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Working Capital Stories

Intoino: “Faccio startup perché so quanto valgo”

24 Gen 2014

Marco Bestonzo, 28 anni, founder di una delle neo-imprese più premiate d’Europa ne è convinto: “Sono giovane e quindi sono una risorsa. Ho delle idee che valgono e vanno sviluppate”. Lo ha capito durante un viaggio in Svezia. “In Italia mi dicono di trovare un lavoro come tutti gli altri”

Il team di Intoino
È una delle startup più premiate d’Europa: fondata nel 2012, Intoino ha già vinto la Global Webit startup challenge, Working Capital, Premio Marzotto, StartCUP Piemonte-Valle d’Aosta, solo per citarne alcuni. Oltre ad essersi classificata finalista all’Innovation Forum 2013 di Berkeley, al LeWeb 2012 di Parigi, al HY!Berlin 2013. Eppure Marco Bestonzo, il founder di questa startup che lascia il segno in ogni competizione, preferisce rimanere con i piedi per terra: “Non la ritengo una startup di successo. Siamo solo partiti con il piede giusto”. E, probabilmente, alla base di questa partenza all’insegna di riconoscimenti e premi c’è proprio un’idea innovativa: Intoino, infatti, è un’app per inventare e prototipare oggetti interattivi e smart basati sull’open hardware Arduino secondo la logica dei building block: anche chi non ha conoscenze specifiche può pertanto creare piccoli sistemi tecnologici. “Vogliamo dare la possibilità a chi ha buone idee di diventare maker” spiega il founder.

Ventotto anni, laurea in ingegneria al Politecnico di Torino, Marco Bestonzo è uno di quei rari casi di ragazzi consapevoli del proprio valore. Senza falsa modestia ammette: “Io valgo e so di valere”. Peccato che questa consapevolezza non sia stata l’Italia a trasmettergliela ma la Svezia, un “Paese dove un giovane è già per definizione una risorsa”. E proprio a Stoccolma Marco vola dopo un dottorato di ricerca sulla tecnologia applicata alla medicina. “Avevo bisogno di stimoli. Avevo capito di avere tante conoscenze, sapevo fare tante cose ma non capivo come concretizzarle e trasferirle alla società”.

È la premessa di Intoino, che altro non è che un kit per trasformare le idee in qualcosa di pratico. Ma Marco non lo sa ancora e lo scoprirà nel Paese dei Premi Nobel, dove ha iniziato a lavorare come assistant researcher al Karolinksa Institutet. “Vivere in Svezia è facile: tutti pagano le tasse, i servizi funzionano… L’opposto dell’Italia, dove tutto è lento e burocratico. In Svezia non ci sono gerarchie e, se ci sono, sono orizzontali: puoi parlare tranquillamente con le grandi menti di ogni settore che sono pronte a condividere e valutare con te idee e progetti. Ricordo che durante una conferenza con Niklas Zennstrom, ideatore di Skype, ho pianto e sono andato via. Ho pensato che non volevo più partecipare alle conferenze da spettatore, ma salire sul palco e parlare da protagonista. Perché sapevo già allora di avere delle idee che valeva la pena sviluppare”.

La lampadina, però, si accende per caso. “Stavo lavorando a un progetto in Svezia e mi sono ritrovato chiuso in ufficio, davanti a un computer

ma senza una cassetta degli attrezzi per realizzare tecnicamente il progetto. Non ci ho pensato su due volte: mi sono collegato a Skype e ho chiamato i migliori ragazzi che avevo conosciuto durante l’Università per coinvolgerli nella mia idea: realizzare un kit che permetta a tutti di costruire qualcosa” racconta.

Entrano in scena, così, gli altri due ragazzi del team di Intoino: Dario Trimarchi, ingegnere elettronico del Politecnico di Torino, e Gianandrea Fanella, ingegnere biomedico con la passione per l’imprenditoria (gestisce una galleria d’arte a Miami e un’azienda a Londra).

Per ironia della sorte, proprio dopo la call dei tre ragazzi, a Torino è in programma lo Startup Weekend. Marco non perde tempo e prende il primo volo per l’Italia per presentare Intoino alla sua prima competition. “Erano passate solo 54 ore dopo la call su Skype, ricordo che io non ho avuto neanche il tempo di aprire le valige prima di presentarmi all’evento. Ovviamente la startup non era ancora realizzata, avevamo solo tante idee e una buona dose di coraggio. Ma è stata l’occasione giusta per conoscere altri aspiranti imprenditori e fare networking. Inoltre il progetto è stato accolto all’interno di TreataBit, il programma di supporto per startup digitali di I3P, l’Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino”.

Così, Marco lascia definitivamente la Svezia e torna a Torino. Da allora è un susseguirsi di competition, premi, apprezzamenti da varie parti del mondo e la consapevolezza che c’è ancora tanto lavoro da fare. “Il ritorno in Italia, però, non è stato proprio ‘rose e fiori’: mi chiedono spesso perché non vado a fare un lavoro come tutti gli altri e, ancora oggi, non ho il pieno sostegno della mia famiglia. Mio padre è imprenditore ma anche lui è un po’ restio all’idea della startup. Mi dice sempre che se proprio voglio seguire questa strada devo almeno cambiare Paese, perché l’Italia non è il posto giusto”.

Ma il team di Intoino, che nel frattempo si è allargato includendo altri collaboratori, non molla. “Siamo imprenditori e pensiamo da innovatori. Fare startup richiede energie e rinunce. Bisogna imparare a convivere con le rinunce e sapere che non si hanno dei riscontri immediati”.

Per il prossimo futuro gli obiettivi sono due: “A febbraio lanceremo la campagna di crowdfunding su Indiegogo, e speriamo di crescere prima in Europa e poi in America”. Fra cinque anni le ambizioni saranno maggiori: “Nelle previsioni peggiori pensiamo di raggiungere almeno 250 mila utenti, ai quali vendere 250mila kit di Intoino e 250mila app”. Considerando che un kit costa intorno a 200 euro, fate il calcolo e saprete quanto vale Intoino.

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