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Il posto fisso delle startup. Storie diverse, stesso problema: crescere o accontentarsi



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Le startup che non crescono sono la versione imprenditoriale del posto fisso, sostiene Luca Ferrari, CEO di Bending Spoons. Ha ragione: la scarsa propensione a pensare in grande è il problema dell’Italia

Pubblicato il 27 gen 2026



startup

Che cosa c’entrano Bending Spoons, Confartigianato Varese e Netval, l’associazione che si occupa di trasferimento tecnologico?

Questa settimana provo a unire i puntini tra riflessioni – fatte e ascoltate – in contesti molto diversi tra loro, ma sorprendentemente allineati nel raccontare un unico problema strutturale del nostro Paese.

“Le startup che non crescono sono la versione imprenditoriale del posto fisso”

È stata questa la risposta di Luca Ferrari, CEO e co founder di Bending Spoons, a una domanda molto centrata della brava Inès Makula, nel suo Made IT Podcast (qui il link per riascoltarlo) mentre provava a inquadrare quello che spesso viene definito “il problema italiano”: tante startup piccole, che sopravvivono, che vanno avanti… ma che non smuovono nulla.

Ferrari lo dice in modo brutale ma efficace: “In Italia, appena c’è un sentore di successo, il pensiero è a come mettere in sicurezza questa isoletta che mi consente di stare bene, invece che provare a decuplicarla”

Siamo un po’ audaci. Ma non troppo. Abbastanza da partire, non abbastanza da spingere davvero.

“Le cose che non crescono hanno poco valore.”

Ho ripreso lo stesso concetto pochi giorni dopo nel podcast “Parliamone Chiaro” di Imprese e Territorio, con Annarita Cacciamani ed Elisa Marasca. Il tema era: come valutare le PMI.

Vi lascio le conclusioni (qui il link per chi volesse ascoltare tutta l’intervista).

Un’azienda che ha potenziale, visione e spazi di crescita genera interesse e valore sul mercato.
Un’azienda “spiaggiata”, “flat”, che ha deciso – spesso implicitamente – di non crescere o trova ostacoli a farlo, difficilmente attirerà capitali, talenti, partner strategici.

Non c’è un limite di dimensione per le imprese. Solo di ambizione e di mindset. Di sguardo, più rivolto all’oggi (e al ieri) che al domani.

“Le università non producono startup”

Ed è qui che entra in gioco il terzo punto: le università. La settimana scorsa, proprio su questa colonna (qui il link all’articolo), commentavo i dati sugli spin-off accademici in Europa e in Italia. I numeri del nostro paese — rielaborando rapidamente il 20° Rapporto Netval — sono piuttosto chiari: le università non producono aziende capaci di crescere e produrre reddito ed occupazione. Nel migliore dei casi generano piccole aziende di servizi (poche peraltro) che si muovono negli interstizi di mercato.

Perché? Ancora una volta: mentalità e ambizione.

Manca (o è rara) la convinzione — prima ancora che gli strumenti — che un’impresa possa (e debba) nascere per crescere davvero, per scalare, per competere su mercati globali. Manca la tensione verso il “moltiplicare”, non solo verso il “sopravvivere”.

Per ogni Bending Spoons — azienda che non si è fermata, che non ha messo in sicurezza l’isoletta ma che continua a spingersi oltre — abbiamo migliaia di piccole imprese che scelgono inconsapevolmente di non crescere e di accontentarsi.

Ed è qui che il cerchio si chiude. Tra startup, artigianato evoluto, università e ricerca, il problema è comune.

Non è la mancanza di talento o di idee. È la scarsa propensione a pensare in grande, a giocare una partita lunga, a prendersi il rischio di crescere davvero.

Finché questo non cambia, continueremo a confondere la stabilità con il successo. E il posto fisso con l’imprenditorialità.

E le cose che non crescono e cambiano finiscono a “morire per inutilità” (rubando l’espressione a Pietro Cum, CEO di ELIS, qui il link alla puntata di Innovation Weekly di cui è stato ospite) o ad essere dimenticate per irrilevanza. E, non so, sinceramente, cosa sia peggio.

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