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Storie di successo

Applix, come si diventa una startup milionaria

08 Lug 2014

La società, fondata nel 2010 per facilitare la creazione di app per dispositivi mobili, è una delle poche imprese innovative che hanno un fatturato importante: 3 milioni. Il CEO Claudio Somazzi: “Siamo bravi nel design. Ma bisogna anche fare ricavi e creare occupazione”

Claudio Somazzi, ceo di Applix
Di startup milionarie è pieno il mondo. Ma non l’Italia. Delle oltre duemila startup innovative iscritte nel registro delle Camere di commercio solamente 22 hanno oltrepassato il milione di euro di valore di produzione e soltanto 7 hanno superato i due milioni di euro di giro d’affari. Applix è una di queste. Ed è anche una delle poche ad aver creato decine di posti di lavoro. A oggi ha 45 dipendenti: “Ed è questa la più grande soddisfazione” a detta dei due fondatori Claudio Somazzi e Marco Cirilli. Ideatori “professionisti” si può dire. O perlomeno non più startupper alle prime armi. Perché quando i due nel 2010 hanno deciso di fondare Applix avevano già parecchia esperienza nel mondo dell’innovazione, essendo tra i soci dell’incubatore Digital Magics.

“Nel 2008 – racconta Somazzi – abbiamo incrociato il trend nascente delle app, che in Italia era ancora agli albori. Ci abbiamo visto fantastiche potenzialità e abbiamo deciso di creare la prima società verticale in Italia dedicata”. Hanno quindi abbandonato Digital Magics e, da Gorgonzola, un paesino del nord milanese, hanno dato il via al loro progetto: una piattaforma che aiutasse le aziende a creare prodotti per il cliente finale. “Una società ‘BtoBtoC’, come amiamo chiamarla. Che abbiamo definito app enabler company”.

Applix è specializzata nella creazione di nuovi media concept sulle piattaforme mobili attraverso applicazioni per tablet e smartphone. E vive su due prodotti di punta: Appdoit, piattaforma per la creazione industriale di applicazioni per dispositivi mobili. Un prodotto rivolto alle grandi aziende e alle Pmi per la creazione di app a basso costo ma di qualità. E Viewerplus, suite di digital publishing per editori e aziende che consente la trasformazione dei prodotti cartacei (riviste, brochure, libri e manuali) in contenuti digitali per device mobili.

“Ho sempre amato mixare l’idea più innovativa possibile con il mezzo più avanzato di una determinata epoca. In quel momento la stella nascente era il mobile web”, commenta il fondatore. E la società è partita bene: il primo progetto messo a punto con Viewerplus è stata la digitalizzazione delle riviste Mondadori, nel 2010: “Il nostro obiettivo però era di fare un’azienda innovativa con flussi di crescita ‘adeguati alla Martesana’. Non ci aspettavamo il boom immediato”. È andata così: “A inizio 2011, Steve Jobs ha scelto la nostra applicazione Roma Virtual History per il lancio del nuovo iPad 2. Una vetrina straordinaria che ci ha permesso in pochi mesi di passare da 4 a 20 dipendenti e creare tantissime nuove, giovani professionalità”. Nel suo secondo anno di vita Applix ha raggiunto i 2 milioni di fatturato ed è stata la prima società in Italia a ricevere un fund raising di 3 milioni di euro. A fine 2011 per costruire “in casa” il prodotto completo, dall’ideazione, al front end, al back end, i due soci hanno spostato la sede a Cagliari dove hanno iniziato a collaborare con la facoltà di Informatica dell’Università del capoluogo sardo, hub di talenti mobile native. E hanno acquisito uno spin-off dell’ateneo, Xorovo, che si occupa proprio di sviluppo.

Oggi Applix fattura 3 milioni di euro, è ai primi posti di mercato in Italia nella digitalizzazione editoriale e guarda con ambizione oltreconfine: “Abbiamo appena siglato una partneship strategica con Atex, il numero due al mondo tra i fornitori di sistemi editoriali. Sarà Applix a digitalizzare i loro lavori”.

Ma a cosa si devono questi risultati? “In generale il mercato delle app italiane è apprezzato all’estero perché siamo molto bravi nel design, nel curarne la bellezza; insomma abbiamo gusto oltre alla tecnica. Inoltre è fondamentale dare il via a una società solamente se si ha ben chiaro il fatto che potrà fatturare e soprattutto creare occupazione. Altrimenti non ha alcun senso”.

Perché i founder aspirano proprio a questo: diventare un esempio virtuoso per altri. “L’importante non è pensare di diventare i prossimi milionari, ma guardare a due obiettivi: realizzare un progetto internazionale che batta bandiera italiana e fare un’azienda che crei nuovi posti di lavoro e professionalità”.
 

di Giulia Cimpanelli

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