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LA BUONA ECONOMIA

Come si costruisce (e si fa funzionare) una “fabbrica intelligente”

24 Mar 2014

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Si comincia superando le gelosie e accettando di fare innovazione condivisa con altre imprese e università. Poi si eliminano gli sprechi ispirandosi al modello inventato dalla Toyota. Così un’azienda ultracentenaria di Bergamo, la Indeva, è diventata un caso di studio nella meccatronica

Un’azienda che ha 130 anni di storia e viene studiata nelle università potrebbe essere a tal punto gelosa della sua unicità da non voler condividere nessuna risorsa con gli altri. Eppure la Indeva, società del gruppo Scaglia (110 milioni di fatturato consolidato) che si occupa di sistemi di manipolazione carichi, ha capito che il modo più efficace per innovare in modo sostenibile è quello di fare squadra con altre imprese. “In questo momento, la vera novità è l’innovazione collaborativa: mettere a fattor comune le capacità anche di altri – aziende, università, centri di ricerca – e lavorare insieme”, spiega l’ad di Indeva, Stefano Scaglia, dal quartier generale di Brembilla, in provincia di Bergamo.  

Il primo strumento usato da Indeva per collaborare è Intellimech, un consorzio di aziende nato nel 2007 per la ricerca interdisciplinare  nell’ambito della meccatronica. Al network, promosso da Confindustria Bergamo e dal parco scientifico-tecnologico Kilometro Rosso, partecipano anche imprese medio-grandi come Brembo e Tenaris e diversi atenei (i Politecnici di Milano e di Torino, le Università degli studi di Bergamo, Brescia, Pisa e Modena-Reggio Emilia, e l’Università Liuc Carlo Cattaneo di Castellanza). “Intellimech si dedica alla ricerca precompetitiva, ovvero allo studio di soluzioni tecnologiche che poi ogni azienda può adattare per i propri prodotti in base alle proprie esigenze”, dice Scaglia.

“Siamo riusciti a superare le gelosie e a creare una mentalità di collaborazione: basta pensare che nel consorzio ci sono per esempio anche aziende concorrenti, come Abb e Lovato”.  Finora, l’adesione a Intellimech ha consentito a Indeva di entrare in contatto con alcuni brillanti ricercatori e di mettere già a punto un nuovo prodotto, “un software che rende sempre più ‘umani’ i manipolatori che produciamo, facendoli diventare una vera e propria estensione del braccio dell’operatore che li manovra per gestire carichi di qualunque tipo”, precisa l’amministratore delegato.

Mettersi insieme ha già prodotto risultati dal punto di vista dell’innovazione. In termini economici, i benefici ancora devono vedersi perché l’introduzione delle nuove soluzioni risale a pochi mesi fa. Ma il clima collaborativo degli ultimi anni ha sicuramente aiutato, visto che Indeva (150 addetti sugli 800 totali nel gruppo) è riuscita a risalire la china dopo un 2008-2009 negativo (-20% circa di vendite) e ha recuperato terreno a un ritmo di crescita annua del 10%. L’azienda, che pesa sul fatturato del gruppo per il 25% circa, ha chiuso il 2013 con ricavi intorno ai 25 milioni di euro ed è stata in grando, anche durante gli anni più duri della crisi, a realizzare buone performance anche in Italia, nonostante Indeva esporti, soprattutto verso Cina, Germania e Stati Uniti, il 70% di ciò che produce.

Ma i progetti collettivi non si fermano a Intellimech. Anzi, il consorzio è socio fondatore, insieme a Politecnico di Milano, Innovhub e Cnr-Itia, della associazione AFIL, uno dei 9 Cluster Tecnologici Lombardi (CTL),  riconosciuti dal decreto di Regione Lombardia  del 17 marzo 2014. L’associazione ha lo scopo di creare una comunità stabile collegando imprese, università, enti di ricerca e associazioni, per favorire la collaborazione in iniziative di ricerca e innovazione in tema  “Fabbrica Intelligente” e diventare il soggetto di riferimento della Regione per definire le politiche di sviluppo nel settore manifatturiero.

L’innovazione, nell’ambito di questi progetti, è soprattutto di prodotto e si inserisce all’interno di una tradizione fatta di numerosi cambiamenti: “La cifra del gruppo Scaglia è stata sempre la capacità di rinnovarsi. Siamo partiti come azienda del settore tessile che processava il legno per fare bobine e spole e, nel corso degli anni, siamo diventati un gruppo che si cimenta in vari comparti, come la meccatronica e la plastica”, dice l’ad di Indeva, società che vende le proprie soluzioni a imprese attive nei settori più svariati, dalla meccanica all’automotive al food.

La sfida dell’azienda di Brembilla, però, è innovare anche i processi produttivi. In questo caso, la filosofia di riferimento per Indeva è il modello Toyota, la cosiddetta lean production per ridurre gli sprechi. Oltre ad aver preso l’ispirazione per i propri stabilimenti, l’impresa bergamasca ha messo sul mercato una linea di strumenti per permettere ad altre aziende di realizzare questi modelli organizzativi ‘snelli’ e più efficienti.

“Forniamo scaffalature modulari che consentono di cambiare ripetutamente la disposizione dei materiali sul bordo linea in funzione degli spazi, sistemi flessibili di alimentazione della linea e veicoli a guida automatica AGV a basso costo che possono essere gestiti direttamente dell’utilizzatore senza l’intervento di un programmatore apposito”, dice l’amministratore delegato.

Tuttavia, secondo Scaglia, in Italia questi modelli non si sono ancora diffusi molto anche se la conoscenza è senz’altro aumentata: “In un sistema di Pmi come il nostro è difficile che le imprese cambino mentalità facilmente. La Fiat, per esempio, ha sposato e adottato questo sistema produttivo. Ma oltre alla Fiat, sono poche le realtà che hanno inserito così pervasivamente il modello del lean manufacturing”.
 
 

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