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La storia

Così abbiamo creato Ludwig, il Google traduttore made in Italy

12 Set 2016

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Fondata a Palermo nel 2014 da un gruppo di under 35, la startup ha ideato un software che permette di scrivere un inglese impeccabile. Utilizzato da 75mila utenti in 168 Paesi del mondo, punta su un mercato enorme: 650 milioni di persone (più di un miliardo nel 2020) che quotidianamente scrivono in inglese per studio o lavoro

Il team di Ludwig
Chiunque, prima o poi, ha fatto i conti con gli innumerevoli traduttori online. Mettendosi poi le mani nei capelli (“putting your hands in your hair”, traduce Google) per il risultato, che se a volte provoca ilarità, altre è fonte di imbarazzo quando l’esito viene utilizzato tal quale senza una revisione. Ecco il motivo del successo di Ludwig, un software online (che prende il nome da Ludwig Wittgenstein, filosofo secondo il quale il significato del linguaggio è determinato dal contesto) che permette di scrivere un inglese impeccabile grazie a un database con milioni di frasi corrette e un algoritmo proprietario chiamato Sentence Rank.

Creata a luglio 2014 a Palermo da un gruppo di under 35 siciliani (Antonio Rotolo, archeologo e ricercatore universitario; Roberta Pellegrino, cognitivista specializzata in meccanismi decisionali e business; e Federico Papa, avvocato), alla fine dello stesso anno la startup vince in grant di 25mila euro al Working Capital di Telecom Italia ed è ammessa al programma di accelerazione d’impresa, rilasciando poi l’8 febbraio 2016 la versione beta del software. Da allora, diffondendosi prevalentemente grazie al passaparola e senza alcun investimento in marketing, Ludwig è stato utilizzato da 75mila utenti in 168 diversi Paesi del mondo, che hanno generato 165mila sessioni per un totale di un milione di visualizzazioni di pagina.

Contrariamente ad altri traduttori online, Ludwig funziona come un gigantesco dizionario interattivo di frasi: l’utente digita una frase in inglese per verificare che sia corretta, il software consulta il database e restituisce immediatamente esempi di quella formulazione e dei contesti in cui è stata usata, in modo da capire se il testo è corretto e se il suo utilizzo è giusto nel contesto della frase. In sostanza, la novità sulla quale punta la startup è che Ludwig non tiene conto solo delle regole grammaticali, ma soprattutto dell’uso della lingua in testi affidabili. Il suo scopo non è sostituirsi all’utente nella traduzione o nella scrittura di testi, ma offrirgli gli strumenti per farlo in maniera indipendente ed efficace.

Per quanto riguarda la strategia di business, “la versione web è gratuita ma abbiamo già inserito dei banner pubblicitari e a breve rilasceremo l’app, sia mobile sia desktop, con funzionalità premium e tramite la sottoscrizione di un abbonamento mensile” dice il fonder.  Il mercato di riferimento è enorme: sono 650 milioni di persone (più di un miliardo nel 2020) che quotidianamente scrivono in Inglese per ragioni di studio o di lavoro. Al pari di Spotify per le canzoni e Youtube per i video, Ludwig ha l’ambizione di organizzare e rendere fruibili per tutti, milioni di testi scritti correttamente in inglese. “Scrivere in un inglese corretto – spiega infatti Antonio Rotolo, CEO e co-fondatore di Ludwig – è difficile anche per chi ha molti anni di studio alle spalle. Si calcola che chi scrive in inglese impieghi 4 volte di più di un parlante nativo per esprimere un concetto correttamente. Quasi sempre con risultati peggiori. Con Ludwig vogliamo aiutare tutti a colmare questo svantaggio competitivo”. L’idea della startup, infatti, è proprio di Antonio Rotolo: dopo 6 mesi da borsista nel prestigioso MIT, il giovane imprenditore ha pensato alla possibilità di abbattere ogni barriera linguistica e offrire a milioni di studenti, ricercatori e professionisti nel mondo la possibilità di scrivere facilmente in inglese, colmando il gap coi propri colleghi madrelingua.

Senza andare a pestare i piedi ai colossi del settore: “A noi – sottolinea Roberta Pellegrino, co-fondatrice e Design Manager – piace descrivere Ludwig come una sorta di cugino minore di Google, con in tasca un dottorato in linguistica computazionale. E l’ambizione di organizzare e rendere fruibili milioni di frasi in buon inglese”. A proposito: mettersi le mani nei capelli si dice “to throw the hands up”.

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