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Banzi: “Così gli artigiani digitali cambieranno la moda”

29 Set 2014

Il curatore della Maker Faire Rome delinea i trend (stampa 3D, droni e Internet delle Cose) presenti anche nel campo del fashion e rassicura: in Italia ci sono gruppi che lavorano sul tessile hi tech

Massimo Banzi, cofondatore di Arduino e curatore della Maker Faire a Roma
I makers, artigiani digitali del nuovo millennio, potrebbero cambiare il mondo della moda: stanno infatti cominciando a lanciarsi in questo settore tipicamente Made in Italy e a inventare prodotti che coniugano il tessile con l’innovazione tecnologica. A dirlo è Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, piattaforma hardware open source, intervistato da EconomyUp nelle sue vesti di curatore di Maker Faire Rome,  fiera delle invenzioni dei makers che si terrà il 4 e 5 ottobre all’Auditorium Parco della Musica di Roma nell’ambito de The Innovation Week. In quanto curatore Banzi ha selezionato centinaia di proposte provenienti da artigiani digitali di tutto il mondo interessati a partecipare all’evento. Ne è emerso il grande interesse degli inventori per le stampanti 3D, i droni e l’Internet delle Cose, ma anche un trend meno noto: le invenzioni tecnologiche “innestate” in tessuti e abiti. “Qualcosa che può avere l’unicità del Made in Italy e magari essere facilmente esportabile nel mondo” dice Banzi.

Un trend emergente?
Proprio così. Ma in generale tutto il mondo dei makers è una realtà in ascesa: da hobbisti diventano creatori di realtà economiche in grado di generare valore. Chiaramente gli Usa sono più avanzati, ma alla call for maker della nostra Maker Faire sono arrivate ben 700 proposte di tutti i tipi. Quelle effettivamente complete erano 600, siamo riusciti a ridurle a 500 ma non siamo scesi ulteriormente perché c’era tanta roba di qualità. E il dato interessante è che la Maker Faire in Silicon Valley presenta più o meno 500 maker. Inoltre, nonostante la nostra sia una Fiera europea, i maker vengono da 33 Paesi, inclusa Cina e India. All’edizione dell’anno scorso ha partecipato un gruppo di cinesi per mostrare i propri prodotti e capire come funzionavano i nostri. Hanno scattato circa 3000 foto. Due settimane dopo io mi sono recato in Cina, nella loro sede: avevano assiepato in una stanza un migliaio di makers e c’era una signora che, con una calma olimpica, faceva vedere tutte le foto e le spiegava una per una. Anche quelle dove si vedevano le fontane, i taxi, i vigili di Roma, anche le foto turistiche. C’era chiaramente un fortissimo interesse per capire l’Italia ma anche la Maker Faire.

Chi manda le proposte?
C’è un po’ di tutto. Ci sono i ragazzini hobbisti ma anche piccole aziende che si stanno inventando cose nuove e prodotti nuovi. In particolare abbiamo selezionato una serie di progetti basati sulla stoffa e sul tessile, che possiedono, per così dire, una peculiarità italiana. Nel nostro Paese stanno nascendo tanti maker space FabLab (fabrication laboratory, piccole officine che offrono servizi personalizzati di fabbricazione digitale, ndr): sono ormai più di 60 tra quelli che già esistono e quelli che vengono creati. Un numero molto elevato considerando che in Usa non ce ne sono nemmeno 200 ed è un Paese molto più grande. Alcuni di questi FabLab stanno appunto lavorando sulla moda.

In particolare cosa fanno i maker interessati al fashion?
Sperimentano l’utilizzo della tecnologia all’interno dei vestiti.

Si può parlare di wearable?
Sì, ma teniamo presente che gli americani tendono a immaginare gli wearable come prodotti altamente, ed esclusivamente, tecnologici come per esempio i Google Glass, mentre gli italiani hanno un diverso modo di vedere e pensano subito alla moda, hanno un approccio maggiormente estetico.

Gli artigiani digitali porteranno innovazione anche nel fashion?
Ci sono le opportunità per immaginarsi prodotti che si inseriscano nella realtà economica italiana e l’aiutino a crescere. Inoltre, in questo caso come in altri analoghi, le startup di maker sono interessanti perché si connettono con il territorio locale. Lavorano con le aziende che fanno produzione nel loro territorio e  finiscono per contribuire positivamente all’economia locale.

Parliamo degli altri trend degli hobbisti. Stampa 3D?

in Italia siamo a buon punto rispetto ad altri Paesi. E sta per debuttare la prima stampante 3D marcata Arduino (scheda a microcontroller open source lanciata nel 2005, piuttosto facile da utilizzare, che ha ispirato migliaia di persone in tutto il mondo a costruire oggetti in modo innovativo, dai giocattoli alle attrezzature satellitari, ndr). Abbiamo lavorato con un’azienda italiana che, a nostro parere, fa un prodotto molto adatto al consumatore: userà Arduino come commuter che fa funzionare la stampante 3D. Piuttosto che inventare un prodotto da zero cerchiamo qualcuno che lavori con noi e fabbrichi un prodotto da portare in giro per il mondo, ora che Arduino ha acquisito visibilità mondiale.

Ma è vero che in Cina circolano falsi Arduino?
Purtroppo sì. Ci sono tante fabbriche che costruiscono Arduino ‘ tarocchi’. Copiare la nostra piattaforma si può, perché è open source, però non si può copiare il marchio e il nome, invece molti riproducono anche la scritta Made in Italy.

Quindi il problema della contraffazione del Made in Italy non riguarda solo il parmigiano o il prosciutto di Parma ma anche l’hi-tech.
Certo. Poi c’è una parte di clienti che non si accorge di quello che sta comprando e una parte che invece sa benissimo che si tratta di un ‘tarocco’ ma preferisce spendere tre euro in meno.

E i droni? Gli inventori ci stanno lavorando?
È un mercato che sta emergendo anche in Italia. Le aziende più stabili e avviate sono negli Usa, però vediamo gruppi che stanno cominciando a trasformarsi in aziende anche qui in Europa. Per questo tipo di velivoli a pilotaggio remoto ci sono varie applicazioni, dall’uso per riprese cinematografiche alla consegna pacchi. Per esempio Matternet, una startup di Palo Alto, sta cercando di mettere in piedi un sistema per distribuire pacchi in Africa usando i droni.  Un altro trend che emerge dalla Maker Faire, ed è in forte ascesa, è quello dell’Internet delle cose. Prodotti di tutti i giorni cominciano a diventare connessi con Internet: è un fenomeno estremamente interessante. Anche noi di Arduino stiamo cercando di realizzare prodotti che aiutino a semplificare la vita di chi vuole fare prodotti connessi. E negli Usa fondi di investimento di venture capital stanno creando gruppi specifici per finanziare le aziende di Internet delle Cose.

C’è chi dice che i makers sono quelli che fanno concretamente le cose a differenza delle startup digitali, un po’ più perse nelle nuvole di Internet. Cosa rispondi?
La startup digitale è un oggetto più “leggero”, che posso decidere domani di spostare a Londra o New York e non cambia niente. I makers sono maggiormente agganciati alla filiera produttiva in Italia: possono anche decidere di cambiare sede e andare all’estero, ma hanno comunque un maggior impatto sull’economia locale.

di Luciana Maci

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