.  “Dal momento che non sono in grado di garantire a tutti l’ordine di arrivo – conclude – basterebbe concedere ai candidati un lasso di tempo, diciamo 5 giorni, per inviare la propria candidatura attraverso la Pec, Posta elettronica certificata. Con quel che ha speso la nostra PA per implementare la Pec,  è un sistema che deve funzionare, giusto?”.

di Luciana Maci

Articoli correlati