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Imprese e istituzioni

La capitale fa start up ma non c’è ancora il Paese nuovo

27 Giu 2013

LuissEnlabs, InnovAction Lab, Startupbootcamp. Aumentano workshop, camp e convegni sulla nuova imprenditorialità. Ma manca l’attenzione di istituzioni e politica. E non solo: dove sono le imprese che ogni giorno sostengono la necessità di cambiare?

Martedì il primo Investor Day di LuissEnlabs. Mercoledì InnovAction Lab. Oggi, giovedì, Startupbootcamp. Per tre giorni Roma è stata davvero, anche se casualmente,  capitale delle startup. Il debutto davanti agli investitori di un incubatore sostenuto da un’università privata e diventato già un punto di riferimento nella capitale; il gran finale di un programma finanziato Microsoft Youth Spark e Fondazione Cariplo; la tappa italiana del tour di reclutamento del più grande acceleratore europeo.

Verrebbe da dire, molto bene se l’agenda è così piena, se l’Italia entra nei circuiti internazionali, se si moltiplicano le occasioni di incontro e di confronto per gli aspiranti imprenditorl. Non passa giorno che non ci sia un pitch day, un workshop, un camp, un convegno, un qualsiasi evento da qualche parte d’Italia dedicato alle start up, alla nuova imprenditorialità, all’innovazione. L’entusiasmo non manca, le competenze e le capacità neanche. Quel che sembra scarseggiare è l’attenzione di quello che un tempo si chiamava il Paese reale.

Di fronte alla sala semivuota dello Startubootcamp viene naturale domandarsi: qui si presentano dieci start up selezionate per entrare in uno degli incubatori di Berlino, Copegnaghe, Eindhoven, Amsterdam. Dovrebbero rappresentare il meglio del made in Italy di nuova generazione. Qui ci sono i giovani che pensano in grande e sanno comunicare con il mondo, seppure ancora con qualche insicurezza linguistica. Ma sembra che non interessino ad altri se non agli abituali “professionisti dell’innovazione”. Dove sono le imprese che ogni giorno sostengono la necessità di cambiare? Dove le associazioni che le rappresentano, a partire da Confindustria, che dovrebbero “curare” i nuovi imprenditori? Dove sono le istituzioni e la politica, che continuano a lanciare slogan senza riuscire a intaccare realmente il groviglio di lacci e lacciuoli che ancora avviluppa la voglia di fare che pure c’è. Gli startupper ci sono e abbandonano. Manca ancora la nuova Italia.
 

di Giovanni Iozzia

  • Nasini

    L’Italia è un paese con i riflessi lenti. Un po’ lo è sempre stato, con il peso di tante esperienze negative lo è diventato di più. Ed alla mancanza di prontezza si è aggiunta una crescente pigrizia nell’informarsi, capire, partecipare.

    Con le startup sta verificandosi una evoluzione pericolosa, tenendo conto di queste premesse, che il Paese non riesca a seguire il fenomeno, non riesca a capirlo e non riesca a farlo proprio.

    Il mondo delle startup (posto che ne esista uno omogeneo, cosa in realtà non vera) sta facendo un errore che può rivelarsi pericolosissimo: sta diventando un mondo poco inclusivo. C’è già un linguaggio, ci sono riferimenti culturali comuni, ci sono regole per accedervi ed anche parole d’ordine e strette di mano segrete. E’ un errore potenzialmente fatale.

    Bisogna invece aprirsi, comunicare in modo comprensibile a tutti (“vado a pitchare davanti ai Vc”?!?) e cercare di fare proseliti casa dopo casa, impresa dopo impresa, istituzione dopo istituzione. Proseliti “paganti”, possibilmente.

    Non semplice, molto faticoso, richiede tempo e impegno, ma non vedo altra via.

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